COLA PESCE

di Sergio Zazzera  

Sulla voce della stiratrice Olimpia, che nella digiacomiana Assunta Spina augura alla guardia Marcuso, ormai non più tanto giovane: «’A Madonna v’accumpagne!...», l’altra stiratrice, Michelina, aggiunge: «E Santo Nufrio peluso!…». Protettore della “terza età” (e forse, anche della quarta, e magari della quinta), infatti, Onofrio, santo eremita della Tebaide, vissuto fin verso la fine del quarto secolo o gl’inizi del quinto[1], è raffigurato, interamente rivestito della propria barba folta e lunghissima, sul portale della confraternita di Sant’Onofrio a Capuana, già sede d’uno dei celebri conservatori di musica napoletani, di fronte a Castelcapuano. Più che questo, però, il luogo deputato oggi al culto del venerabile vegliardo è la chiesa di Sant’Onofrio dei Vecchi, con annessa congrega, che sorge in una piazzetta nella zona del Sedile di Porto, alle spalle del palazzo della Borsa, e nella quale si conservano, fra gli altri dipinti, quelli raffiguranti San Vincenzo e San Giuseppe, di scuola rispettivamente del Solimena e del Vaccaro.

 

Perché il tempio dedicato al santo sorga proprio in questa località è presto – e senza difficoltà – spiegato, sol che non si perda di vista il fatto, ormai acquisito in maniera sufficiente agli studi d’antropologia, che i culti cristiani sono andati sovrapponendosi ai miti pagani, senza soppiantarli. E in realtà, a una manciata di metri dalla chiesa di sant’Onofrio, in via Mezzocannone, sulla facciata d’un palazzo, un bassorilievo riproduce le sembianze d’un altro vecchio, la cui barba lunga e folta ne ricopre interamente il corpo, mentre egli emerge dal mare camminando fra le onde: è il cacciatore Orione, emulo d’Artemide, che l’Olimpo dei Greci annoverava fra i tanti suoi abitanti.

La scultura, infatti, era stata murata in precedenza sul prospetto del Sedile di Porto, fino alla demolizione dello stesso, avvenuta in occasione dello “sventramento” della città, attuato dalla Società pel Risanamento di Napoli dopo il colera del 1884, che determinò l’apertura del corso Umberto I – il “Rettifilo” dei napoletani –, e si diceva rinvenuta durante lo scavo delle sue fondazioni. Doveva essere, dunque, proprio questa l’area nella quale il culto del mitico personaggio era radicato, tanto più che il mare, da lui prediletto, giungeva a lambirla, come si leggeva nell’iscrizione del 1742 che v’era stata apposta accanto, la quale dava conto dell’esistenza in quel posto della statio navium – vale a dire, del porto –. Quale occasione migliore di questa, allora, per innestarvi la nuova devozione? e per quanto il canonico Celano e monsignor Galante mostrino di farne coincidere l’origine con l’edificazione del tempio, avvenuta nel 1606, non credo sia troppo azzardato ammettere che, quanto meno in embrione, esso preesistesse a tale evento. Il carattere solstiziale, poi, accomuna, benché in maniera diametrale, tali due culti, ché quello pagano sfociava in solenni celebrazioni alle calende di dicembre, quello cristiano il 12 giugno[2].

 

Nessuno, però, vorrà pretendere in maniera ragionevole che il napoletano verace risponda alla domanda, di chi sia la fisionomia riprodotta nel suddetto bassorilievo, attribuendola a Orione, poiché a Napoli s’è sempre saputo che il personaggio ivi raffigurato sia Cola Pesce. La leggenda vuole che costui fosse un provetto nuotatore siciliano – «uomo marino», lo definisce il Celano –, dei tempi di Federico d’Altamura, ultimo sovrano aragonese, il quale gli aveva commesso l’incarico d’ispezionare i fondali di Cariddi, davanti a Messina, in maniera singolarissima: aveva lanciato in mare un vaso d’oro e glielo aveva promesso in premio, qualora egli lo avesse recuperato. L’impresa era riuscita, nel volgere di tre ore, quando Cola, riemerso, aveva manifestato al sovrano i quattro pericoli nei quali si era imbattuto: un fiume subacqueo dal corso impetuoso, una scogliera acuminata, dei canali che generavano vortici rapidissimi e la presenza di piovre e pescicani voracissimi. Il re aveva voluto mettere alla prova Cola, ancora una volta, invitandolo a recuperare un sacchetto di monete, che aveva lanciato in mare, un po’ come facevano i turisti con i monelli che s’aggiravano per il porto di Pozzuoli, una cinquantina d’anni fa; il nuotatore s’era tuffato, ma non era più riemerso, perché divorato dai pesci[3].

 

L’innesto di questa leggenda popolare mostra di far capo a tutta una serie di storie fantastiche, nate nel medioevo intorno a esemplari d’homo marinus, vale a dire, personaggi particolarmente abili nel nuoto, come il Gian di Procida del Decameron[4], ovvero il giovane procidano, promesso sposo di Restituta, figlia di Marino Bolgaro, governatore d’Ischia, il quale, non contento d’incontrare costei tutti i giorni, spesso si recava anche di notte a nuoto in quell’isola, per vedere almeno la casa di lei. La fanciulla, però, fu rapita da alcuni siciliani, che intendevano offrirla al re Federico II d’Aragona; ma Gianni, appreso ch’ella si trovava a Palermo, vi si recò e s’introdusse nel palazzo reale. Scoperto e fatto prigioniero, fu condannato al rogo insieme con la giovane; senonché, Ruggiero di Lauria, avuta notizia della condanna, svelò al re la vera identità dei due, e in particolare quella di Gianni, ch’era figlio di Landolfo, fratello di Giovanni da Procida. Pertanto i due giovani furono liberati e il re, fatti loro dei doni, li fece sposare e li rimandò nella loro terra.

Tale innesto sembrerebbe intervenire a complicare il rapporto fra mito pagano e culto cristiano; ma è soltanto apparenza, ché in effetti non è infrequente a Napoli la divaricazione della mitologia classica in due direzioni divergenti, l’una religiosa, l’altra leggendaria, a seconda che il dato originario sia rielaborato con finalità cultuale da una classe colta (il clero), ovvero con finalità mirabolante, in senso quasi barocco, da un ceto subalterno.

Un’ultima notazione l’epilogo della leggenda di Cola Pesce merita. Pasquale Ruocco, infatti, scrive:

Aggio ntiso, qualche notte,

mmiez’’o ffuoco d’’e llampare,

‘o lamiento ‘e Cola Pesce

ncatenato nfunn’’o mare

 

così mostrando di ritenerlo ancora vivo, benché prigioniero di Nettuno; Raffaele La Capria, viceversa, nel tentativo di rendere meno triste il finale della storia, ch’egli stesso asserisce avere raccontato più volte ai nipotini, ne conclude la narrazione, affermando: «Ma Colapesce non era morto. Insieme alla tartaruga nuotava libero nel vasto mare, seguito da un nugolo di allegri cefalotti. Era felice, lontano dalla terra, dagli uomini e dai Re». Furbo, dunque, ma anche tanto saggio, il nostro Cola.  



[1] La vita di sant’Onofrio è delineata nell’anonimo volume di Leggende del secolo XIV, 1. I Padri del deserto, Firenze 1863, p. 505 sgg.

[2] Del bassorilievo d’Orione tratta N. Della Monica, Le statue di Napoli, Roma 1996, p. 41; del relativo mito, F. Ramorino, Mitologia classica illustrata, Milano 198816, p. 114.

[3] La leggenda di Cola Pesce è narrata, innanzitutto, da B. Croce, Storie e leggende napoletane, Milano 19996, p. 298 sgg., e, inoltre, da R. La Capria, Colapesce, Napoli 1998.

[4] G. Boccaccio, Decameron, 6.5.

2 maggio 2013

 

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