“ARTURO ‘NCOPP’Ô FILO”

di Sergio Zazzera

Il circo non ha mai esercitato una particolare attrattiva nei confronti dei napoletani, ma a determinare la loro diffidenza verso quest’antichissima forma di spettacolo non è stato tanto il timore che qualche animale feroce potesse in qualche modo uscire dalla gabbia e assalirli, quanto piuttosto la paura che il tendone potesse abbattersi su di essi per effetto del vento (quasi che a Napoli soffi solitamente la bora) o magari incendiarsi. È per questa ragione che nel 1865 il circo equestre Guillaume fu ospitato dal teatro Bellini, nei pressi di via Costantinopoli, e che, fino alla metà del secolo scorso, durante le festività natalizie il teatro Politeama, al Monte di Dio, si trasformava in circo: le poltrone erano rimosse dalla platea, al centro della quale era allestita la pista, e sistemate sul palcoscenico; nel cortile dell’attiguo palazzo del Tribunale militare trovavano spazio i carrozzoni e il pubblico della città poteva godersi quel variegato spettacolo, senza avvertire quel timore, che ne avrebbe distolto l’attenzione dalle esibizioni degli artisti.

In realtà, in via Chiatamone un edificio circolare ospitava la sala da spettacolo, chiamata «Diorama», tutt’intorno alla quale erano posti dei teloni, sui quali erano proiettate immagini di terre lontane. Già verso il 1883, questa struttura era stata trasformata in «Circo delle Varietà», che, trascorsa la stagione degli spettacoli circensi in senso stretto, accoglieva le esibizioni delle sciantose e delle danzatrici esotiche. Qui nel 1893 le celebri Armand D’Ary e Amina Vargas lanciarono rispettivamente A frangesa e Carcioffolà, i cui versi, scritti da Salvatore Di Giacomo, erano stati rivestiti di musica, quanto all’una da Mario Costa e quanto all’altra da Eduardo Di Capua. Sempre qui, due anni dopo furono presentate le canzoni della Piedigrotta Ricordi, con i testi di Ferdinando Russo e, ancora una volta, Salvatore Di Giacomo e le musiche di Vincenzo Valente, Mario Costa ed Enrico De Leva, eseguite da Maria Masula, Nunziatina Lombardi, Raffaele De Rosa e Giuseppe Giusti, accompagnati dall’orchestra diretta dal maestro Vincenzo Galassi. Peraltro, il circo impiegò come “maschera” Vincenzo Russo, autore dei versi di I’ te vurrìa vasà’, di Torna maggio e di Canzona bella, il quale, accomunato, oltre che nella vena poetica, anche nella gobba e nella sfortuna al più famoso Giacomo Leopardi, così arrotondava la magra retribuzione proveniente dall’attività diurna di garzone di guantaio (quando si dice il doppio lavoro: tutto il mondo, dunque, è paese, anche nel tempo, oltre che nello spazio).

In seguito, l’edificio fu acquistato dal tedesco Sigismondo Stern, che lo trasformò nel teatro Verdi; più tardi divenne Galleria commerciale Vittoria, poi, sede dell’A.C.I. e infine, dagli anni sessanta del secolo scorso, del quotidiano Il Mattino, un cui redattore di qualche decennio fa soleva ripetere che del circo ormai là dentro erano rimaste soltanto le bestie[1].

 Il pubblico napoletano, dunque, non amava il circo; non disdegnava, però, una forma di spettacolo che di questo era parente oltremodo prossima, vale a dire quella dei giochi d’equilibrio sul filo aereo, praticata da quelli che oggi sono chiamati «artisti di strada». Maestro indiscusso di quest’arte e idolo dei napoletani, nel primo trentennio del ‘900, all’incirca, era il boemo Arthur Strochenheider, «equilibrista funambolo a qualunque altezza, unico al mondo», che i perugini, addirittura – secondo la testimonianza di Silvio D’Arzo –, consideravano «un uomo preso dal diavolo». I napoletani solevano deformare il suo cognome in Struscenàje ‘nterra; le sue frequenti esibizioni cittadine incontravano grande successo, al punto ch’era nata finanche una sorta d’inno popolare a lui dedicato, che sulle note della canzone Passa la ronda, di Tullio Gentili ed Ernesto Tagliaferri (1924), si concludeva con i versi:

Arturino, mio bel fringuellino,

deh, fammi volar con te.

Lo Strochenheider, che il pubblico di Napoli non aveva tardato a ribattezzare Arturo ‘ncopp’ô filo, percorreva così il cavo d’acciaio teso fra i cornicioni di due palazzi (spesso quelli del versante meridionale di piazza Vanvitelli, al Vomero), reggendo tra le mani un’asta metallica, che fungeva da bilanciere. Lungo il percorso talvolta si sedeva sul cavo e mangiava un panino, poi, giunto all’estremità opposta a quella da cui era partito, inforcava una bicicletta priva di pneumatici e dotata d’un contrappeso nella parte inferiore, con la quale tornava al punto di partenza. Peraltro, il suo assistente-segretario, Eduardo Pataka, annunciava anche ch’egli era pronto a reggere «un uomo sulle spalle, qualora questi sia disposto a farsi portare»; solitamente, però, tale proposta non trovava accoglimento da parte dei presenti, per quanto al di sotto del cavo fosse tesa una rete di protezione, e, nei rari casi in cui era accolta, causava al temerario accettante momenti di panico non indifferente[2].

Tra la folla che assisteva alle esibizioni di Arturo c’erano due giovani spettatori molto assidui, Luigi (Gino) e Generoso Gallucci, i quali, affascinati da quello spettacolo, a un bel momento decisero che avrebbero potuto provarci anch’essi; tentarono, anzi, più volte, di coinvolgere nell’esperimento anche l’altro fratello, Vincenzo, il quale, però, assai più saggio di loro, non volle mai saperne. Cominciarono così ad allenarsi, nel giardino retrostante alla loro casa del vicoletto Trinità alla Cesarea (confinante, per una fortunata coincidenza – non si sa mai –, con la clinica Villa Albina), su una corda, tesa dapprima a pochi centimetri dal suolo, ma poi fatta salire sempre più in alto. E i loro allenamenti continuarono, finché essi non si sentirono pronti a emulare il loro modello; nel frattempo, anzi, Gino aveva iniziato a quest’arte anche il figlioletto, Elio, che nel corso dell’esibizione attraversava la corda seduto a cavalcioni sulle sue spalle.

Terminata la guerra, che aveva imposto la sospensione degli spettacoli, Generoso, di ritorno dal fronte, decise di dedicarsi ad altra attività meno pericolosa. Viceversa, Gino ed Elio – il quale, nel frattempo, era cresciuto ed era in grado, anch’egli, di camminare da solo sul cavo – ripresero le loro esibizioni, della cui attività preparatoria (sistemazione del cavo e della rete di protezione) si facevano carico essi stessi, con l’ausilio di quelle scale a innesto, adoperate anche dai vigili del fuoco e dagli operai delle società fornitrici dell’energia elettrica. E soltanto pochi anni dopo, proprio mentre Gino innestava un elemento d’una di tali scale, quella sulla quale si trovava egli stesso si ribaltò, facendolo cadere al suolo, privo di vita.

L’erede di tutti costoro sembra essere oggi il funambolo franco-tedesco Ramon Kelvink jr., “l’uomo che danza con le stelle”, il quale s’esibisce spesso insieme con Catherine Léger, canadese del Quebec; i tempi, però, sono mutati e si può essere certi che lo spettacolo non è più lo stesso.



[1] Dell’edificio di via Chiatamone scrive A. Fratta, Dopoguerra e dopo: arriva il computer e la storia continua, in Il Mattino 1892-1992, Napoli 1992, p. 219 sgg.

[2] Cfr. A. Cervellati, Questa sera grande spettacolo: storia del circo italiano, Roma-Milano 1961, p. 152 sg.; R. Carnero, Silvio D'Arzo: un bilancio critico, Novara 2002, p. 48; G. Bettoli, Pipinè, la voce di Faenza, in I sensi di Romagna, giugno 2005, p. 9.

 

13 marzo 2013

 

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