«NON PASSA LO STRANIERO!»

di Sergio Zazzera

 

Autore materiale del «Bollettino della Vittoria», inciso nel bronzo ricavato dalla fusione delle artiglierie catturate al nemico ed esposto in tutte le caserme e i municipi d’Italia[1], è il capo dell’ufficio stampa del Comando supremo dell’Esercito italiano, generale Domenico Siciliani. Viceversa, artefice di quella vittoria, che concluse per l’Italia la “Grande guerra”, è il generale napoletano Armando Diaz[2].

Nato il 5 dicembre 1861 nella cittadella militare che sorgeva ai margini di Castelnuovo, da una famiglia d’origine spagnola e d’antiche tradizioni militari, Diaz rimane orfano all’età di 10 anni. Ammesso all’Accademia militare d’artiglieria di Torino, consegue il grado di capitano nel 1890, e cinque anni dopo sposa Sarah De Rosa. Dal 1895 al 1916 è assegnato quasi esclusivamente allo Stato Maggiore; nel frattempo, nel 1899 è promosso maggiore, nel 1905 tenente colonnello, e dopo alcuni anni passa alla Divisione di Firenze come Capo di Stato Maggiore. Ferito nel 1912 in Libia, è nominato generale di Brigata; due anni dopo è promosso generale di Divisione, e ancora, nel 1917, generale di Corpo d’armata, conseguendo la medaglia d’argento, per essere rimasto ferito subito prima di Caporetto. L’8 novembre 1917, nominato Comandante supremo della Difesa, in sostituzione di Luigi Cadorna, si limita a dichiarare: «Assumo la carica di Capo di Stato Maggiore, e conto sulla fede e sull’abnegazione di tutti» e organizza la resistenza sul monte Grappa e sul Piave. Godrà della stima di Lloyd George e di Painlevé, e addirittura, a seguito d’un incontro occasionale con Vittorio Emanuele III, otterrà grande fiducia dallo stesso, il quale, vantandosi, dirà di lui: «L’ho tirato fuori io, è una mia scoperta» e giungerà a conferirgli il collare dell’Ordine supremo della SS. Annunziata (quello che nell’immaginario popolare napoletano rendeva “cugini del re”). Al termine del conflitto, rimane in servizio per un anno e si dimette all’inizio dell’avventura fiumana, che si rifiuta di riconoscere, mentre vanno peggiorando anche i disturbi delle vie respiratorie, dai quali è affetto. Nel 1918, dopo la Vittoria – relativamente alla quale, con grande modestia, egli proclamerà: «Non un uomo ha vinto, ma un popolo» –, diviene senatore del Regno, per nomina regia, e nel 1921 gli è conferito il titolo di Duca della Vittoria. Benché contrario alla marcia su Roma, partecipa come ministro della Guerra al primo governo Mussolini, in seno al quale avvia la riforma delle Forze armate; quindi, dimessosi il 30 aprile 1924, è nominato Maresciallo d’Italia, grado espressamente ripristinato per onorare i comandanti dell’esercito nella prima guerra mondiale, e si ritira a vita privata. Nel 1925 sarà lui a sollecitare l’amministrazione comunale napoletana, perché sia completato e destinato a sacello funerario dei caduti in guerra il Mausoleo di Posillipo. Muore il 29 febbraio 1928 a Roma, dov’è sepolto nella basilica di Santa Maria degli Angeli.

 

            Parallelamente al titolo ducale, del quale lo ha insignito il re, la città di Napoli decide di donare al generale Diaz una villa. Rispetto a un’altra sita a Posillipo, propostagli in alternativa, egli sceglie quella che sorge in fondo al viale che, lasciandosi a monte via Aniello Falcone, è contrassegnato dal civico n. 249 e passa al di sotto del ristorante D’Angelo, costeggiando gli odierni campi da tennis, e che prende oggi proprio la denominazione di viale privato Diaz. è da ritenere che la scelta sia stata determinata anche dalla relativa vicinanza di villa Salzano, dove vive la figlia Anna con la sua famiglia, che si trova appena un centinaio di metri più a valle, alla confluenza di via Tasso nel corso Vittorio Emanuele. Si tratta d’un edificio bianco, dell’altezza di tre piani, oltre allo scantinato sottostante, preceduto da un cortile con fontana e circondato da un ampio terrazzo-giardino panoramico, attraversato da vialetti costeggiati da lecci, robinie, ligustri e pini marittimi, che sorge su parte del terreno che, donato da Ferdinando I alla moglie morganatica Lucia Migliaccio, quale parte integrante della villa Floridiana, era spettato in sede di divisione ereditaria ai Grifeo, figli di secondo letto di lei, e che, attraverso un percorso di stradine e scalette, permette di raggiungere direttamente la villa di Anna[3].  

Della vita quotidiana di villa Diaz, Edoardo Salzano, figlio di quest’ultima, ricorda in particolare le feste estive che vi si svolgevano, «a cui partecipavano, il Principe ereditario Umberto di Savoia (che poi divenne Umberto II, il “re di maggio”) e la sua bella moglie alta e dagli occhi cerulei, Maria José», con «i grandi fuochi artificiali che le coronavano».

            Né questa è l’unica manifestazione di gratitudine che Napoli rivolge all’eroe suo figlio, ché a lui è intitolata la strada che congiunge via Toledo con piazza Matteotti, dove sorge il palazzo della Posta centrale, nel quale lavorava il funzionario Giovanni Gaeta, in arte E.A. Mario, autore de La leggenda del Piave, che di lui celebra le gesta, mentre sul lungomare di via Caracciolo è fatto erigere nel 1936 il monumento equestre, positivamente apprezzato dall’artista futurista Guglielmo Roehrssen, opera dello scultore Francesco Nagni e dell’architetto Gino Cancellotti, sul cui alto basamento è riprodotto il testo del «Bollettino della Vittoria».



[1] Comando Supremo, 4 Novembre 1918, ore 12. La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 Maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso Ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuna divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatre divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX corpo d’armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, dell’VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perdute quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecento mila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinque mila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. Firmato Diaz.

[2] A Diaz sono dedicati il “cammeo” di M. Mangini, Dal cortile del Maschio Angioino alla battaglia di Vittorio Veneto, in Il Rievocatore, aprile-giugno 1968, p. 7 sg., e quello di G. Ansaldo, Sovrani e Generali, Napoli 1996, p. 40 sgg.

[3] Sulla villa, cfr. M.L. Margiotta - P. Belfiore, Giardini storici napoletani, Napoli 2000, p. 156; Y. Carbonaro - L. Cosenza, Le ville di Napoli, Roma 2008, p. 353 sg.

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