I BAGNI PUBBLICI

 di Sergio Zazzera

 

Il mondo romano fu particolarmente sensibile al problema dell’igiene personale: in un’epoca in cui era assolutamente impensabile che le abitazioni private si dotassero di bagni, poiché l’acqua corrente esisteva soltanto in mente Dei, stabilimenti termali sorsero un po’ dappertutto, e non soltanto nella Caput mundi, bensì anche in tutti i centri urbani dell’Orbe. Quanto alla città di Neapolis, anzi, tracce d’impianti di tal genere, sia materialmente visibili, che tramandate dalla letteratura, sono state individuate in piazza Bovio, nei pressi del teatro romano dell’Anticaglia, nella zona di San Nicola dei Caserti e in vico Carminiello ai Mannesi[1]: ce n’era, dunque, abbastanza, per una città di dimensioni notevolmente minori di quelle attuali.

Anche la Napoli ducale annoverò numerosi impianti del genere, il più importante dei quali era quello che il santo vescovo Nostriano (sec. V) aveva fatto costruire nell’attuale zona di San Gregorio Armeno, funzionante fin verso il XIV secolo, mentre altri erano in funzione nei pressi del monastero di Santa Chiara, a valle di San Marcellino, e nel quartiere di Capuana[2]. Peraltro, proprio in quest’ultimo secolo fu dettata una regolamentazione dell’accesso delle meretrici ai bagni pubblici, che, destinata a migliorarne le condizioni d’igiene personale, finì per aprire loro una ulteriore possibilità di esercizio del loro turpe mestiere; del resto, Giovanni Boccaccio attesta addirittura la gestione della struttura napoletana da parte di una «buona femina»[3], il che lascia immaginare quale potesse esserne la frequentazione, ex utraque parte.  

Col trascorrere del tempo, viceversa, la situazione risulta degradata: sul finire del secolo XVIII, infatti, nel descrivere la capitale del Sud, Giuseppe Maria Galanti registra che sulle rive del Sebeto «si costruiscono nell’està capannette di legno per l’uso de’ bagni, tanto opportuni al clima di Napoli. È una meraviglia che la nostra città non si distingua per gli edificj pubblici addetti a quest’uso»[4]. In altri termini, la popolazione della città aveva raggiunto un livello bassissimo di cura del proprio corpo; e si può ben dire ch’essa fosse in ottima compagnia, dal momento che l’igiene personale era tenuta in scarsa considerazione, già dal secolo precedente, perfino alla Corte di Francia[5].

Il secolo successivo, però, è segnato dal ritorno a condizioni normali di cura della persona: e invero, per quanto ancora non fosse chiara la differenza tra balneazione marina (per diporto) e bagno in vasca (per igiene)[6], verso la metà di esso aprivano i loro battenti nelle strade napoletane ben dodici stabilimenti di bagni pubblici, rispettivamente al largo Castello, alla strada Sermoneta, al vico Belledonne a Chiaja, al largo Capuana, al vico Ferri Vecchi al Pendino, alla calata San Severo al Pendino, alla calata San Marco, alla strada Sedile di Porto (addirittura due), alla calata SS. Cosmo e Damiano, al vico Avolio e alla Rua Catalana[7]. La cura di tali impianti era affidata alla Prefettura di Polizia, sia nel Decennio francese che nel Regno delle Due Sicilie. Come può apparire chiaro a chi abbia presente la topografia della città, la loro dislocazione corrispondeva, per lo più (benché non soltanto), ai luoghi nei quali si verificava movimento di forestieri, sia ch’essi provenissero dal mare, sia che giungessero per via di terra: anche le necessità di costoro, dunque, erano state tenute in considerazione dai gestori.

 

Nella prima metà del Novecento Napoli annovera ancora un buon numero d’impianti di questo genere: oltre a quello, sopravvissuto, del vico Belledonne, altri ne sono stati aperti, in via Bellini, in via Cesare Rosaroll e in via Chiatamone, nonché quello fatto realizzare dall’I.A.C.P. al Rione Luzzatti (1922-30), dotato di nove vasche e due docce[8]; il più celebre di tutti, però, è quello di piazza Cavour, gestito dal leggendario Ernesto a Furìa[9]. E ancora fino alla metà del secolo la frequentazione settimanale dei bagni pubblici era considerata alla stregua di una gita da quanti non disponevano di un bagno nella propria abitazione[10].

Accanto ai bagni pubblici, inoltre, sono nati gli “Alberghi diurni”, che offrono il servizio non soltanto di bagno, ma anche, fra gli altri, di «gabinetti di decenza, barbieri, lustrascarpe, deposito bagagli, sala scrittura»: li si trova all’interno della stazione ferroviaria di Napoli Centrale e del contiguo hotel Terminus, nonché in via Depretis, ma soprattutto nella crociera inferiore della galleria Umberto I (accanto allo storico Salone Margherita) e in piazza Trieste e Trento (il celebre Cobianchi)[11]. Sempre in quello stesso periodo (1920), un altro albergo diurno è progettato per Napoli dall’architetto Amos Luchetti Gentiloni, tecnico del comune di Roma.

Il capolinea delle Tramvie provinciali[12], che scaricavano a Napoli ogni giorno centinaia di persone provenienti dai paesi dell’hinterland, determinò la trasformazione della Casa del Fascio, posta all’incrocio fra il corso Garibaldi e il Ponte di Casanova, in un complesso di bagni pubblici (habent sua sidera…) poi convertito in sala cinematografica. Parimenti, qualche decennio dopo la nascita del nuovo rione Vomero, una struttura analoga fu istituita in via Merliani, a poca distanza da piazza degli Artisti, in una palazzina caratterizzata tuttora da un ampio arco d’ingresso.

Tuttavia, per chi non potesse permettersi di sostenere i costi dei servizi offerti da un tal genere di strutture, esistevano pur sempre i ciéss’a vviénto[13] – vale a dire, quei “vespasiani” in ghisa a forma di paravento, aperti sia nella parte alta, che in quella bassa, per consentire la circolazione dell’aria, ch’erano utilizzabili a titolo gratuito e che sono spariti dalla città press’a poco mezzo secolo fa, sebbene siano tuttora presenti in alcuni paesi (penso, per esempio, a quello installato accanto all’ingresso della villa comunale di Morcone).

 

Le mutate condizioni socioeconomiche, non soltanto della città, bensì anche dei comuni limitrofi, hanno infine determinato il venir meno d’un siffatto genere di stabilimenti: non esiste, infatti, abitazione che non sia dotata, al giorno d’oggi, di una stanza da bagno (se non due o anche tre). E se qualcuna di tali strutture sopravvive (come quella di piazza Trieste e Trento), c’è da credere che il volume della sua frequentazione si sia sensibilmente contratto.

 


[1] In termini generali cfr. U.E. Paoli, Vita romana, Milano 1990 (rist.), p. 193 sgg.; quanto a Neapolis, cfr. M. Napoli, Napoli greco-romana, Napoli 1996 (rist.), p. 196 sg.

[2] Cfr. sul primo F. Abbate, Storia dell’arte nell’Italia meridionale. Dai longobardi agli svevi, Roma 1997, p. 81, e anche sugli altri, G. Vitale, I bagni a Napoli nel medioevo, in ASPN., 2005, p. 3 sg.; 30 sgg.

[3] Decameron, III,6.

[4] Cfr. G.M. Galanti, Descrizione di Napoli, Cava de’ Tirreni 2000 (rist.), p. 210.

[5] Cfr. G. Bearzi - V. Bearzi, Architettura degli impianti, Milano 1997, p. 87.

[6] Cfr. E. Rocco, I bagni, in F. De Bourcard, Usi e costumi di Napoli e contorni, Milano 1977 (rist.), p. 765 sgg.

[7] Cfr. L. Mercadante, Trattato analitico-pratico della natura e dell’uso de’ bagni d’acqua dolce e di mare, Napoli 1845, p. 28 sg.; Manuale del forestiero in Napoli, a c. del Magistrato municipale, Napoli 1845, p. 78: come si vede, anche la Pubblica amministrazione dell’epoca era sensibile al problema dell’accoglienza dei forestieri, più di quanto non lo sia quella dei giorni nostri.

[8] Cfr. P. Belfiore - B. Gravagnuolo, Napoli. Architettura e urbanistica del Novecento   Roma-Bari 1994, p. 159.

[9] Cfr. M. Amitrano, Mi scappa la pipì, in Napolitoday, 31 maggio 2013 (all’indirizzo Internet: www.napolitoday.it).

[10] Cfr. G. Imbucci, Per una storia della povertà a Napoli in età contemporanea (1880-1980), Napoli, 1985, p. 146.

[11] Cfr. Touring Club Italiano, Guida d’Italia, 2. Italia meridionale, Milano 1927, p. 94.

[12] Sulle quali cfr. già Tramways provinciali di Napoli. Orario e regolamento di servizio, Napoli 1886, e ora A. La Gala, Quando Napoli andava in tram, Napoli 2011, p. 112 sg.

[13] Cfr. S. Zazzera, Proverbi e modi di dire napoletani, Roma 20135, p. 137.

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