IN ARTE, “CIULLA”

di Sergio Zazzera

A Napoli, città di mare, nei secoli scorsi, prima di mutarsi, più semplicemente, in città “col” mare, il Molo[1] – «uno dei posti più chiassosi della città», nell’immaginario goethiano, fatto costruire da Carlo II d’Angiò, nel 1302, ampliato da Alfonso I d’Aragona e dotato da Federico d’Altamura della «torre del fanale», rifatta, nel 1636, perché danneggiata da un fulmine –, è sempre affollato: viaggiatori, anche stranieri, appena sbarcati da qualche brigantino; vastasi in attesa d’ingaggio per lo scarico di qualche stiva; e qui un cantastorie, che narra le vicende d’Orlando e di Rinaldo; e là un mezzunaro, che raccatta i residui dei sigari gettati dai “signori”, per riciclarne il tabacco ai lazzarune, i quali se ne stanno sdraiati al sole, tutt’intorno, a fà’ l’art’’e Micalasso, fumando la loro pipa di creta; e più in là, il venditore di panini con la ricuttella; e più in là, ancora, una compagnia di saltimbanchi, che strabilia i passanti con le proprie acrobazie; più oltre, infine, il giocatore delle “tre tavolette”, attorniato da una piccola folla di provincialotti creduloni. Fra tutti costoro, issato su un carretto, trainato da un mulo tutto pell’e osse, agisce il tiramòle.  

Antenato dell’odontoiatra, in un’epoca, nella quale (con saggezza, probabilmente, maggiore della nostra) nessun titolo accademico è richiesto per l’esercizio di quell’attività, con indosso dei panni, all’apparenza, anche eleganti, ma, in realtà, unti e bisunti, il personaggio cava i denti cariati ai pazienti (anche troppo “pazienti”) che, in fila indiana, attendono il loro turno, servendosi d’una sorta di tenaglia da falegname, mezza arrugginita, che passa di bocca in bocca, al pari delle sue mani sudice, senza neanche un periodico risciacquo.  Dell’anestetico – azoto o carbocaina che sia –, dati i tempi, neanche a parlarne: tutt’al più, un sorso da una bottiglia d’acquavite di pessima qualità, sulla quale le bocche si susseguono; le grida di dolore, dunque, salgono ai cieli e bisogna fare qualcosa, perché non le si oda, altrimenti, addio clienti. Ai due lati del tiramòle, perciò, agiscono un Pulcinella, che con i suoi lazzi distoglie il pubblico in attesa dal pensiero di ciò che lo attende, e una cantante, la cui voce copre le grida, di cui più sopra si diceva; e la più celebre di queste voci è, sicuramente, quella di Giulia di Caro[2].  

Ha dieci anni, Giulia, nel 1656, l’anno della tremenda peste, alla quale, pure, riesce a scampare: ella è nata, infatti, il 13 luglio 1646, a Santa Maria Ognibene, sui Quartieri spagnoli (e non a Vieste, sul Gargano, come s’era sempre creduto, finché Ulisse Prota Giurleo non ne ha pubblicato l’atto di battesimo), da Marino, cuoco, e da Tolla Pisano, lavandaia. Napoli, città gentile, s’adopera per ingentilire perfino i nomi, e anche quelli delle lavandaie: così, Tolla è vezzeggiativo di Vittoria (Vittoriella) e analoga sorte tocca a Giulia, cui spetta quello di Ciulla.

La peste, dunque, si diceva, lascia indenne costei, ma non altrettanto la miseria, che viene al seguito di quella; una mano in famiglia bisogna pur darla e ben presto la sua vocina squillante, che risuona per quei vicoli, è ingaggiata da uno di quei tiramòle, dei quali pure s’è detto. Eccola, allora, sul carretto parcheggiato al Molo, sull’altra estremità del quale, in abito di Pulcinella – cammesóne, mezasòla e cuppulóne – c’è Cappiéllo d’oro, al secolo, Carlo Ginelli, fiorentino, maggiore di lei d’otto anni, il quale, alla fine della giornata lavorativa, dismessi quei panni, si dedica alla ben più redditizia attività di ricuttaro. Non si sa bene se innamorato di lei o delle sue grazie – Ciulla non ha soltanto una bella voce, ma anche un fisico attraente –, certo è che, giunta all’età d’appena quattordici anni, Carlo la impalma e non tarda ad assecondare l’ammirazione del folto pubblico, condividendola con esso – previo compenso, s’intende –: sembra quasi una maledizione, quella d’essere nata ‘ncopp’ê Quartiere, patria del bordello – come altrove si dirà –, senza riuscire a sfuggirne.

Il canto dei madrigali, musica “colta”, ch’ella alterna a quello delle più popolari canzonette (La sfacciata, L’aer nuovo, La varchetta), fa sì che la notino anche i “signori”, i quali, talvolta, si spingono fino al Molo con le loro carrozze: giunge, così, il salto di qualità, dalla carretta al palcoscenico: a Cappiéllo d’oro è offerta una sorta di “buonuscita” e per Ciulla cominciano, dapprima, le lezioni di canto, per conferire la giusta impostazione alla voce, e, poi, le tournées. Va da sé che tutto ciò deve, necessariamente, avere un costo e, d’altronde, la sorte della giovane è segnata: anche qui, dunque, il salto di qualità, dal lupanare all’alcova dei nobili; non a caso, i sacerdoti diaristi Innocenzo Fuidoro (pseudonimo del procidano Vincenzo d’Onofrio) e Domenico Confuorto la qualificano, rispettivamente, «Principessa del Bordello» e «puttana e canterina».

Poco più che ventenne, Giulia è impegnata, ora, nel canto del melodramma, dall’Annibale in Capua, del veneziano Pier Andrea Ziani, allo Schiavo di sua moglie e alla Stellidaura vendicata, di Francesco Provenzale, riscuotendo successo perfino presso il viceré Marchese d’Astorga, al quale dedicherà il libretto del Marcello in Siracusa, dello Ziani, firmandosi «Giulia di Caro armonica», e, alla partenza di costui, quando a sostituirlo verrà a Napoli il Marchese di Los Velez, ella tornerà espressamente da Venezia, dove si trova in tournée, per porgergli il proprio saluto (e, magari, anche qualcos’altro).

Nel frattempo, il vincolo coniugale col Ginelli è ancora valido, poiché la sua indissolubilità ne ha impedito l’inclusione nella “liquidazione” a lui riconosciuta; Carlo, però, nel 1675, muore a Novi, presso Genova, per una «sincope o goccia» (‘a gocc’’e morte dei napoletani), proprio mentre la moglie, di passaggio per uno spettacolo, si reca a fargli visita. Se si sia trattato veramente di “goccia” o d’altro, non lo s’è mai saputo; sta di fatto, tuttavia, che l’anno seguente Ciulla convola a nuove nozze, questa volta, col giovane Carlo Mazza – vezzeggiativo, Luccio –, il quale, per tal modo, ottiene ch’ella possa essere dimessa dal Conservatorio delle Pentite, alla Pignasecca, dove, nel frattempo, l’aveva fatta rinchiudere il reggente, un Capece Galeota, Duca della Regina, sembra, perché non era riuscito a entrare nelle grazie di lei. I due vanno a vivere nella villa di lui, a Capodimonte; poco dopo, però, con l’accusa d’omicidio in danno del Ginelli, il Mazza è imprigionato nel castello di Baia e, successivamente, liberato. Da questo momento, Ciulla mantiene una vita oltremodo ritirata, fino alla morte, sopraggiunta il 27 novembre 1697.  

 Nel suo Mistero napolitano, Roberto De Simone fa incontrare il personaggio di Ciulla con quello di padre Francesco de Geronimo[3], gesuita tra i più rigorosi del suo tempo, assertore di quel “teatro gesuitico”, di contenuto strettamente religioso, nel quale perfino agli eventi della natura è attribuita, di volta in volta, la connotazione di premi o di castighi divini; un teatro, dunque, lontano mille miglia da quello portato sulle scene dalla di Caro.

Nato a Grottaglie, presso Taranto, il 17 dicembre 1642, da una famiglia benestante, Francesco è il primo d’undici figli, tre dei quali ordinati sacerdoti; è affidato, fin dall’età di dieci anni, a una congregazione religiosa, dedita alle missioni, alle quali spesso partecipa; dopo gli studi in seminario, frequenta il collegio dei Gesuiti e si trasferisce a Napoli, per compiervi gli studi di teologia e quelli in utroque iure, ricevendo l’ordinazione sacerdotale, nel 1666, ed entrando, quattro anni dopo, nell’ordine gesuitico, che lo invia a Lecce, dal 1671 al 1674. Trascorso tale periodo, egli ritorna a Napoli, dove, dopo la professione solenne (1682), cura le missioni popolari, fatte sia di predicazione di piazza, soprattutto nei luoghi frequentati da delinquenti e da prostitute, che di raccolta di pubblico, per la partecipazione ai riti celebrati nella chiesa del Gesù – tra i quali, i celebri carnavalètte, omelie carnevalesche a due voci – e, particolarmente, a quelli in onore di san Ciro – patrono, fra l’altro, della sua città natale –; egli dedica, altresì, la propria attenzione anche ai carcerati, agl’infermi e ai naviganti, per i quali dà vita agli “esercizi spirituali”, trasferendosi, peraltro, in tale suo ruolo, per brevi periodi, anche nel Sannio, in Abruzzo o in Puglia. In occasione dell’occupazione austriaca del 1707, poi, la sua opera di mediazione ottiene, da una parte, che il popolo non s’abbandoni a rivolte e a saccheggi e, dall’altra, che gli spagnoli non bombardino la città. Dopo la sua morte, avvenuta a Napoli l’11 maggio 1716, egli è beatificato, il 2 maggio 1806, e canonizzato, il 26 maggio 1839; il suo corpo è esposto in una cappella della chiesa del Gesù Nuovo; già in vita, però, i suoi allievi lo avevano soprannominato «sacerdote santo».

Non si sa se tra le donne di facili costumi del suo tempo padre Francesco abbia realmente incontrato anche Ciulla, oppure no; in ogni caso, qualora l’avesse incontrata, è evidente che l’incontro si sarebbe concluso con un risultato di zero a zero.

 

Il “teatro gesuitico”, cui più sopra s’è fatto cenno, ha avuto, tra i suoi massimi esponenti, quell’Andrea Perrucci, anch’egli gesuita, il quale firma con lo pseudonimo di “dottor Casimiro Ruggero Ugone” la celebre Cantata dei pastori (1698). Oltre che per tale opera, però, egli è passato alla storia della letteratura per le sue teorie sulla riforma del teatro, assolutamente antitetiche, rispetto a quelle che, più tardi, saranno sostenute da Carlo Goldoni, esponente d’una generazione successiva alla sua (Perrucci nasce a Palermo nel 1635 e muore a Napoli nel 1704; Goldoni nasce a Venezia nel 1707 e muore a Parigi nel 1793; entrambi, per una singolare coincidenza, avevano esercitato la professione d’avvocato, prima di dedicarsi alle lettere)[4]: quest’ultimo, infatti, diversamente dal primo, è assertore d’una naturalezza e d’una spontaneità d’espressione, assolutamente lontane dallo schematismo che aveva caratterizzato la Commedia dell’arte del secolo precedente.

Anche l’assunto del Perrucci, a proposito della pronuncia dei vocaboli italiani è interessante, soprattutto per l’epoca in cui esso è formulato: egli, infatti, osserva giustamente: «Che ogni Lingua non pecchi in qualche cosa nella pronuncia non vi cade dubbio alcuno, e che nella nostra Italia non vi sia chi perfettamente parli è cosa più chiara del sole istesso».

Del Perrucci sono anche i libretti d’alcuni melodrammi: a lui, infatti, è attribuito quello del Gedeone, musicato da Nicola Antonio Porpora; sicuramente suo, viceversa, è quello, più sopra citato, de La Stellidaura vendicata, per la musica di Francesco Provenzale, la cui prima rappresentazione fu tenuta, il 2 settembre 1674, nella villa del vecchio principe Giovanni Cursi-Cicinelli, a Mergellina, con replica, addirittura, nel «Real Palazzo», essendone protagonista (guarda caso) proprio il soprano Giulia (Ciulla) di Caro.



[1] Il Molo di Napoli è descritto, nella sua essenza pittoresca, da E. Bidera, Passeggiata per Napoli e contorni, 1, Napoli 1844, p. 76 sg., 118 sgg., 134 sgg.

[2] La figura di Giulia di Caro è stata indagata da S. Di Giacomo, La prostituzione in Napoli nei secoli XV, XVI e XVII, Napoli 1968 (rist.), p. 147 sgg., U. Prota-Giurleo, I teatri di Napoli nel ‘600, Napoli 1962, p. 293 sgg., e C. Albanese, Le più belle del reame, Napoli 2000, p. 76 sgg.

[3] La personalità di san Francesco de Geronimo è presa in esame, a sua volta, da C. Stradiotti, Della vita del P. Francesco di Geronimo della Compagnia di Giesù libri due, Napoli 1719; S. Bagnati, Vita del Servo di Dio P. Francesco di Geronimo della Compagnia di Gesù, Napoli 1725; C. De Bonis, Vita del venerabile Padre Francesco di Geronimo della Compagnia di Gesù, Napoli 1747, nonché dall’anonimo Breve ragguaglio della vita del venerabile P. Francesco de Geronimo della Compagnia di Giesù, Napoli 1748.

[4] Su Andrea Perrucci e sulla sua concezione del teatro, si legga H.U. Ganz, Carlo Goldoni e Andrea Perrucci, Firenze 1963.


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