DOVE NAPOLI NACQUE

di Sergio Zazzera

  Deturpate da scritte amorose, tracciate con l’uso di vernice spray nera da un’«Alessia» e da un «Antonio» (desiderosi, evidentemente, di passare in qualche modo alla storia) e dedicate rispettivamente a un «Faby» e a una «Vale» (consegnati a loro volta, in maniera inconsapevole, alla memoria dei posteri), le quattro nicchie e mezza tufacee di ninfeo, nelle quali s’identifica ciò che resta della sontuosa villa di Lucullo, giacciono abbandonate sulla sommità del Monte Echia, al centro del pur grazioso e panoramico parco a verde, progettato da Donatella Mazzoleni: e dire ch’esse costituiscono l’ultima testimonianza tangibile del luogo in cui Napoli nacque[1].

Celebre buongustaio dell’antichità – per quanto fosse possibile esserlo, tra ghiri farciti, pappagallini arrostiti e garum, sorta di liquame di pesce inacidito, paragonabile soltanto assai alla lontana alla squisita colatura d’acciughe di Cetara –, il generale Lucio Licinio Lucullo s’era fatto costruire una delle sue rinomate ville, con tanto di peschiera e di viridarium ornato da piante rare, oltre che di dépendance sul sottostante isolotto di Megaride (l’odierno Borgo Marinaro), su quella collinetta, spagnolescamente promossa al rango di “monte”, il cui nome deriva dall’attributo d’Afrodite, Έυπλοία, vale a dire, protettrice della sicurezza della navigazione. Lucullo disponeva d’un patrimonio immenso, al punto che poté permettersi, oltre all’acquisto, per l’importo di ben 2.500.000 sesterzi, della villa che Caio Mario s’era fatto costruire sul promontorio di Miseno, addirittura il taglio del Monte Echia, per procurarsi lo spazio necessario all’edificazione della villa (operazione che pare gli sia costata più della villa stessa); ciò può essere sufficiente a dare un’idea di quali dovessero essere le dimensioni di quest’ultima, che più tardi fu acquisita al fisco imperiale e trasformata probabilmente, al tempo di Valentiniano III (prima metà del secolo V), in rocca, quando il territorio circostante, protetto da dirupi su tre lati, fu munito di mura sul quarto, quello orientale, per completarne la difesa.

In età angioina sul colle sorse l’oratorio di Santa Maria a Circolo e al tempo delle lotte con gli aragonesi vi furono collocate le artiglierie di questi ultimi, i quali fecero fortificare la collina e costruire la rampa che scende a Santa Maria a Cappella Vecchia; parimenti, nel 1503 le artiglierie di Pedro de Navarra, qui sistemate, furono puntate contro i francesi, rinchiusi in Castel dell’Ovo.

Peraltro, sembra che l’appellativo popolare di “Monte di Dio” debba essere ricondotto alla costruzione del monastero domenicano di Santo Spirito (1561) sul suolo donato da Ferrante Loffredo, marchese di Trevico, proprio nel momento in cui ebbe inizio l’urbanizzazione della collinetta. A proposito di tale denominazione, poi, che gli Ebrei riservarono esclusivamente alle montagne più alte, lo scrittore Erri De Luca afferma che «Montedidio esiste solo nelle Sacre Scritture ed è affidato a Gerusalemme», la quale è chiamata «Città dei sangui», proprio come Napoli, dove si venerano le reliquie di sangue di molti santi. Un terzo appellativo, ancora, la collinetta avrebbe assunto nel primo periodo delle Crociate, vale a dire, quello di Mons Mosardus, ovvero Mosardi, perché molto simile a un rilievo della Cappadocia, così denominato.

I pochi resti, dunque, cui più sopra facevo cenno, costituiscono l’ultima testimonianza tangibile dell’insediamento realizzato nell’antichità sul Monte Echia; tuttavia, già ai primi del ‘900, nel corso della demolizione d’alcune vecchie case del Pallonetto, emersero oggetti vari, fra i quali un pugnaletto d’osso, alcune conchiglie e frammenti di vasi. Nel 1962, inoltre, nella massa tufacea della collina fu individuato un ampio vano quadrato, evidentemente destinato alla celebrazione di riti religiosi, poiché dotato di un’ara, mentre qualche tempo prima, più a valle, in via Giovanni Nicotera, era stata riportata alla luce una necropoli contenente manufatti databili fra il VII e il VI secolo a.C.; senza dire che gli stessi gradini che congiungono il Pallonetto con Santa Lucia seguono sostanzialmente l’antico percorso tracciato dai naviganti greci[2].

Ad approfondire le ricerche precedenti e a farle proseguire, intorno agli anni sessanta del secolo scorso, è stato Ferdinando Ferrajoli, una delle figure più rappresentative del panorama culturale napoletano del ‘900. Nato il 9 aprile 1901 a Sant’Egidio del Monte Albino, piccolo centro della piana di Pagani, nel palazzo avito della nobile famiglia Ferrajoli, Ferdinando fu affidato dal padre, Nicola, alle cure d’uno zio sacerdote, a causa della prematura scomparsa della madre. Compiuti gli studi superiori, egli s’iscrisse all’Accademia di belle arti di Napoli, dove seguì i corsi di pittura dei maestri Beniamino Sgobbo e Raimondo D’Aronco, e dopo il conseguimento del diploma fu chiamato a insegnare in quella stessa prestigiosa istituzione.

L’incontro con l’insigne archeologo Amedeo Maiuri determinò l’emersione del suo vero interesse, quello per l’archeologia, cui egli dedicò tutta la sua vita e tutte le sue energie. Il primo incarico ch’egli ricevette fu quello della ricostruzione grafica della pompeiana Villa dei Misteri, cui seguirono quelli dei rilievi relativi agli scavi di Ercolano, con la ricostruzione grafica dei singoli edifici – dalla villa dei Pisoni, alla Casa sannitica, a quella dell’atrio a mosaico – e ancora ai rilievi di Stabiae, a quelli capresi, di Villa Jovis, di Damecuta e del Palazzo a mare, curati sempre personalmente, in maniera meticolosa. A lui fu affidata anche la ricostruzione grafica del Ciaurro di Marano, quella della Napoli greco-romana – nella quale egli compì le significative scoperte, delle quali s’è detto –, nonché dei recenti rinvenimenti di Paestum e di Velia: e anche qui la sua presenza sui luoghi da rappresentare fu costante. La sua formazione artistica, poi, fece sì che luoghi e cose che costituivano l’oggetto del suo lavoro prendessero anche vita nelle scene da lui dipinte con le tecniche più diverse, non esclusa quella dell’affresco, ch’egli impiegò anche nella decorazione delle mura domestiche, così, come quella dell’olio, cui egli ricorse per dipingere l’acropoli di Cuma, ma anche il paesaggio cavese, che costituisce un richiamo alle sue origini, o l’immagine di sant’Antonio di Padova realizzata per il suo paese natale, e perfino le decorazioni delle ante dei mobili di casa. Peraltro, la sua attività di disegnatore non trascurò neanche la cartografia, mentre quella di pittore non disdegnò il restauro, da quello della tela della Madonna delle Grazie, nell’omonima chiesa napoletana in piazza Cavour, a quello della giordanesca Madonna del Rosario, custodita nell’abbazia di Sant’Egidio del Monte Albino, fino a quello dell’edicola della Madonna di Piedigrotta, posta nei pressi della sua casa napoletana di Santa Maria a Cappella Vecchia, da lui completamente ridipinta, perché troppo danneggiata.

I suoi multiformi interessi umanistici e artistici lo spinsero a legarsi alle figure di maggiore spicco della cultura napoletana, da Benedetto Croce a monsignor Giovan Battista Alfano, a Massimiliano Vajro, maestro del giornalismo cittadino. Nella sua attività di scrittore, poi, egli dedicò la propria attenzione ai castelli di Napoli, da Castel dell’Ovo a Castel Sant’Elmo, facendo convergere i risultati conseguiti in una documentata pubblicazione (I castelli di Napoli, Napoli, L’Arte tipografica, 1995 [rist.]), che affianca quella sulla Napoli monumentale (Napoli, Gallina, 1968), impreziosita dai suoi disegni, e, ancora, Napoli. Bellezze e testimonianze storiche (Napoli, Gallina, 1987) e Le fratrìe della Napoli greco-romana (Napoli, Gallina, 1986); e tutti tali temi costituirono pure l’oggetto della sua attività di conferenziere, i cui risultati sono confluiti nel volume Passeggiate napoletane, pubblicato postumo (Napoli, edizioni del Delfino, 1975).

Fra le direttrici degl’interessi e delle attività del Ferrajoli s’inserisce anche quella della progettazione, espressa fra l’altro nella realizzazione dell’altare di san Gerardo Majella, nella chiesa napoletana di Sant’Antonio a Tarsia, del quale egli dipinse pure l’effigie per la chiesa della Madonna di Fatima, nella cittadina di Pagani.

Il matrimonio con la contessa Filomena Minichini, discendente del pio vescovo di Tessalonica, mons. Angelo Antonio Scotti, introdusse Ferrajoli a Procida, della quale egli dipinse e disegnò gli ambienti più suggestivi, non trascurando di rivolgere l’attenzione ad aspetti della storia locale, primo fra tutti l’identificazione del palazzo del Conservatorio delle orfane con il castello di Giovanni da Procida. Ancora una volta i risultati delle sue ricerche confluirono in una fortunata guida storico-artistica, e anche qui egli strinse amicizia con le figure più significative della cultura locale, da Arcangelo Esposito a monsignor Luigi Fasanaro. La profonda esperienza acquisita nel settore dell’archeologia gli agevolò la scoperta, nel luglio del 1950, della necropoli romana di Ciraccio, che sfata il mito d’una Procida disabitata in età romana, mentre il suo interesse per la progettazione architettonica lo indusse a ideare la trasformazione della chiesa di Santa Margherita nuova in Cattedrale della Concordia, aderendo a un disegno del francescano padre Blandino della Croce, cappellano dei detenuti politici fascisti. In tale progetto egli profuse con generosità tutte le proprie energie, operando come sempre sul campo e vagheggiando un risultato come quello da lui stesso dipinto; risultato cui non si pervenne, per gli ostacoli frapposti di fatto dallo stesso padre Blandino.

Ferdinando Ferrajoli lasciò questo mondo l’8 marzo 1975; a ricordarlo, un busto bronzeo, opera dello scultore Antonio Lebro, è stato collocato nella sede napoletana del Circolo artistico politecnico, che ospitò numerose sue conversazioni, così come una lapide è stata posta sulla facciata della sua casa napoletana di Santa Maria a Cappella Vecchia e un’altra su quella della sua casa procidana in via Marcello Scotti[3].

I primi risultati delle ricerche da lui compiute nel 1962 sul Monte Echia furono pubblicati da Ferrajoli sul periodico Il Rievocatore, al quale egli collaborò, insieme con (fra i tanti) Maria Annecchino, Giuseppe Calì, Domenico Capecelatro Gaudioso, Ada Murolo, Nicola Pirovine e Antonio Uliano. Fondato nel 1950 da Salvatore Loschiavo, bibliotecario della Società napoletana di storia patria, che lo diresse fino al 1983, anno della sua morte, quando gli subentrò Antonio Ferrajoli, figlio di Ferdinando, Il Rievocatore ha assunto la funzione di portavoce della cultura “non ufficiale” di Napoli. In tal senso la testata è venuta a contrapporsi alla Napoli nobilissima, fondata, a sua volta, nel 1892, da Riccardo Carafa, Giuseppe Ceci, Luigi Conforti, Benedetto Croce, Salvatore Di Giacomo, Michelangelo Schipa e Vittorio Spinazzola, con l’intento di scrivere una storia topografica e artistica della città di Napoli e con il fine dichiarato di contribuire alla «conservazione, al rispetto, al miglioramento di tutto quel che rappresenta il nostro patrimonio antico». La rivista ha proseguito la sua pubblicazione, per iniziativa di Roberto Pane dapprima, e poi del figlio Giulio, mantenendo sempre una connotazione spiccatamente élitaria, anche più dell’Archivio storico per le province napoletane, organo ufficiale della Società napoletana di storia patria, che, curato dal 1899 al 1932 da Benedetto Croce, ospita contributi di tutti i soci, tra i quali sono annoverati anche cultori non professionali degli studi storici.



[1] Dei rinvenimenti di Monte Echia riferisce, in prima persona, F. Ferrajoli, Passeggiate napoletane, Napoli 1975, p. 3 sgg.

[2] Illustrano i profili urbanistici di Palaepolis P. Gunn, Napoli un palinsesto, tr. S. Rea, Napoli 1971, p. 48 sgg.; C. De Seta, Storia della città di Napoli dalle origini al Settecento, Roma-Bari 1973, p. 3 sgg.; M. Napoli, Napoli greco-romana, Napoli 1996 (rist.), p. 21 sgg.

[3] La biografia di Ferrajoli è stata redatta da D. Cristiano, Ferdinando Ferrajoli, Napoli 2000.

 

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