“BÙVERO”

di Sergio Zazzera

Forse già prima del secolo XII, venne emergendo nella Penisola la borghesia, classe d’individui – i burgenses, per l’appunto – che non poteva vantare quei titoli e quel “sangue blu”, che spettavano alla nobiltà, né era contrassegnata dal “sigillo di Melchisedech” che caratterizzava il clero, però, diversamente dal proletariato, era dotata di mezzi economici di tutto riguardo: sembra che, per primo, l’imperatore Lotario III abbia introdotto la consuetudine di far precedere l’adozione di certe decisioni dalla consultazione, oltre che dei nobili e dei chierici, anche dei giudici, esponenti proprio del mondo borghese.

            Ma il boom della borghesia fu determinato dall’affermarsi dei “liberi Comuni”; né le cose sarebbero potute andare diversamente, ché quello fu anche il momento della fioritura dell’economia monetaria, di qualcosa, cioè, ch’era in dominio proprio di quella classe sociale, costituita da nobili decaduti, familiari di chierici arricchitisi al seguito di costoro e contadini liberatisi dalla servitù della gleba. E il maggiore avversario di questa classe fu, manco a dirlo, proprio il proletariato, che poteva avere più di qualche ragione per invidiarla, anche perché l’emersione d’una borghesia di proprietari terrieri si collocava in posizione di diretto antagonismo rispetto a esso. Ma a mandare in crisi seriamente la borghesia fu l’avvento delle Signorie, che reintrodusse un regime feudale, dal quale fu giocoforza che rimanesse tagliata fuori quella classe sociale, che non era né carne, né pesce; a salvarsi – ma giusto a titolo personale – furono soltanto quelli, tra i suoi esponenti, che riuscirono a farsi cooptare dalla nobiltà: segno, questo, di quanto la svalutazione avesse colpito quest’ultima ormai dall’interno.

            La rinascita della borghesia – nel senso di quel «Terzo Stato» che in seno agli Stati Generali convocati nel 1789 a Versailles preluse alla rivoluzione – fu favorita dal centralismo statale, introdotto dagl’ideali dell’Illuminismo, e proprio di questa classe fu opera l’unificazione nazionale, pilotata attraverso l’imposizione d’alcuni orientamenti politici, dal suffragio ristretto alla preferenza per la tassazione indiretta e all’accentuazione della “questione meridionale” e del centralismo statale, cui s’è appena accennato.

            I vocaboli «borghesia» e «borghese», poi, sono derivati dal sostantivo primitivo «borgo», che, generato a sua volta dal germanico Burg, esprime, con riferimento all’eta medievale, un agglomerato abitativo ubicato tra le mura più antiche della città e quelle di nuova realizzazione ovvero un centro rurale fortificato, dotato d’autonomia giuridica.

 

            Anche Napoli ha avuto – e tuttora ha – i suoi borghi[1], a designare i quali provvede il vocabolo bùvero, d’evidente derivazione da quello della lingua nazionale (e c’è anche chi lo traduce, in maniera scherzosa, nell’improbabile francese bouvre), così come il burgensis napoletano è ‘o buvarése. Questi borghi, poi, sono entità assolutamente differenti dalle “borgate” romane, che hanno dislocazione suburbana, mentre essi sono perfettamente conurbati e sono essenzialmente due; un terzo potrebb’essere il Borgo Marinari, che però i figli di Partenope non avvertono come tale e si limitano a definire genericamente Santa Lucia, omologandolo al territorio circostante.

 

            Il primo è oggi ‘o Bùvero, per antonomasia, ma nasce come Bùver’Ôrito, vale a dire, il Borgo Loreto, esteso, di fronte all’area portuale, nello spazio compreso fra il corso Garibaldi e il nuovo ospedale di Santa Maria di Loreto, addentrandosi fino alla linea ferroviaria della Circumvesuviana[2].

Qui nel secolo XVII era alquanto fiorente l’arte della ceramica, e qui nacque nel 1689 Antonio Giustiniano (spesso indicato erroneamente come Giustiniani), trasferitosi appena diciassettenne a San Lorenzello, nell’alta Valle Telesina, per intraprendervi l’attività di ceramista, che lo rese famoso. Discendente di lui fu Nicola, che riportò quell’attività nella capitale nel 1752, trasferendosi nuovamente in quel medesimo rione, in via Marinella[3]. In questa medesima località, poi, Francesco Mastriani (Napoli 1819-1891) ambientò il suo romanzo Ciccio il pizzaiolo del Borgo Loreto (1886).

Ciò che del borgo si vede oggi è cosa ben diversa da quel ch’esso stesso era prima della seconda guerra mondiale: il suo, infatti, fu uno “sventramento” determinato, non già da un’esigenza di “risanamento” (che pure avrebbe dovuto essere avvertita), bensì dalla crudeltà della guerra. Dal bombardamento del 4 dicembre 1942, infatti, che centrò la nave militare Muzio Attendolo, fino a quello del 17 luglio 1943, passando attraverso l’esplosione della Caterina Costa (25 marzo 1943), il quartiere fu completamente raso al suolo. A rimanere distrutti furono anche la chiesa di Santa Maria di Loreto, fondata nel 1565 dal sacerdote don Giovanni de Tapia, e – particolarmente a seguito dei bombardamenti del 7 e dell’11 dicembre 1942 – il contiguo ospedale, fondato nel 1834, che aveva sede nel conservatorio annesso al suddetto luogo sacro: la ricostruzione del quartiere, ospedale compreso, è avvenuta, in maniera assolutamente anonima, dopo la metà del secolo scorso e di essa può meritare qualche attenzione, semmai, per la sua originalità, soltanto il “Palazzo della Fontana”, realizzato fra il 1967 e il 1972 da Enrica Scaramella.

 

            Il secondo bùvero è quello ‘e sant’Antuóno, poiché questa è la formula con la quale in maniera sintetica la lingua dei napoletani designa sant’Antonio abate, ovvero di Vienna, eremita egiziano, per distinguerlo dall’omonimo taumaturgo di Padova. E dire che in Francia ha preso il nome di Bourg-St.-Antoine, addirittura, la città, originariamente denominata Motte-St.-Didier, dove si conservano le reliquie del santo. Quello napoletano si estende da via Foria, alle spalle della chiesa intitolata al santo, fino a piazza San Francesco di Paola, su un’area caratterizzata dalla presenza d’un popolare mercato di generi alimentari e d’abbigliamento, piccola Vuccirìa napoletana. La chiesa era affidata all’ordine dei frati Ospedalieri, dediti in maniera particolare alla cura dell’herpes zoster, comunemente detto dai napoletani ‘o ffuoco ‘e sant’Antuóno. La terapia ch’essi praticavano a chi n’era affetto prevedeva l’impiego del grasso di suini, ch’essi stessi allevavano, tant’è che il volgo, ritenendoli sacri, li definiva beati porci. Un maialino, anzi, è presente anche nell’iconografia tradizionale del santo, il che lo ha reso protettore degli animali: è per questa ragione che nel suo giorno festivo i cavalli sono condotti, con collane di taralli sospese al collo, innanzi alla chiesa, dove ricevono la benedizione, dopo il compimento di tre giri propiziatorî intorno alla stessa. Al bastone, poi, che il santo regge nella statua che, custodita nel Duomo, è esposta all’interno della chiesa il giorno della sua solennità, è legato un campanello, che in un passato anche recente era fatto tintinnare dai bambini che ancora non parlavano, perché si riteneva che così avrebbero acquistato la parola.

 

            Per tornare ora al discorso sulla borghesia, il giornalista e scrittore Mario Pagano pone l’interrogativo sulla costanza del «silenzio-assenza della borghesia napoletana», nei momenti di “crisi del sistema” cittadino[4]. A voler analizzare almeno i più significativi fra tali momenti, però, non può dirsi che la realtà corrisponda sempre a quella che Pagano prospetta. Sembra ormai acquisito, invero, che nel 1647 quella che s’instaurò a Napoli fu una “respublica di togati”, vale a dire, di borghesi, così, come radici analoghe ebbero quei “circoli” dai quali scaturì la rivoluzione del 1799. Residua l’episodio di “mani sulla città” della metà del secolo passato, dal quale nessuno può contestare che realmente la borghesia napoletana sia stata assente (se non addirittura presente “dalla parte sbagliata”). Ma forse ciò è significativo della degenerazione di quella sorta d’“armata Brancaleone”, prodotta dalla fusione tra nobiltà decaduta, famiglie di chierici ed ex-servi della gleba, che le aveva dato origine e di cui s’è detto in apertura di discorso, il che vale a renderne chiara la natura di fictio; la quale poi, proprio perché tale, non può esistere in rerum natura.

 



[1] Degli aspetti urbanistici dei borghi napoletani si occupa C. De Seta, Storia della città di Napoli dalle origini al Settecento, Roma-Bari 1973, p. 118 sgg.

[2] Cfr. O. Nicolardi, Napoli. Cento fermate facoltative, Napoli 1958, p. 109 sgg.

[3] Dell’attività della ceramica nel borgo Loreto danno notizia N. Vigliotti - R. Pescitelli, La Ceramica di Cerreto Sannita e San Lorenzello, San Lorenzello 2007, p. 80 sgg.

[4] Cfr. M. Pagano, Caffè amaro, Napoli 2007, p. 126.

 

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