“‘A TOMBA ‘E SCHINIZZE”

 

di Sergio Zazzera

 

Un’imponente costruzione grigia balza con prepotenza agli occhi di chi rivolga dal mare lo sguardo alla collina di Posillipo: è il Mausoleo dei caduti – ufficialmente, «Ara votiva per i caduti della patria» –, che accoglie le vittime dei due conflitti mondiali che funestarono il secolo passato; i napoletani, però, lo conoscono come ‘a tomba ‘e Schinizze, poiché a volerne la realizzazione fu, per ragioni e con finalità assolutamente differenti, Matteo Schilizzi, singolare personaggio della Napoli postunitaria (dove il suo cognome non tardò a subire la deformazione di cui sopra), del quale di qui a un momento si dirà quel poco che consentono le scarne notizie che di lui fornisce l’architetto Camillo Guerra jr.[1].

Nato a Livorno, da una ricca famiglia di banchieri d’origine ebraica, verso il 1861, Schilizzi – «magnifico signore e mecenate livornese», come Guerra lo definisce, benché altri non esiti a dargli, con estrema disinvoltura, dell’«ebreo megalomane» (a dispetto di che – oltre che della carità cristiana –, egli beneficherà i napoletani più indigenti, durante il colera del 1884) – lascia la sua città nel 1880, disgustato dalla profanazione della tomba di famiglia, perpetrata da ignoti ladri, e si trasferisce a Napoli, dove vive l’ingegnere Tommaso D’Angelo, suo unico amico, e dove diviene uno dei maggiori finanziatori del quotidiano Corriere di Napoli. In tale veste, egli propone a Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao di passare a questa testata dal Corriere di Roma, per il quale essi scrivono e che versa in cattive acque, al punto che, nonostante egli ne rilevi la situazione debitoria, il giornale cessa le pubblicazioni nel novembre del 1887. È a questo punto, e grazie al concorso delle energie di loro tre, che il quotidiano napoletano attua una vera e propria rivoluzione del giornalismo meridionale, assumendo una nuova veste grafica, nuove modalità di gestione e d’amministrazione e, soprattutto, nuovi contenuti – più notizie, anche dall’estero, e meno letteratura, non disdegnando, tuttavia, la collaborazione di firme, come quelle di Giosue Carducci e di Gabriele d’Annunzio –. L’atteggiamento ondivago di Schilizzi nei confronti della politica coloniale, a fronte di quello nettamente favorevole, assunto da Scarfoglio, determina, però, una situazione d’attrito fra loro, che soltanto l’invio del giornalista in Etiopia, perché svolga un’inchiesta sull’eventuale esistenza di possibilità d’espansione coloniale italiana, riesce a sanare.

 

Il tarlo della profanazione della sepoltura avita ha continuato, intanto, a lavorare nella mente di Matteo, il quale, fin dal 1881, affida la progettazione d’un mausoleo[2], destinato ad accogliere i resti dei suoi congiunti – e particolarmente del fratello Marco, morto in ancor giovane età –,  all’architetto Alfonso Guerra, figlio del pittore Camillo, accreditato presso la Casa reale ai tempi della monarchia borbonica. Il figlio di lui, Camillo jr., narra come il committente avesse imposto al padre uno stile eclettico, «al di fuori austero come i templi egizi e all’interno fastoso come le moschee arabe», con l’impiego di blocchi di pietra d’enormi dimensioni, alla maniera dei monumenti classici, definendo «il tema bizzarro, ma simpatico» e sottolineando come il genitore fosse stato costretto dall’impegno assunto «ad assentarsi per più anni dalle tendenze artistiche predominanti» e a «vivere in un mondo diverso e fra visioni più serene». Tutto ciò sollecita, peraltro, la considerazione circa la singolarità dell’abbandono, da parte del committente, delle forme artistiche più confacenti con la propria religione, che pure è tra le meno disposte a operare concessioni a schemi eterodossi, quali ch’essi siano.

L’anno seguente, Schilizzi commissiona a Guerra anche la progettazione e la realizzazione d’un grande edificio per scuderie, in piazza Amedeo; nel 1889, però, quando il monumento funerario è quasi ultimato, egli ne fa sospendere i lavori, interrompendo l’erogazione dei fondi necessari, evidentemente perché l’impegno nel settore dell’informazione e nella connessa attività politica ne assorbe tutte le energie, ma anche tutte le risorse economiche.

Convinto che il padre, morto il 15 dicembre 1920, avesse «portato nella tomba il dolore del sogno non vissuto completamente nella realtà», Camillo jr., con l’appoggio di figure di spicco della cultura napoletana, fra le quali Benedetto Croce e Salvatore Di Giacomo, nel momento in cui si comincia a temere che il Comune possa ordinare la demolizione dell’opera incompiuta, magari sotto la spinta dell’incipiente speculazione edilizia, ne propone a quella stessa amministrazione l’acquisto dall’ingegnere D’Angelo, erede dello Schilizzi, per destinarla a sacrario dei caduti, offrendosi di completarla, secondo il progetto a suo tempo redatto dal padre. Intanto, fin dal 21 ottobre 1919, è stato ufficialmente costituito un Comitato direttivo “Pro Ara votiva ai napoletani della provincia gloriosamente caduti su i campi di battaglia della recente guerra (1915-1918)”.

 

La proposta di Guerra è accolta e, nel marzo 1923, egli stesso è nominato presidente della commissione tecnico-artistica incaricata del completamento, che ha termine con la collocazione delle Cariatidi, realizzate dalla fonderia Chiurazzi su disegno dello scultore sarnese Giovanni Battista Amendola[3], che ne aveva presentato il modello nel 1883 all’Esposizione di Roma. In sede d’esecuzione dei lavori, una struttura in cemento armato sostituisce la copertura in ferro e legno, originariamente prevista; a sua volta, l’ipogeo, destinato a diventare cripta dei caduti, è ampliato e isolato dal tempio superiore, che consta di tre navate, e arricchito da decorazioni connotate da cromatismi di gusto orientale. Il portico dell’edificio, che, posto all’interno d’un parco, confinante nella parte posteriore col rione Belsito, prospetta verso piazza Salvatore Di Giacomo, è caratterizzato da quattro colonne a fior di loto, mentre la cornice che ne riquadra gli angoli riprende motivi propri di luoghi di culto tolemaici; la cupola, infine, a sesto fortemente rialzato, s’innesta al tamburo con raccordi triangolari.

Nel 1929, dal cimitero monumentale di Poggioreale sono, dunque, trasferiti nel mausoleo i resti dei caduti della “Grande guerra”, cui sono affiancati, nei successivi anni cinquanta, quelli dei caduti della Seconda guerra mondiale, compresi quelli delle Quattro Giornate di Napoli: da allora – e sono, queste, ancora le parole di Camillo Guerra jr. –, «il monumento è lì a dire con la sua voce la spontaneità della… concezione» di quel geniale architetto che fu suo padre.



[1] Cfr. M. Vajro, All’alba del 16 marzo il buongiorno si vende col «Mattino», in Il Mattino 1892-1992, Napoli 1992, p. 17 sgg.

[2] Cfr. C. Guerra, Il Mausoleo di Posillipo, Napoli 1932.

[3] Cfr. S. Zazzera, Giovanni Battista Amendola, in Il Confronto, luglio-agosto 2011, p. 14.

 

                                     

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