‘A BONAFFICIATA

di Sergio Zazzera

 

     C’è chi vuole che il gioco del lotto sia nato a Milano, nel 1448, chi a Genova, nel 1576, e chi a Venezia, nel 1590[1]; ma, come che sia, non v’è dubbio ch’esso si sia radicato all’ennesima potenza proprio a Napoli[2]. Qui, però, a designarlo fra il popolino è sempre circolata la denominazione di bonafficiata, la cui etimologia, dall’italiano «beneficiata» (< «beneficiare»), presenta un evidente riferimento al beneficio che deriva al giocatore dalla vincita a quel gioco; talvolta, anzi, tale appellativo si ritrova anche ridotto in afficiata[3]. E sarà il caso di segnalare pure l’esistenza del toponimo di Bonafficiata Vecchia, che designa una strada e un vicolo della Pignasecca[4], dove avveniva originariamente l’estrazione dei numeri, poi trasferita dapprima al vicolo dell’Impresa, nei pressi della chiesa di Santa Chiara, e poi  in un edificio di via Grande Archivio.  

     A Napoli il gioco del lotto prende piede nel 1682, dopo che i napoletani avevano già cominciato a effettuare giocate su “ruote” di altre città, avversati dall’autorità regia, che intendeva contrastare una siffatta forma di esportazione ante litteram di valuta in altri Stati. Soppresso dopo il terremoto del 1688, il gioco fu reintrodotto nel 1712 e conobbe un incremento sempre maggiore, finché, a partire dal 1817, l’estrazione dei numeri fu effettuata ogni sabato. Un nuovo tentativo di abolizione del lotto, posto in essere da Giuseppe Garibaldi nel 1860, non ebbe buon esito e, sia pure con l’impiego di mezzi informatici e telematici (leggi: giocate effettuate mediante l’emissione di tagliandi da parte di stampanti digitali; estrazione dei numeri centralizzata a Roma per tutte le ruote ed eseguita con l’impiego di un elaboratore elettronico), esso prospera tuttora[5].

     All’estrazione dei numeri del lotto era collegata anche l’iniziativa benefica della dotazione delle orfane ospitate dalla Santa Casa dell’Annunziata e da altre istituzioni consimili, a ciascuna delle quali era assegnato un numero, la cui estrazione determinava l’attribuzione della dote. Tale pratica entrò in uso nel 1779, su proposta dell’Eletto del popolo don Ferdinando Lignola, e si protrasse fino a buona parte del secolo XIX[6].

      Ai novanta numeri, dai quali si estraggono ogni settimana quelli vincenti, sono associate «figure» di soggetti, oggetti, eventi, comportamenti e quant’altro: in ciò consiste la «Cabala», espressione di superstizione popolare, che connette ai sogni e agli accadimenti quotidiani, sia della vita privata, che di quella pubblica, valenza propositiva delle combinazioni di numeri da giocare. Si tratta, com’è evidente, di cosa affatto diversa dalla Kabbalah ebraica, che consiste nel potere di cambiare ogni cosa, in un percorso di rinnovamento personale, finalizzato alla realizzazione di un mutamento, non soltanto sul piano individuale, ma anche su quello globale[7]. E il “testo sacro” della Cabala è costituito dalla Smorfia, prontuario alfabetico, nel quale ciascuna  voce è affiancata dal numero di riferimento[8].

     L’alone di “sacralità”, poi, che circonda questa sorta di “scienza popolare”, ha determinato la sottoposizione del gioco del lotto al patrocinio di qualche santo, che per i napoletani è san Pantaleone e per i siciliani sant’Alessio, invocati perché inviino un sogno, dal quale sia possibile ricavare i numeri per la giocata[9]: l’interpretazione dei sogni, infatti, per il popolino è ben altra cosa, che non quella che costituisce l’oggetto degli studi di psicanalisi[10]. E, se proprio il sogno non arriva, ovvero se dall’intreccio della sua vicenda fosse difficoltoso cavare dei numeri, sarà sempre possibile il ricorso all’opera dell’“assistito”, di colui, cioè, ch’è in grado di comunicare con le entità extranaturali (che perciò lo “assistono”), dalle quali può ottenere i segnali idonei a fornire al richiedente i “numeri certi” – i quali, poi, non sempre sono tali –. Celebre, fra tutti costoro, divenne quel Luigi Callegari, il cui insolito cognome lo rese noto fra il popolino attraverso la deformazione di Cagli-Cagli, fatto vittima perfino di azioni violente da parte di chi pretendesse a tutti i costi da lui la combinazione da giocare e sicuramente non caratterizzato da quella venalità che, viceversa, connotava don Pasqualino, personaggio del Paese di cuccagna di Matilde Serao, il quale svolgeva la sua attività rigorosamente dietro compenso[11].  

     L’arte, tutta napoletana, di arrangiarsi ha determinato nel tempo lo sfruttamento dell’ufficialità del gioco del lotto a fini rigorosamente privatistici, attraverso la pratica del “gioco piccolo”, della “riffa” e della tombola.

     ‘O juóco pìcculo nasce come offerta, da parte di personaggi intraprendenti ma di pochi scrupoli, della possibilità di effettuare giocate a chi non disponga della somma minima richiesta dallo Stato. Si tratta, in altri termini, di una sorta di “sistema a carature”, nel quale un soggetto raccoglie le puntate altrui, le convoglia sulla giocata di una combinazione numerica, e distribuisce la somma dell’eventuale vincita ai partecipanti, trattenendo per sé – e qui subentra l’illiceità, che ha indotto lo Stato a reprimere il fenomeno – una percentuale dell’importo totale[12].

     La “riffa” – ovvero arrìffa, nella parlata napoletana[13] – è, a sua volta, l’assegnazione di un premio a chi abbia effettuato la puntata sul primo numero estratto di una determinata ruota; la sua organizzazione è curata – per lo più, in prossimità del Natale o della Pasqua – da privati, i quali così lucrano la differenza tra il valore del premio e l’incasso complessivo.

     La tombola, infine, è il classico gioco natalizio dei napoletani e costituisce l’applicazione a un gioco di società del meccanismo del lotto, del quale si vuole che Carlo III avesse disposto la sospensione in occasione del Natale[14]. In esso i partecipanti acquistano delle cartelle recanti ciascuna quindici numeri dei novanta inseriti in un cestino (panàro), dal quale vengono estratti, determinando la formazione delle combinazioni vincenti – dall’ambo alla tombola – sulle suddette cartelle. L’estrazione dei numeri è accompagnata, di solito, dall’enunciazione della più caratteristica tra le “figure” corrispondenti nella Smorfia (c.d. tómbola parlata[15]), e ciò soprattutto nella variante costituita dalla tómbola d’’e femmeniélle, nella quale almeno il soggetto preposto all’estrazione è un omosessuale.

     Resta da precisare che l’avversione manifestata dallo Stato nei confronti quanto meno delle prime due, tra queste forme di giochi, si è tradotta, nella normativa penale italiana vigente, nell’articolo 39 del r.d.l. 19 ottobre 1938, n. 1933, che vieta le lotterie non autorizzate.

 

     La letteratura napoletana è quanto mai ricca di riferimenti al gioco del lotto e alla propensione che il popolino manifesta verso tale pratica. Il vertice della notorietà, in tale ambito, è stato raggiunto da Non ti pago, testo teatrale di Eduardo De Filippo (1940), che ruota intorno alla vicenda di una combinazione numerica comunicata in sogno al dipendente di una ricevitoria del lotto dal defunto genitore del titolare della stessa, il quale perciò pretende l’attribuzione a sé del premio vinto dal suo collaboratore[16].

     Altri scrittori hanno rivolto, anch’essi, la propria attenzione al lotto. Così Matilde Serao dedica buona parte del suo corposo volume di racconti, intitolato Il paese di cuccagna, a tale gioco e all’immaginario che lo caratterizza, dalla tenutaria del juóco pìcculo all’“assistito” e soprattutto all’ambiente della ricevitoria, che così descrive[17]:

…don Crescenzo e i suoi due commessi, i giovani, così chiamati, malgrado che uno, don Baldassarre, avesse settant’anni… tenevano innanzi squadernato un grande registro, detto a madre e figlia, cioè col duplice polizzino giallo: vi scrivevano sopra i numeri con una grossa penna, a tre punte, per avere una calligrafia molto forte e molto chiara: e scrivendo due volte i numeri, li ripetevano macchinalmente, si vedevano le loro labbra agitarsi, pronunciando le cifre: poi tagliavano il polizzino con un colpo secco delle grandi forbici che tenevano a destra, rapidissimamente lo passavano, per farlo asciugare, nell’arena nera contenuta in una scodella di legno e lo consegnavano la giuocatore, dopo averne ritirata la moneta.  

A sua volta, Emmanuele Bidera dedica al tema alcune pagine della sua Passeggiata per Napoli e contorni, dalla fase dell’individuazione dei numeri da giocare, con l’ausilio dell’“assistito”, fino a quella dell’estrazione e della vincita[18]:

Ecco il gioco del lotto che tien vive le speranze della massima parte, che si crede una cuccagna dove ognuno si possa satollare, e si tien per fermo che se oggi è no, domani è sì… La nostra plebe modestamente, parcamente si giuoca al più la merendella la mattina, e la cenetta la sera… Una festa, un incendio, una carrozza scapolata, una serva che cade nel pozzo, un pover’uomo che si rompe una gamba può esser ben certo di dare un ambo, un terno, o quaterno ai Postieri che in numeri rossi e cubitali l’appendono poi ai botteghini… Il venerdì quando la notte è molto avanzata, e le botteghe tutte son chiuse, si veggono ancora aperti ed affollati i botteghini del lotto… 90 orfanelle sono dotate dalla munificenza sovrana col gioco del lotto, e ciascuna ha cinquanta ducati come n’esce il numero a cui va attaccato il suo nome…  

Ancora, Raffaele Colucci descrive le liti generate dalle differenti intenzioni di destinare la somma vinta, manifestate dai componenti di un nucleo familiare[19]:

La quistione è stata per l’uso che si dovea fare di un terno al lotto. Ei sosteneva di dissiparlo in cene, stravizzi e campagnate, ed io di metterlo in serbo, od impiegarlo in qualche parte… Egli vedendosi contrariato mi ha battuta.  

E perfino un toscano, come Renato Fucini, rimane colpito dai “maneggi”, cui il popolino ricorre per tentare di procurarsi una vincita al lotto[20]:

Ricorrere ad una fattucchiera, per avere i numeri del terno ed accendere il lume alla Madonna, perché sortano dall’urna, è, fra questa gente, un fatto de’ più comuni.  

Infine, Nelle sue Corrispondenze napoletane, redatte per la Rassegna Settimanale, oltre a offrire un quadro esauriente e chiaro del rapporto intrattenuto dal popolo della città con il gioco del lotto, Giustino Fortunato sofferma la propria attenzione sui danni prodotti dal juóco pìcculo[21]:

…qualunque più sudato risparmio era presto ingoiato dal lotto clandestino… …Luisella, una simpatica vasciajola, moglie di un condannato ai ferri, restò un giorno debitrice del cenciaiuolo per trentotto soldi, giuocati al lotto clandestino. Rifiutatasi più volte a pagare il debito, e perciò battuta una sera e schiaffeggiata dall’Esposito, ella andò a ricorrere al Borrelli…



[1] Cfr., rispettivamente, V. Paliotti, La nuova Smorfia, s.i.t., p. 4; P. De Sanctis Ricciardone, Nemici immaginari: esercizi di etnografia, Roma 1996, p. 117; D. Scafoglio, Il gioco del lotto a Napoli, Roma 1995, p. 7.

[2] Cfr. F. Schiattarella, La Beneficiata, Napoli 1968, p. 11 sgg.; V. Paliotti, o. c., p. 5 sgg.; D. Scafoglio, o. c., p. 7 sgg.

[3] Cfr. M. Cortelazzo - C. Marcato, Dizionario etimologico dei dialetti italiani, Torino 2005 (rist.), p. 84; S. Zazzera, Dizionario napoletano, Roma 2013 (rist.), p. 26, 65.

[4] Cfr. G. Doria, Le strade di Napoli, Milano-Napoli 19712, p. 76; R. Marrone, Le strade di Napoli, 1, Roma 2004, p. 128 sgg.

[5] Cfr. F. Schiattarella, o. c., p. 21 sgg.; D. Scafoglio, o.l. u. c.

[6] Cfr. F. Schiattarella, Maritaggi di cuccagna, Napoli s.d., p. 35 sgg.

[7] Cfr. Y. Berg, La Kabbalah e il potere di cambiare ogni cosa, tr. it., Milano 2011.

[8] La Smorfia napoletana classica è quella di G. Romeo di Luca, Nuova Smorfia. Cabala del gioco del lotto con la spiegazione dei sogni, Napoli s.d. ma 192931.

[9] Cfr., rispettivamente, S. Zazzera, Filastrocche napoletane… e altro, Roma 2005, p. 156 sgg.; G. Pitrè, Leggende, usi e costumi del popolo siciliano, San Giovanni la Punta 2002, p. 125 sg.

[10] Cfr. S. Freud, L’interpretazione dei sogni, tr. it., Roma 2010.

[11] Cfr. rispettivamente, D. Scafoglio, o. c., p. 24 sgg.; M. Serao, Il paese di cuccagna, Novara 1984 (rist.) p. 216 sgg.

[12] Cfr. M. Serao, o. c., p. 174 sgg.

[13] Cfr. S. Zazzera, Dizionario cit., p. 48.

[14] Cfr. R. Ribaud, Si nun se fa accussì, nun è Natale, Napoli 1989, p. 35 sgg.

[15] Cfr. R. De Simone, Il presepe popolare napoletano, Torino 2004 (rist.), p. 101 sgg.

[16] E. De Filippo, Cantata dei giorni pari, Torino 1998 (rist.), p. 609 sgg.

[17] Cfr. M. Serao, o. c., p. 94 sgg., 174 sgg., 211 sgg. (e partic. p. 218 sg.).

[18] Cfr. E. Bidera, Passeggiata per Napoli e contorni, 1, Napoli 1844, p. 207 sgg.

[19] Cfr. R. Colucci, Un terno a lotto, in M. Lombardi, Napoli in miniatura, Napoli s.d. (rist.), p. 413 sgg. (e partic. p. 428)

[20] Cfr. R. Fucini, Napoli a occhio nudo, Torino 1976 (rist.), p. 29.

[21] Cfr. G. Fortunato, Corrispondenze napoletane, Genova 1993 (rist.), p. 31, 53, 71 sgg.

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