ATTRAVERSO L’ ITALIA – BERGAMO

 

di Sergio Zazzera

 

 

   Bergamo è il luogo in cui “cinque sacchi di legna secca” sono hich hach hoch hech: è per questo che ho sempre pensato alla torre che accoglie il visitatore, all’uscita dell’autostrada, come a una succursale di quella di Babele.

E mi accolse, questa torre, per la prima volta, durante il mio periodo milanese: il 24 giugno 1973, ero diretto a casa di un cugino di mio padre, che vi abitava, ma, poiché quella domenica l’Atalanta giocava contro il Napoli e la mia auto era targata NA, appena entrato in autostrada, fui fermato da una pattuglia della Polizia, ignara del mio ultranoto disinteresse per il calcio, e la macchina fu perquisita, alla vana ricerca di tracchi. A questa occasione, altre ne seguirono: del resto Bergamo dista da Milano soltanto una cinquantina di chilometri.

Credo di poter includere Bergamo nel novero delle città italiane belle, ma male abitate: la ricerca della cordialità, fra i suoi abitanti – commercianti, ristoratori, semplici passanti ai quali si domandano informazioni –, è assimilabile a quella dei botti nella mia auto. Una eccezione, che ricordo ancora, dopo oltre quarant’anni, è costituita da uno dei custodi dell’Accademia Carrara, che mi autorizzò a fotografare con l’ausilio del treppiede e del lampo: inutile dire che non adoperai quest’ultimo, perché so che avrei posto in pericolo le opere d’arte fotografate.

L’Accademia Carrara: Raffaello, Lorenzo Lotto, Botticelli, il Giambellino, Francesco Guardi – a tacer d’altri –, con le loro opere, che vi sono esposte, ne fanno l’unico luogo realmente degno d’interesse della Bergamo bassa. Già, perché la città è divisa in due, in maniera netta, da una cinta muraria, che separa la Bèrghem de hura dalla Bèrghem de hóta – quella “di sopra” da quella “di sotto” –, delle quali è la prima a conquistare il palio della bellezza; e a collegarle provvede una funicolare, mentre un’altra congiunge la città alta con la collina di San Vigilio. A quell’epoca, quest’ultima era dotata di pittoresche carrozze coperte-aperte, che invogliavano a salirvi; fu così che accolsi l’invito e a San Vigilio mi fermai a colazione, vedendomi servire il peggior coniglio della mia storia di mangiatore, che nuotava in un sugo grigiastro, che Silvio Gigli buonanima avrebbe definito “di colore can-che-scappa” ovvero “singhiozzo-di-pesce”. Né posso dire di aver mangiato meglio, nelle occasioni successive, in nessuna delle due parti, delle quali la città consta: anche il dolce tipico – polenta e osèi –, sarà anche bello da vedere, ma, in fondo, è tutto fumo.

Torno, però, alla Bergamo alta e alla sua elevata concentrazione di testimonianze storiche e artistiche. Tra le prime spicca il Leone di San Marco, sulla facciata del Palazzo del Podestà, in piazza Vecchia, a ricordo dell’appartenenza della città alla Serenissima Repubblica di Venezia. Tra le altre, in primo luogo, di fronte al Battistero sempre rigorosamente chiuso, la Cattedrale intitolata a Sant’Alessandro, il cui corpo è posto sotto all’altare maggiore, in un’urna incorniciata da un pregevole paliotto d’argento, e, poi, la Cappella Colleoni, che accoglie i resti del celebre capitano di ventura, nel cui stemma l’immagine di ben precise e riconoscibili parti anatomiche vale a smentire la proposta etimologica del cognome, che lo vorrebbe derivato da cum leonibus.

Sono nuovamente a Bergamo, nella primavera del 2012, in compagnia di amici, in uno scampolo di tempo, durante un viaggio verso i laghi dell’Italia settentrionale. Entriamo nel centro storico dalla piazza Mercato delle Scarpe (che nome!); rivedo la piazza Vecchia, la Cattedrale e la Cappella Colleoni, presidiata in quel momento da un custode particolarmente sgarbato (nihil sub sole novi, dunque), mentre il Battistero continua a essere serrato. Nel frattempo, le carrozze delle funicolari sono state sostituite da altre nuove, nell’anonimo stile “napoletano”. Anche l’Accademia Carrara è chiusa, per lavori di restauro; ora, però, a metà anno 2015, circola la notizia della sua riapertura: potrebb’essere l’occasione buona per un ritorno.

                                

Condividi su Facebook