AI TEMPI DEL COLERA

di Sergio Zazzera

Il colera – cholera morbus, secondo la denominazione scientifica –, malattia batterica intestinale acuta, causata dal Vibrio cholerae, la cui diffusione parte dal bacino indo-asiatico e la cui sintomatologia è individuata da un saggetto anonimo della prima metà dell’’800[1] in «Colica, vertigini, calore ardente nello stomaco e nelle fauci, diarrea, vomito, ritenzione di orina, infreddamento subitaneo delle mani e de’ piedi, granchi (sic) a tutte le estremità», non s’è mai fatto eccessivo scrupolo di flagellare ripetutamente Napoli e il suo popolo[2], ponendosi in concorrenza con tutte le altre calamità naturali – eruzioni del Vesuvio e terremoti, innanzitutto – che, di quando in quando, hanno afflitto l’una e l’altro. La prima epidemia della quale si ha notizia è quella del 1562, che portò via, fra gli altri, il beato Giovanni Marinoni, sacerdote teatino, proprio mentre era intento a curare i tanti poveri infelici colpiti dal morbo, così, come – saltando i secoli –  in quella del 1826 morì l’astronomo e filosofo valtellinese Giuseppe Piazzi, anch’egli sacerdote teatino, direttore dell’Osservatorio astronomico di Capodimonte.

Tra le più violente manifestazioni epidemiche del colera – qualificato «malattia versipelle» in epoca assai risalente, per la sua idoneità a sottrarsi a formulazioni diagnostiche precise – nel Napoletano, la prima a essere ricordata è quella che, aggravata dal terremoto del 20 novembre 1836, si sviluppò a più riprese fra il 1835 e il 1837 e fece registrare la media giornaliera d’un centinaio di casi nel capoluogo, con il valore assoluto di ben 6.200 morti, fino all’inverno del 1836 (quando se ne manifestò la massima virulenza, che fu definita «forte del colera»)[3], e di oltre 21.000 casi, dei quali i due terzi mortali, fra il 13 aprile e il 26 settembre 1837, durante la quale si diffuse per la città una “diceria degli untori”, degna di competere con quella della Milano di manzoniana memoria. A onta di quanto si potesse ipotizzare, circa i rapporti fra condizioni igieniche ambientali e diffusione del morbo, pur esploso in un primo momento in via San Bartolomeo, e subito dopo nel borgo Sant’Antonio Abate, il quartiere cittadino maggiormente colpito fu quello di Chiaja: vittima illustre di questa fase fu, oltre al generale Giovanni Battista Fardella, il pittore Anton Sminck van Pitloo, tra le figure più rappresentative della Scuola di Posillipo, la cui abitazione si trovava proprio nel vico Vasto a Chiaja.

Fin dalla fase iniziale della diffusione del morbo, nell’ottobre di tale anno, Ferdinando II fu in prima linea nei rioni più popolari della città, visitando gli ambulatori, i lazzaretti e le caserme e ordinando la distribuzione gratuita dei medicinali necessari per combattere la malattia, mentre il medico Salvatore De Renzi, direttore dell’ospedale di Santa Maria di Loreto, sperimentava con successo una terapia a base di polvere di frutto del platano orientale diluita nel vino, praticata nell’antichità da Dioscoride[4]. Al seguito del monarca si prodigarono materialmente nell’assistenza agl’infermi il missionario vincenziano Giustino de Jacobis e don Gaetano Errico, parroco di Secondigliano, poi proclamati entrambi santi, nonché la scrittrice Giuseppina Guacci Nobile (Napoli, 1807-1848), allieva di Basilio Puoti e storica di questi stessi avvenimenti[5].

Peraltro, proprio nel 1836, mentre l’autorità civile tentava invano d’indurre il clero a somministrare l’Eucaristia con l’impiego di pinzette, per ridurre il rischio di contagio, e mentre si diffondeva la falsa credenza che potessero esercitare una funzione preventiva l’acqua del Muraglione di Castellammare di Stabia e la celebre acqua ferrata di Santa Lucia (risultate, viceversa, alcuni decenni dopo, inquinate dal bacterium coli), circolò un opuscolo anonimo, che, sotto il titolo Non abbiate timore del cholera-morbus, intendeva convincere la popolazione napoletana che un siffatto timore sarebbe stato ingiustificato: «1°. Perché la paura è la più forte disposizione per esserne attaccato. 2°. Perché non è contagioso. 3°. Perché ove lo fosse, si avrebbero i mezzi per evitare il contagio. 4°. Perché è molto facile il preservarsene. 5°. Perché è pure facilissimo il guarirsene». L’ignoto autore dispensava pure suggerimenti preventivi del tipo: «Avvicinandovi ad un infermo abbiate in bocca una pietruzza di canfora, bagnatevi le mani con lo spirito di canfora, e fate bruciare nella camera del malato dell’aceto su di un ferro rovente… profumate le vostre stanze col chloruro di calce… sospendete al collo a carne nuda, a guisa di scapolare, e col mezzo di un nastro, un pezzo di rame rotondo della forma e della dimensione di una piastra facendolo combaciare con la bocca dello stomaco… ingoiate la mattina a digiuno una o due palline o globule di veratro o di rame, alternando ogni volta… con la mano e con una pezzolina di flanella fate delle frizioni di spirito di canfora, senza mescolarvi altro, su la fronte, su la nuca, intorno al collo, sul petto e sul basso ventre sino a tanto che la soffocazione, il freddo glaciale, e lo spossamento delle forze sieno cessati…». Come si vede, manca soltanto la raccomandazione riepilogativa d’affidare l’anima al Signore.

 

Don Gaetano Errico è presente anche nella successiva costituzione epidemica del 1854-55 – che fece seguito a quella del 1842, cui riuscì a scampare la poetessa abruzzese Giannina Milli (Teramo 1825 - Firenze 1888) –, durante la quale egli impegnò nell’assistenza agli ammalati tutta la sua comunità e trasformò la propria abitazione in deposito delle scorte dei prodotti di prima necessità destinati ai medesimi. La diffusione della malattia – la cui memoria è affidata questa volta a un saggio dello storico della medicina Salvatore De Renzi – fu tale, che perfino l’Abruzzo ne fu raggiunto; tra le sue vittime illustri è annoverato il fisico Macedonio Melloni (Parma 1798 - Portici 1854) e fu questa la prima delle tre epidemie che segnarono l’episcopato napoletano del cardinale Sisto Riario Sforza (Napoli, 1810-1877), il quale prodigò personalmente assistenza agl’infermi, profondendovi tutti i propri beni e contraendo, per di più, un debito per 12.000 ducati con il barone Rotschild, il quale poi rinunciò alla restituzione della somma[6].

Le due successive furono quella del 1865-66, durante la quale morì il padre del venerabile p. Salvatore Micalizzi, e quella del 1875, esplosa anch’essa nel borgo Sant’Antonio Abate, a onta del fatto che due anni prima fosse stata indetta una campagna anticolerica, nella quale si distinse, in maniera particolare, l’anatomo-patologo Angelo Maria Maffucci (Calitri 1847 - Pisa 1903), cui fece seguito quella, meno violenta, del 1878.

La più memorabile fra le epidemie di colera sviluppatesi a Napoli, fu quella, divenuta proverbiale, che si manifestò, a partire, ancora una volta, dal borgo Sant’Antonio Abate, nell’agosto del 1884, ampiamente annunciata dalla precarietà delle condizioni igieniche nelle quali la città versava: in proposito, Jessie White Mario scriveva, con riguardo al rifornimento idrico del capoluogo: «Ben si disse nel 1884 che “in Napoli il colera si beve”» e, d’altronde, proprio per fronteggiare le esigenze idriche della città, una celebre sciantosa dell’epoca, nota col prosperoso nomignolo di Tre Zizze, ritiratasi dalle scene, impegnò i propri risparmi nell’acquisto d’un terreno nel casale d’Antignano, sulla collina vomerese, nel quale fece realizzare una sorta di serbatoio per l’acqua piovana, che pose in vendita fra la popolazione. Peraltro, dal canto suo, Giustino Fortunato aveva già posto in evidenza, sei anni prima, che «…a fronte di 45.000 vani, Napoli possiede 54.000 bassi, dei quali ben 36.000 lungo le vie. E questi nondimeno, quantunque privi di luce, specialmente nei rioni della marina e su per i vicoli de’ colli, umidi e muffiti, non sono il più abietto ricettacolo della plebe napoletana. Vi è qualche cosa di molto triste, vi sono i fondaci: cortili vecchi e luridi, vicoletti senza uscita, cui di solito si accede per un androne, chiusi da alte fabbriche e mezzo nascosti quà (sic) e là in tutte le dodici sezioni. Nel fondaco, le famiglie sono come ammucchiate in camere successive, le une accanto e su le altre; non più il vantaggio di una boccata d’aria o di un po’ di spazio sul selciato della via; quasi non più l’idea della famiglia o della casa. E se ne hanno centotrenta di siffatti depositi di carne umana, dimore abituali del vizio e dell'abbrutimento, rifugi sicuri dei mestieri più nocivi, veri nascondigli della più squallida miseria; bolge in feste di quella dura eredità della plebe napoletana, la scrofola, che da sola, popola di tisici i due terzi dei nostri ospedali!».

Come che fosse, già nei primi giorni furono registrati trecento casi, oltre la metà dei quali con esito letale, divenuti 3.337 nella prima decade di settembre; al termine del periodo di diffusione, però, i morti furono quasi ottomila. Invitato dal sindaco di Pordenone a una celebrazione cittadina, il «re galantuomo» Umberto I rispose col celebre messaggio: «A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore: io vado a Napoli», il cui testo è trascritto sulla stele collocata sul Ponte della Sanità; e vi venne, l’8 settembre, dopo avere inviato contingenti di militari in aiuto alla popolazione, trattenendovisi per quattro giorni, durante i quali visitò gl’infermi ricoverati negli ospedali cittadini. A organizzare i soccorsi provvide in maniera particolare Giovanni Bovio, gran maestro della Massoneria napoletana, ricorrendo all’ausilio dei volontari della Croce Verde, accanto ai quali operarono il parlamentare Felice Cavallotti, il medico Antonio Zanfarino, avo di Francesco Cossiga, e finanche l’anarchico Andrea Costa; pure Axel Munthe, il medico svedese naturalizzato caprese, appreso l’accaduto, tornò a Napoli dalla Lapponia, dove si trovava, ponendosi a disposizione degli operatori di soccorso. E si vuole che l’epidemia sia cessata subito dopo l’esposizione pubblica dell’immagine della Madonna del Buon Consiglio, operata da suor Maria di Gesù Landi (Napoli 1861-1931), fondatrice della basilica dell’Incoronata a Capodimonte.

Anche in questo momento non mancò chi suggerì i «rimedi naturali» per combattere la malattia, nella persona del frate francescano Innocenzo Tomassi, il quale dal «real monastero di S. Chiara» scriveva: «Prima di tutto ci vuol coraggio, ed anche colpito non ti avvilire… Secondariamente, è necessario mettersi al riposo e non istancarsi; cercare di sorbire succo di limone in quantità, star digiuno e procurare di restar caldo, anche con l’aiuto di generosi vini, o meglio con ottimo cognac, centerba e rum. Infine è necessaria la nettezza e la pulizia in tutto e sempre, non come si fa da certi municipi o da alcune persone, che allo apparire del nemico si preparano a combatterlo…».

La diffusione del morbo fu maggiore nei quartieri più poveri – Porto (885 vittime), Mercato (1.507 vittime), Pendino (dove fu ordinata la chiusura d’oltre novanta, fra terranei e sottoscala: 876 vittime), Vicaria (947 vittime), in ragione dei tre quarti della casistica dell’intera città, come del resto era da attendersi –, il che rese necessaria l’elaborazione d’un piano governativo di miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, sfociato nella legge 15 gennaio 1885, n. 2892, sul Risanamento della città di Napoli, la quale però si limitò ad attuare, in accoglimento delle sollecitazioni di Matilde Serao, soltanto lo «sventramento» dell’area oggi occupata dal corso Umberto I, trascurando le altre zone cittadine a rischio[7].

Fu così che, con la puntualità d’un orologio, il morbo si ripresentò nel 1911, diffondendosi in maniera particolare nella zona del Porto e nei Quartieri spagnoli, rimasti, l’una e gli altri, nelle precarie condizioni d’igiene che li avevano sempre contraddistinti: le vittime furono 74 nella sezione Vicaria, 41 nella sezione Mercato, 5 nella sezione Pendino e 3 nella sezione Porto. I rimedi proposti furono, questa volta, salassi e clisteri, e addirittura quello, consigliato alle donne, d’intensificare i rapporti sessuali, poiché si riteneva, benché senza un valido fondamento scientifico, che la gravidanza allontanasse il pericolo di contagio. Diversamente dalla maggioranza dei medici, che aveva assunto atteggiamenti improntati ora a paura, ora a rassegnazione, ora a diffidenza, chi s’impegnò con tutte le proprie forze nella lotta alla diffusione dell’infermità fu il medico santo Giuseppe Moscati, i cui studi confluirono in una relazione, presentata all’Ispettorato della sanità pubblica, con la quale, fra l’altro, egli proponeva le opere necessarie per il risanamento della città, che però furono eseguite soltanto in maniera molto parziale.

Dell’ultimo episodio, quello del settembre del 1973, ragioni anagrafiche m’hanno reso testimone oculare e posso riferire dell’impiego della mia persona come “cavia”, da parte del personale medico della N.A.T.O., in occasione della vaccinazione somministrata nel Palazzetto dello sport di Fuorigrotta, per dimostrare ai bambini che non si provava alcun dolore (il che, in fondo, era vero), e dei timori determinatisi nelle città dell’Italia settentrionale, nelle quali mi recavo, dove mi si guardava con diffidenza e mi si chiedeva costantemente l’esibizione del certificato di vaccinazione; per non dire della pubblica ingestione di frutti di mare crudi da parte dei cozzecari di Portacapuana, davanti alla sede della Pretura, a pretesa dimostrazione della loro innocuità, benché proprio quei generi fossero accusati – a ragion veduta, direi – d’avere riattivato i focolai epidemici: stavolta, dunque, il colera a Napoli, più che bevuto, è stato mangiato. Ad ogni modo, nella specie si trattò d’una manifestazione assai più lieve del morbo (il bacillo, appartenente allo stipite El Tor, mai manifestatosi prima nel Napoletano, fu definito dagli studiosi «gracilino»), dati anche i risultati notevolmente più avanzati raggiunti dalla ricerca scientifica in materia (benché ancora qualcuno raccomandasse, pur autorevolmente, d’evitare le strette di mano), con appena duecentodue casi registrati, dei quali soltanto nove mortali; ed è singolare che, ancora una volta – e nonostante il progresso recato dall’evoluzione dei tempi –, il quartiere maggiormente colpito sia stato quello di Chiaja, con cinque casi. Ciò non impedì, tuttavia, la strumentalizzazione dell’evento, per opera, più che della stampa, di parte della classe politica locale e della criminalità organizzata, in cerca entrambe di fonti di finanziamento[8].

Sono trascorsi, ormai, i decenni, da quest’ultimo momento, e tante situazioni sono mutate, in fatto d’igiene, soprattutto pubblica, ma tante altre sono rimaste tali, quali erano, se non sono addirittura peggiorate (penso a quella munnezza, nobilitata dalla sigla «r.s.u.», e alla catastrofe esplosa all’alba del 2008, con tanto di guerriglia urbana antidiscariche): forse sarà il caso di cominciare a pensare che san Rocco, protettore dalle epidemie, «ci abbia messo la mano sua», per dirla alla maniera napoletana.



[1] Cfr. Il colera che non fa paura, a cura di L. Caruso, Napoli 1973, p. 17 sgg.

[2] Una sintesi storica degli episodi d’epidemia colerica a Napoli è compiuta da G. Gabrieli, Il colera ovvero la virgola e il punto interrogativo, in Prospettive culturali, 1976, f . 4; 1977, f . 1-2, p. 5 sgg. estr.

[3] I resti delle vittime trovarono ricovero nel cimitero delle Fontanelle: cfr. Medici napoletani. 27 secoli di storia, 100 anni di Ordine, Napoli 2012, p. 160.

[4] Ivi,  p. 164 s.

[5] Cfr. G.E. Bidera, Gli ultimi novanta giorni del 1836 ossia Il colera di Napoli, Napoli 1837; Id., I 120 giorni del 1837 ossia il riprodotto colera in Napoli, Napoli 1837; C.Malpira, Amore, religione, e cholera. Scene del cholera di Napoli, Napoli 1837; M.G. Guacci Nobile, Storia del cholera a Napoli o di alcuni costumi napoletani, Napoli 1978.

[6] Cfr. S. De Renzi, Intorno al colera di Napoli dell’anno 1854, Napoli 1854.

[7] Cfr. M. Serao, Il ventre di Napoli, Roma 2005 (rist.), p. 29 sgg.; Il colera del 1884 a Napoli nei “Ricordi” del frate francescano Innocenzo Tomassi, a cura di L. Pironti, Napoli 1985.

[8] Cfr., in breve, L. Mascilli Migliorini, La vita amministrativa e politica, in Napoli, a cura di G. Galasso, Roma-Bari 1987, p. 230.

 

8 maggio 2013

 

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