“AH, CHE BELLU CCAFÈ…

di Sergio Zazzera

«Ah, che bellu ccafè, sul’a Napule ‘o ssanno fa’…», cantava Domenico Modugno, ripreso a sua volta da Fabrizio de André (Don Raffaè’); e nessuno dei due si sbagliava, considerato che ormai, più o meno, in tutte le altre regioni d’Italia il caffè è una specie di sbobba alquanto sgradevole, vuoi per la scadente qualità dell’acqua, vuoi per l’imperfetta tostatura della materia prima, vuoi infine per la limitata abilità dell’addetto alla preparazione. Perfino a Venezia, dove nel ‘700 nacquero le prime goldoniane “botteghe del caffè”, Florian e Quadri non sono più in grado di reggere il confronto con il Gambrinus di piazza Trieste e Trento o con la Caffettiera di piazza dei Martiri; semmai, qualche attenzione ha meritato soltanto la passata gestione di Zanin, in Campo San Luca: insomma, vada per la cioccolata, ma il caffè proprio no. Spero anzi che non sfugga al cortese lettore come, fra tanti “scippi” perpetrati dalla Serenissima – fra i quali quelli ch’ebbero per oggetto i resti di san Marco e quelli di san Luca, giusto per citare i principali –, quello del caffè, posto in essere ai suoi danni dal capoluogo partenopeo, potrebb’essere considerato anche una sorta di Nemesi storica[1].

A Napoli, dunque, dove una peculiarità linguistica sottolinea molto opportunamente la differenza tra ‘o ccafè (vale a dire, la bevanda) e ‘o cafè (ossia il luogo in cui la si consuma), il caffè ha trovato la sua terza – e, si direbbe, definitiva – patria. Qui, infatti, in passato andavano per la maggiore locali, come il Gran Caffè Vacca, nella Villa comunale – dove cavalieri in completo pied de poule e paglietta e dame in abito lungo e cappello dalle tese larghe solevano sorbire la bevanda, mentre dalla Cassa armonica, disegnata da Errico Alvino in un leggiadro stile liberty, si levavano maestose le note della banda diretta dal mitico Raffaele Caravaglios –, o come il Caffè Calzona, nella Galleria Umberto I, o ancora come Van Bol & Feste, in piazza della Borsa, o infine come il bar Giulietta, al Vomero – la cui insegna costituiva la vistosa repassatura del vicino bar Romeo e che, per il fatto d’essere aperto ventiquattr’ore su ventiquattro, s’era guadagnato la denominazione popolare di Cafè ‘e nott’e giorno, ispirata al titolo d’una fortunata commedia di Raffaele Viviani –[2]. E sempre qui oggi una buona tazzina si può consumare, fra gli altri, anche dal “Professore”, a piazza Trieste e Trento, da Martone, a piazza Carità, e nella caffetteria vomerese Bernini, oltre che negli esercizi di Cafè do Brasil e di Mexico, sparsi un po’ per tutta la città, e – s’intende – nel già citato Gambrinus. Di quest’ultimo, anzi, fondato nel 1850 e completamente rinnovato quarant’anni dopo, quando ne divenne proprietario Mariano Vacca, meritano il ricordo, da una parte, le decorazioni pittoriche, realizzate dai più rinomati artisti dell’epoca, fra i quali Vincenzo Caprile, Vincenzo Migliaro e Pietro Scoppetta, e, dall’altra, i “v.i.p.” che lo frequentarono, da Gabriele d’Annunzio, che vi compose i versi della lirica ‘A vucchella, poi musicata da Francesco Paolo Tosti, al quarantaquattrenne Oscar Wilde, appena dimesso dal carcere di Reading, dov’era stato detenuto per fatti connessi con il suo “vizietto”, che vi s’innamorò (una volta tanto) d’una bellissima donna, fino ai coniugi Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao, che vi partorirono l’idea di fondare i quotidiani Roma e Il Mattino, oltre a Salvatore Di Giacomo e a Benedetto Croce.

A vantaggio dei meno abbienti, poi, la distribuzione della bevanda calda avveniva da parte di quei cafettiere ambulanti – celebre, fra i tanti, quel Papele d’Antignano, che soltanto in età alquanto avanzata riuscì ad aprire una botteguccia al chiuso, sulla piazzetta di quel casale –, i quali giravano per le strade, tenendola al caldo in un canestro riempito di panni di lana, al grido: «Cafè, latte e ciucculata! Cafè, ànnesa e rum!».

Alla tostatura del caffè, ancora, provvedevano le numerose torrefazioni presenti nella città, dalle quali si spandeva intorno il buon profumo del caffè abbrustolito, dalla Santo Domingo, nei pressi della Posta Centrale, a Costarica e Principe, al Vomero; non mancava, tuttavia, chi – come Pasquale Lojacono, protagonista della commedia di Eduardo Questi fantasmi – se lo “tostava da sé”, ricorrendo all’abbrustulaturo, sorta di padellone dotato di chiusura ermetica e di dispositivo di rimescolamento a manovella, da far funzionare a contatto con la fiamma viva.

Altra istituzione legata al consumo del caffè a Napoli era inoltre il café chantant, locale nel quale la bevanda era servita agli avventori seduti ai tavolini, mentre un’orchestrina, sistemata su una pedana, accompagnava il “macchiettista” o la “sciantosa” di turno. Fra questi originali ritrovi, credo valga la pena di menzionare, oltre al “Salone Margherita”, quello che il procidano Vincenzo Scotto di Ionno, trasferitosi a Napoli, gestiva nella galleria Principe di Napoli, al Museo – costruita tra il 1870 e il 1883, secondo il gusto europeo del tempo –, nel quale aveva cominciato la propria carriera Gennaro Pasquariello e in cui si esibivano, come non è difficile immaginare, anche ballerine in abiti succinti (per così dire, data l’epoca) e il macchiettista Adolfo Narciso, specializzato nel dar vita alla caricatura d’un seminarista, i cui sogni erano turbati in maniera ricorrente da bracce toste femminili. Manco a dirlo, era consuetudine che nella sala sedesse in prima fila il fratello monsignore di Vincenzo, il quale non tralasciava di protestare all’indirizzo di costui, per il carattere lascivo degli spettacoli; epperò ogni sera – come narra proprio il Narciso –, immancabilmente, egli occupava sempre quello stesso posto.

Non starò qui a tracciare la storia del caffè a Napoli, poiché vi ha già provveduto in maniera egregia il compianto Riccardo Pazzaglia, autore dei versi della canzone di Domenico Modugno più sopra ricordata; può tornare utile, semmai, la menzione di colui che ve lo portò per la prima volta nel 1614 dalla Turchia, vale a dire, il viaggiatore Pietro Della Valle, e il richiamo della periodizzazione, che scandisce, a mio avviso, tale storia e ch’è caratterizzata dall’utensile adoperato di volta in volta per la preparazione della bevanda – alla maniera nostra, beninteso, ché nessun napoletano berrebbe mai un caffè “all’americana” o “alla turca”[3] –, vale a dire, rispettivamente la “napoletana” (nella quale il caffè “scende”, e magari, per proteggerne l’aroma, sarà il caso di collocarvi sul beccuccio un coppetiello di carta, come fa il già menzionato Pasquale Lojacono), la “moka” (nella quale esso “sale”) e la macchina-espresso (nella quale esso è sottoposto a un procedimento di pressofusione). Mi limito poi a ricordare i versi che, durante il periodo fascista, Ugo Ricci dedicò alla nobile bevanda:

Che è che non è,

ogni tanto sparisce il caffè;

facendo tutti disperar

i proprietari e i commessi dei bar;

non escluse le bariste

che in generale se la vedono triste

quando perdono la giornata

perché non le viene conteggiata

come è successo la settimana passata.

Onde finisce che, stando corrive,

col bisogno che non si discute,

naturalmente fanno cose cattive

e si rovinano pure la salute.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

 

e ancora (a memoria, peraltro, come me li tramandò mio padre, e con la speranza che il mio ricordo sia esatto) quelli che qualcun altro (forse Diego Calcagno?), a sua volta, scriveva:

Quando Vittorio era soltanto re,

c’era grande abbondanza di caffè;

da quando è stato fatto imperatore,

del caffè s’è sentito sol l’odore.

Poi, diventato re dell’Albania,

anche l’odore se n’è andato via

e, se conquisterà qualche altro Stato,

ci toglieranno pure il surrogato.

 

Del resto, anche il caffè dell’immediato dopoguerra fu paragonato alla «tintura di Jodio in bagnomaria» da Totò, che lo definiva una «ciofeca».

Né peraltro possono essere sottovalutati i benefici che – sistema nervoso a parte – possono trarsi dal consumo del caffè: dall’apparato cardiovascolare a quello gastrointestinale e a quello epatobiliare, a detta di qualche medico, il corpo umano non può che trarre vantaggi; beninteso, sempre che non si ecceda nell’assunzione della bevanda[4].

Concludo, infine, con la menzione dell’istituzione tutta napoletana del “sospeso”, la cui natura paramutualistica, singolarmente affine a quella della “borsa cieca” delle questue, consiste nel fatto che trattasi d’un caffè pagato anticipatamente dall’avventore d’un bar, perché possa essere consumato, successivamente e gratuitamente, da un qualsiasi altro avventore non abbiente, magari anche sconosciuto a lui; è consuetudine altresì che il destinatario di tale modica donazione, da lui richiesta mediante pronuncia della formula rituale («C’è un “sospeso”?»), faccia seguire per lo più l’assunzione della bevanda dalla pronuncia della giaculatoria: Ah, frisc’all’ànem’ô Priatorio, della quale sono evidenti destinatari i congiunti trapassati dell’ignoto donante, tuttora in fase d’espiazione delle colpe commesse durante la vita terrena.

 



[1] Sul caffè a Napoli, si legga il gustoso saggio di R. Pazzaglia, Odore di caffè, Napoli 2004.

[2] Sui locali napoletani, cfr. F. Passananti, I caffè storici di Napoli, Roma 1995, e L. Mancusi Sorrentino, Il caffè, in Il caffè. Segreti, riti, tradizioni, Napoli 1997, p. 137 sgg.; sul café-chantant in particolare, S. Lori, Il varietà a Napoli, Roma 1996, p. 10 sgg.

[3] Sulle preparazioni “alternative” del caffè si legga il servizio L’altro caffè, in La Repubblica , 14 ottobre 2007, p. 46 sg.

[4] Cfr. P.M. Franco, Il caffè, in Il Rievocatore, maggio-giugno 1972, p. 25 sg.

 

 

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