ATTRAVERSO L’ ITALIA – ERICE

di Sergio Zazzera

 

 

            Ero a Trapani, per la Louis Vuitton Cup di vela, nell’ottobre del 2005, e non potevo non fare una passeggiata a Erice. Il luogo si rivelò subito all’altezza della fama, della quale gode, con quel suo aspetto decisamente medioevale, ulteriormente favorito dal silenzio delle sue strade e stradine, che, tuttavia, potrebbe essere ancor maggiore, se si riuscisse a chiudere completamente la cittadina al fastidioso traffico veicolare.

            La prima meraviglia, appena entrati da Porta Trapani, aperta nella cerchia delle Mura Ciclopiche, è costituita dalla Chiesa Matrice – e soprattutto dall’ancona marmorea che vi fa da quinta al presbiterio –, col suo ricco museo, allestito in fondo alla navata sinistra; né le altre chiese – Sant’Alberto dei Bianchi, il Salvatore, Sant’Orsola, San Giuliano – le sono da meno. Parimenti suggestivo, in pieno centro, poi, è il Palazzetto Majorana, che ridesta il ricordo del celebre “ragazzo di via Panisperna”, sparito nel nulla in circostanze mai chiarite. Poco più in là, San Michele, chiesa oggi non più officiata, è il regno della “nuova fisica” di Antonino Zichichi, che di Majorana può essere giustamente considerato l’erede naturale.

            A colpire l’attenzione, ancora, sono un singolare bassorilievo, destinato a segnalare la chiesa nella quale, di volta in volta, si celebravano le Quarantore, nonché i numerosi bandi vescovili d’Indulgenza, incisi nel marmo e collocati sotto alle edicole devozionali, delle quali l’intero paese è costellato: c’è da credere che all’inferno sia oltremodo difficile incontrare ericini. Viceversa, a distogliere l’attenzione stessa dal richiamo esercitato da questi documenti di storia locale sono gli originali tappeti realizzati a mano da Pina Parisi, nei quali tradizione e modernità trovano il giusto punto d’incontro.

            L’ultima sosta si fa al Giardino del Balio, dal quale si gode la vista del Castello di Venere e, in lontananza, delle saline verso Marsala, mentre un gruppo folkloristico, con tanto di organetto e di carrettino decorato, esegue musiche tradizionali, a beneficio dei turisti.

            Sono nuovamente a Erice, otto anni dopo, in compagnia di un numeroso gruppo di amici: ritrovo il paese così, come lo avevo lasciato, segno evidente del rispetto, che la consapevolezza del valore di ciò che si possiede ha inculcato nella popolazione. In più, pongo attenzione alla caratteristica pavimentazione stradale, fatta di riquadri di pietre, incorniciati da strisce più lunghe del medesimo materiale. Ci accompagna il professore Paolo Longo, che ci fa conoscere un personaggio straordinario: Maria Grammatico, che da ragazzina aveva carpito i segreti della pasticceria tradizionale alle monache del convento, nel quale aveva studiato. E oggi il suo locale, che propone quelle antiche specialità, fatte di pasta di mandorle, di pistacchi e di conserve di fichi e di zucca, è sempre affollato, con lei seduta alla cassa, compiaciuta di riceversi i complimenti della clientela.

Lungo la strada del ritorno, la vista di Trapani dall’alto chiarisce appieno l’etimologia del toponimo, dal greco drépanon (= falce: l’attrezzo perforatore non c’entra).

Condividi su Facebook