DIAVOLI IN CONVENTO

di Sergio Zazzera

 

           Se nella sua Italienische Reise (pubblicata postuma nel 1886) Goethe si limita a definire Napoli «un Paradiso», viceversa, il primo ad avere delineato della città l’immagine d’un «Paradiso abitato da diavoli» sembra che fosse stato, già nel secolo XVI, Bernardino Daniello, commentatore di Dante, seguito nei secoli successivi dal polacco Luca da Linda, da Louis Moréri, da Antoine-Augustin Bruzen de La Martinière , e via dicendo, tutti passati in rassegna con estrema attenzione da Benedetto Croce[1]. L’ossimoro, che tanta fortuna mostra d’avere avuto fino ai giorni nostri, ha in realtà vistosa connotazione iperbolica, il che non toglie, tuttavia, che, stando a tutta una serie di leggende – che poi non è possibile neanche dire fino a qual punto siano realmente tali –, qualche diavolo “in carne e ossa” parrebbe essersi trovato, quanto meno, di passaggio per questa città, nella quale magari si ha il pudore esorcizzante di non chiamare col suo nome il “diavoletto di Cartesio”, preferendo dargli l’appellativo di Cicchignacco ‘int’â butteglia, ma non quello di battezzare col nome di diavulille i peperoncini piccanti e perfino i confettini multicolori impiegati per decorare gli “struffoli” natalizi; del resto, pure tra i personaggi della Cantata dei pastori – natalizia anch’essa –, della quale altrove s’è detto, figura una buona dose di diavoli, senza i quali, peraltro, la venuta di Cristo sulla terra non avrebbe avuto neanche molto senso.

Quando parlo di demoni in transito per Napoli, poi, sia chiaro che mi riferisco a una casistica d’episodi di vessazione, possessione e ossessione, diversa da quella riportata dagli studi specialistici, come la pioggia di lapilli del Vesuvio nella campagna senese, nel 1794, o i casi di possessione riferiti dall’esorcista padre Carlo Amirante (Soverato 1852 - Napoli 1934), i quali presentano una spiccata somiglianza con quella che gli studi medesimi indicano come avvenuta in altre località e, quindi, non costituisce per Napoli una peculiarità. 

            L’esistenza del demonio (meglio, dei demoni) è data pressoché per scontata[2], non soltanto dalle Scritture canoniche (soprattutto da quelle neotestamentarie, ma anche dal libro di Giobbe), bensì perfino dal Corano: a narrare della ribellione a Dio di quegli Angeli, però, è soltanto la prima Lettera di san Pietro (1,2,4), mentre a precisare ch’essi furono puniti perché avevano voluto farsi simili all’uomo, avendo rapporti con la donna, è esclusivamente l’apocrifo veterotestamentario di Enoch (77,1 sgg.). Come che sia, ogni civiltà – da quelle primitive a quelle del bacino del Mediterraneo; da quelle orientali a quelle mesoamericane – ha avuto ben definita l’immagine di un δαίμων malefico, antitetica a quella delle divinità benefiche, quale che ne sia il nome: Satana, Beelzebub, Diabol (!), Ah Puch, Dala-Rakshaya, Meslam-ta-e-a, oggetto d’attenzione del teologo, da una parte, e, dall’altra, dell’antropologo.

Per quanto, poi, qualcuno si mostri convinto del contrario, il diavolo ha un nome anche a Napoli: in primo luogo, Farfariello, che figura perfino nell’Inferno dantesco (22,94) e il cui nome sembra derivi dal francese farfadet (= diavoletto) o farfouiller (= scompigliare), e, poi, ma con minore diffusione, Tentillo (evidente diminutivo di «tentatore»), Zefierno (< [Lu]cifero + ‘Nfierno), Racecótena e Mazzamauriello; e si crede, per lo più, che sia possibile evocarlo, facendo ruotare la sedia su un piede o la forchetta su un rebbio[3].  

            Non è il caso di riaprire qui l’antica vexata quaestio del sesso degli Angeli – e, a fortiori (per usare un termine caro ai giuristi), di quello dei diavoli –; basterà accennare che, sebbene essi, in quanto entità spirituali, siano asessuati, tuttavia, nelle opere d’arte essi stessi – e particolarmente i secondi, che qui c’interessano – sono raffigurati solitamente con sembianze maschili, al pari di quell’entità infernale, che, dipinta un tempo su una parete d’un palazzo di via Donnalbina, riaffiorava in superficie, ogni qualvolta si fosse tentato d’imbiancare quel muro. E, sia detto incidentalmente, questa stessa zona sarebbe stata teatro d’un episodio, che sembra preludere all’Urfaust goethiano, poiché la leggenda vuole che il Palazzo Penne, in piazzetta Teodoro Monticelli, fosse stato fatto erigere dal nobile Antonio da Penne nel 1409, per farne dono alla donna che amava, previa stipula del patto di cessione della propria anima al diavolo-costruttore.

Tuttavia, in sembianze femminili il demonio si manifestò a sant’Antonio Abate e, del resto, anche nel primo atto del Parsifal di Richard Wagner, Gurnemanz definisce le abitanti del giardino di Klingsor teuflisch holde Frauen (= donne di bellezza demoniaca), mentre nel secondo atto Klingsor stesso evoca Kundry con l’appellativo di Urteufelin (= arcidiavolessa).

Anche a Napoli, però, esiste un’immagine di “diavolessa” ed è quella che Leonardo da Pistoia dipinse nel 1542, su commissione del sacerdote Diomede Carafa, rettore della chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina, consacrato successivamente vescovo della diocesi di Ariano. Costui, infatti, era importunato con estrema assiduità dalla nobildonna Vittoria d’Avalos, espulsa dal famigerato convento di Sant’Arcangelo a Baiano perché rivelatasi di facili costumi (giusto per non distinguersi dalle sue consorelle di quel medesimo ritiro), alla quale – e alle cui offerte di pur gustosi dolciumi – egli resisteva con vigore parimenti estremo. Accogliendo, dunque, il suggerimento d’un frate procidano, il Carafa ordinò all’artista toscano un dipinto, che rappresentasse San Michele Arcangelo, patrono di quell’isola, il quale, notoriamente, nell’iconografia tradizionale schiaccia con un piede il diavolo; ed è evidente che fu proprio il committente a chiedere all’esecutore del dipinto di conferire al demonio i tratti fisionomici della donna che ardiva molestarlo e d’inserirvi l’iscrizione:

Fecit Victoriam Alleluia 1542. Carafa

vistosamente allusiva al nome di lei, dove il verbo fecit sembra proprio poter essere tradotto in lingua napoletana, alla lettera, l’ha fatta, nel senso di: «l’ha sconfitta», riferito al Principe degli Angeli. È per questa ragione che una donna di notevole bellezza, ma d’altrettanto notevole crudeltà, suol essere apostrofata a Napoli con l’appellativo di ‘o diavulo ‘e Margellina. 

La notte sul 4 maggio 1696, nella Casa dei Girolamini, in via Duomo, i reverendi padri furono svegliati all’improvviso dalle grida del novizio diciannovenne Carlo Mario Vulcano, il quale invocava aiuto, asserendo d’essere stato svegliato da forti rumori prodottisi nella sua cella, nella quale erano apparse anche ombre orrende. Episodi simili – colpi alle porte, lancio di pietre, danneggiamento di mobili – si ripeterono per poco meno d’un paio d’anni, senza che alcun esorcismo potesse porvi termine; alla fine, l’istituzione religiosa rimandò a casa il giovane. Nell’episodio si sarebbe potuto ravvisare razionalmente, tutt’al più, un fenomeno di Poltergeist; si scoprì, però, che s’era trattato addirittura d’un caso di “simulazione” da parte del Vulcano, che non intendeva abbracciare la vita religiosa, verso la quale viceversa la famiglia lo aveva spinto; e forse, proprio perché si trattò d’un caso simulato, potrebbe non essere del tutto irragionevole ricondurlo per altro verso all’opera del demonio, cattivo consigliere del giovane, il quale evidentemente (epperò, mal gliene incolse) riponeva fiducia nella vasta diffusione delle leggende e delle credenze demoniache a Napoli.  

            Delle prediche del sacerdote gesuita Francesco de Geronimo si prendeva spesso gioco tale Caterina, pubblica peccatrice napoletana, contestandone in maniera particolare le affermazioni circa l’esistenza dell’inferno. Precipitata accidentalmente dalla finestra di casa, il 4 aprile 1704, costei si schiantò al suolo, priva di vita. Il santo sacerdote, avuta notizia dell’accaduto, accorse e, avvicinatosi al cadavere della donna, ne prese la mano nella sua e domandò: «Caterina, dove sei adesso?»; la morta si rialzò e con voce disperata rispose: «Nell’inferno!», cadendo subito dopo nuovamente distesa al suolo.  

            Qualche anno dopo l’episodio appena riferito, Farfariello tornò nuovamente a far avvertire la propria presenza a Napoli. Il luogo prescelto fu, questa volta, la Casa provinciale dei Padri della Missione, sulla piazza dei Vergini, annessa alla splendida chiesa vanvitelliana, il cui interno ellissoidale arieggia le linee di quella romana di Sant’Andrea al Quirinale. Nel 1712, infatti, un sacerdote fiammingo donò una stampa incollata su tela, raffigurante il Crocifisso, nella cui parte inferiore è visibile l’impronta di due mani che hanno bruciato la carta, la tela e addirittura la cornice, al superiore della Casa della Missione di Firenze, padre Giuseppe Scaramelli, il quale la portò con sé a Napoli, quando vi fu trasferito, poco tempo dopo. Orbene, si vuole che quell’impronta fosse stata lasciata dalle mani d’una signora defunta, la quale sarebbe apparsa al suo amante, che pregava per lei, gridando: «Non pregare per me, perché sono già dannata!» e poggiando sul quadro le mani, che avevano provocato la bruciatura, forse per testimoniare la veridicità della sua affermazione. L’immagine – che sembra abbia colpito, nel 1726, l’attenzione di sant’Alfonso Maria de’ Liguori, al punto d’indurlo ad abbandonare l’avvocatura per il sacerdozio – ha assunto a Napoli la denominazione popolare di «quadro dell’anima dannata»[4].  

            L’antidoto al demonio, si sa, è costituito dall’esorcismo, e non da quello extracanonico, eseguito, secondo modalità più o meno truffaldine, da ‘nciarmature, bensì da quello, ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa, in particolar modo dopo l’episodio della visione demoniaca apparsa al pontefice Leone XIII al termine della celebrazione della messa, che lo indusse a scrivere il testo d’un esorcismo, che fu inserito nel Rituale Romanum e ch’egli stesso recitava ogni giorno ed esortava i vescovi e i sacerdoti a recitare. E l’esorcismo ufficiale è praticato da sacerdoti appositamente abilitati, tra i quali spiccano per particolare esperienza molti napoletani (io stesso ne ho conosciuto uno al Vomero, scomparso quasi ottantenne all’alba del terzo millennio), da quel padre Girolamo da Napoli, ch’esercitò a Piacenza intorno al 1611-12, fino, per venire ai giorni nostri, al vescovo emerito d’Isernia Andrea Gemma (Napoli 1931).

            Celebre fra gli esorcisti napoletani del secolo passato è stato, però, il sacerdote Dolindo Ruotolo (Napoli6 ottobre 1882 - 19 novembre 1970), della congregazione dei Padri della Missione, del quale si racconta che, di fronte a un demonio particolarmente refrattario ai suoi ordini, cominciò a flagellarsi con una corda, infliggendo allo stesso un dolore tale, che lo costrinse ad abbandonare la sua sventurata vittima. Orbene, la singolarità che concerne don Dolindo è costituita dal fatto che la sua adesione al movimento “modernista”, strenuamente avversato dalla Chiesa dei suoi tempi, fece sì che non soltanto egli fosse sospeso a divinis e sottoposto al giudizio del Santo Officio, con l’accusa d’essere un «eretico formale e dogmatizzante», ma addirittura che, dopo l’esito negativo della perizia psichiatrica che fu eseguita su di lui, fosse espulso dalla congregazione della Missione e sottoposto – guarda un po’ – a un esorcismo[5].



[1] Cfr. B. Croce, Un Paradiso abitato da diavoli, Milano 2006, p. 11 sgg.

[2] Ancor oggi: cfr. G. Ferrari, Il fenomeno del satanismo nella società contemporanea, in Ianuarius, 1998, p. 452 sgg.

[3] Quanto alla figura del diavolo, oltre al classico J.A.S. Collin de Plancy, Dizionario infernale, Genova 1989 (rist.), si legga l’esauriente analisi che compie, nel tempo e nello spazio, A.M.. Di Nola, Il diavolo, Roma 1999 (rist.).

[4] Su tutti gli episodi qui riferiti, poi, si leggano, fra i tanti, G.B. Alfano, Lo spiritismo…questo mistero, Napoli 1955, p. 256 sgg., e M. Buonoconto, Napoli esoterica, Roma 1996, p. 54 sg.

[5] Sul sacerdote Ruotolo, cfr. il volume autobiografico: D. Ruotolo, Amore, Dolindo, Dolore, Napoli 2007.


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