ATTRAVERSO L’ ITALIA – COMO

 

di Sergio Zazzera

 

 

            Esistono, un po’ dovunque, città che soffrono di un complesso d’inferiorità, rispetto ad altre vicine ad esse, più grandi ed evolute di loro, e lo manifestano, ad ogni pié sospinto, senza nascondersi dietro un dito. Un esempio, per tutti, è quello di Nola, rispetto a Napoli, ma anche al Nord non si scherza; e per il Nord penso a Como (rispetto a Milano, s’intende).

            Ho conosciuto la città, nel 1972, quando mi trasferii a Milano, per il mio lavoro, e vi trascorsi in albergo i primi giorni, in attesa di trovare casa nel capoluogo: la scelta su Como cadde, perché vi abitavano dei vecchi amici, i quali, all’occorrenza, avrebbero potuto darmi una mano ad ambientarmi ma non ve ne fu necessità.

La spocchia dei comaschi non mancava mai di manifestarsi, dovunque si andasse e a chiunque ci si rivolgesse, dal passante al commerciante, dall’albergatore al ristoratore; eppure, le testimonianze del passato della città – Duomo (con i due Plini, il vecchio e il giovane, sulla facciata), Broletto, San Fedele, Sant’Abbondio, Tempio Voltiano – la rendevano oggettivamente affascinante. Per non dire del fascino sprigionato dal lago, rafforzato, magari, anche dalle reminiscenze manzoniane. Stranamente, però, la gente si “scioglieva”, nel momento stesso in cui aveva cognizione del rapporto intercorrente fra l’“uomo del Sud” e quello del luogo: ricordo ancora l’accoglienza che mi riservò Egidio Caruana, titolare di una seteria, quando gli dissi che il suo negozio mi era stato indicato dalla figlia del preside del “Setificio” locale (così è chiamato l’Istituto professionale per la seta). Evidentemente, si avverte il bisogno di una “garanzia”, benché, poi, anche la persona del luogo – e perfino quella “di riguardo” –si trovi talvolta di fronte a espressioni di chiusura totale: ero stato invitato a pranzo dal primario di cardiologia dell’Ospedale Sant’Anna (genero del preside di cui sopra), il cui turno, però, si era un tantino protratto: ebbene, la ristoratrice si permise di rimproverarlo e quasi non voleva lasciarci entrare («Vede, professore, stasera il cuoco mi chiederà lo straordinario»).

            Durante il mio triennio milanese, ebbi modo di tornare a Como più volte, anche in occasione di frequenti “incursioni” in territorio elvetico; ed ebbi la fortuna di scoprire una pizzeria, sulla strada verso San Fermo della Battaglia, nella quale un napoletano si sentiva come a casa propria: tutto fu chiaro, quando appresi che il titolare si era trasferito lì da Portici ed è inutile dire che vi tornai in numerose altre occasioni.

            Sono nuovamente a Como, in compagnia di amici, nel maggio 2012: la guida che ci accompagna mi fa tornare immediatamente indietro di quarant’anni, non soltanto per i luoghi nei quali mi riconduce, ma soprattutto per la maniera brusca e scontrosa con la quale si rivolge continuamente a tutti noi. Fra l’altro, si rifiuta di condurci a Sant’Abbondio – che ritengo essere, insieme col Sant’Ambrogio milanese, tra i migliori esempi di romanico lombardo –, asserendo che «è troppo fuori mano», quasi che Como sia New York. Ci fa salire, però (bontà sua), almeno a Brunate, consentendoci di godere un panorama mozzafiato dalla carrozza della funicolare, tra le più ripide al mondo. In un momento di “libertà”, poi, riesco anche ad ammirare la “Casa del Fascio” (oggi sede della Guardia di Finanza), di Giuseppe Terragni, nella quale la fusione ben proporzionata tra cemento, ferro e vetro fa ravvisare una tra le più significative realizzazioni dell’architettura razionalista.

            Avrei voluto tornare da Caruana, ma, secondo la guida, il negozio non esisterebbe più; ripiego su Picci, in via Vittorio Emanuele II, a un passo da San Fedele, il cui arredamento fa respirare un’aria anni-cinquanta e dove riesco a trovare delle cravatte – e mia moglie delle sciarpe – dai disegni assolutamente originali. Nel fare ritorno a piazza Cavour, dove ci attende il bus, adocchio in un cantone una lapide, che sintetizza in poche righe la storia cittadina: forse, se si soffermassero a leggerla, i comaschi potrebbero riscoprire i “veri” sé stessi e smettere, una buona volta, di rappresentare il loro mito.

 

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