ATTRAVERSO L’ ITALIA – CATANIA

di Sergio Zazzera

 

 

            M’inventai addirittura il proverbio: “Catanesi, tutti scortesi”, quando, a giugno del 1975, mi fermai per la prima volta a Catania. In realtà, la sosta durò soltanto poche ore, in attesa dell’imbarco per Malta, ma in quelle poche ore mi passò sotto gli occhi il Gotha della villania cittadina: l’autista del bus, che mi ci aveva portato da Palermo, alla partenza mi aveva assicurato che mi avrebbe lasciato all’ingresso del porto, ma all’arrivo mi scaricò, insieme con il bagaglio, davanti al teatro Bellini, dicendo che quella era la fermata; il poliziotto che non voleva farmi entrare nel porto, perché «è ancora presto» (?!); l’agente della compagnia di navigazione che, con estremo sgarbo, si rifiutò di dirmi il nome del comandante del traghetto (ne conosco tanti e sarebbe potuto essere uno di essi, come infatti fu).

            Sono tornato più volte, e per più giorni, a Catania, fra il 2004 e il 2009, e ho dovuto ricredermi: è l’unica città della Sicilia che può permettersi di competere con Palermo, sia per bellezza oggettiva, che per gentilezza della popolazione. La prima di queste volte sono stato perfino accompagnato da un passante al negozio che vendeva i biglietti per il parcheggio; in un altro momento, ho scoperto che su alcune linee di bus il passaggio è gratuito (conservo ancora i biglietti che avevo acquistato e che non furono necessari).

            Quanto alla bellezza oggettiva della città, a fare la parte del leone è il barocco: è universalmente conosciuta la piazza del Duomo, col celebre elefante al centro e con lo splendido interno della Cattedrale, e, giusto a un passo, il pittoresco mercato del pesce. E, poi, la vicina chiesa di Sant’Agata, con la statua marmorea di san Giuda Taddeo (l’apostolo più trascurato di tutti, benché cugino di Cristo – almeno, così si dice –) che accoglie all’ingresso; quella di San Nicolò, accanto alla facoltà di Lingue, con la meridiana che ne attraversa il pavimento; le chiese di San Benedetto e di San Giuliano, in via dei Crociferi, a un passo dalla signorile via Antonino di Sangiuliano; quella di Sant’Agata alla Fornace (divieto rigoroso di fotografare), edificata nel luogo del martirio della santa, accanto all’anfiteatro di piazza Stesicoro e ai resti della chiesa dell’Annunziata. Infine, la lunga, elegante via Etnea, con la Collegiata (“Regia Cappella”), la Villa Bellini, i Quattro Canti (sì, anche qui, come a Palermo, e con l’epigrafe che indica lo spazio per l’affissione di «Leggi ed atti della pubblica autorità») e, sullo sfondo, l’Etna imbiancato. E, a proposito di via Etnea, pranzo in un ristorantino, in una delle traverse, dove mi servono una pasta c’anciòvi e ‘a muddìca davvero eccezionale. L’alloggio, viceversa, è all’hotel Nettuno, in riva al mare, con vista di albe e tramonti fuori del comune e con una gelateria “da sballo” appena fuori, sulla strada.

            Dunque, avrei dovuto pensarci prima: sarebbe stata impossibile una Catania scortese; altrimenti, il mio amico scrittore Raffaele Pisani, che si autodefinisce “napoletano a Catania”, sicuramente non sarebbe riuscito a viverci.

 

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