«DALLA PARTE SBAGLIATA SI MUORE…»

di Sergio Zazzera

 

Porta Capuana – meglio, Portacapuana, secondo la monoverbale forma popolare – (originariamente, Porta Campana) costituiva l’accesso alla città, attraverso la murazione aragonese, per chi vi giungesse dalla direzione di Capua. Realizzata così, come la si vede oggi, al tempo di Ferrante d’Aragona, con un rivestimento marmoreo finemente scolpito in bassorilievo da Giuliano da Maiano e affiancata da due poderose torri, essa fu affrescata nell’ampia edicola che ne sormonta l’arco dal “cavaliere” Mattia Preti, con la scena dell’Arcangelo Michele e dei santi Gennaro, Agnello e Rocco che proteggono Napoli dalla peste del 1656. L’affresco, poi reso illeggibile dalle intemperie cui era esposto, fu sostituito dapprima da un Trionfo di san Gennaro, di mano ignota, e infine da una Madonna dipinta dal pittore accademico Gennaro Maldarelli[1].

Sul lato destro della porta, guardando la facciata esterna, sorge l’elegante chiesa rinascimentale (1515 circa - 1593) di Santa Caterina a Formiello (< lat. ad formas = «accanto alle condotte», perché proprio lì accanto correva l’antico acquedotto della Bolla o del Carmignano), che l’ordine domenicano resse dal 1498 al 1809. In essa sono presenti, fra gli altri, dipinti del romano Luigi Garzi e di Paolo De Matteis e sculture di Annibale Caccavello e Matteo Bottigliero e sono custodite reliquie dei Martiri d’Otranto (i duecentoquaranta cristiani di quella città, trucidati dai Turchi nel 1480), donate a Napoli da Alfonso II d’Aragona. Quando nel Decennio francese l’ordine domenicano fu soppresso, l’attiguo monastero divenne lanificio militare – come ancora si legge sul portale d’ingresso – e il suo assetto originario fu stravolto dalla realizzazione di strutture, fra le quali le vistose ciminiere, che in ogni caso valgono a rendere evidente tuttora la presenza di questo insediamento d’archeologia industriale in pieno centro cittadino[2].

Le due torri erette ai lati dell’arco d’ingresso di Porta Capuana prendono rispettivamente il nome di «Onore», quella di sinistra (sempre guardando la facciata esterna), e di «Virtù», quella di destra; l’ipogeo della prima di esse ospita fin dal 1948 il sacrario degli Arditi.

Costoro nacquero durante la prima guerra mondiale, come corpo speciale dell’esercito italiano.  La loro istituzione era stata anticipata in qualche modo, nel 1914, dalla creazione di gruppi d’esploratori addestrati ad agire dietro le linee nemiche, all’interno di ciascun reggimento dell’esercito. Peraltro, è diffusa anche la concezione popolare, che considera formazioni antesignane degli arditi le cosiddette «Compagnie della morte», pattuglie speciali di fanteria o del genio, adibite al taglio o al brillamento dei reticolati nemici e contraddistinte dall’impiego di particolari corazze ed elmetti. Nella primavera del 1917, poi, per uscire dall’impasse determinato dalla “guerra di trincea”, per iniziativa del colonnello Giuseppe Bassi furono istituiti i primi “reparti d’assalto” autonomi, formati da veri e propri professionisti del rischio e inseriti in seno alle compagnie e ai battaglioni dell’esercito, che al tempo della disfatta di Caporetto ascendevano al numero di ventisette. E proprio questi reparti, attraverso lo sfondamento della linea del Piave, consentirono nel novembre del 1918 la vittoria finale sull’esercito austroungarico, venendo sciolti nel gennaio del 1920, per consentire la riorganizzazione dell’esercito italiano.

La divisa degli Arditi era contraddistinta da mostrine fiammate di colori differenti, a seconda della specialità (Fiamme Rosse o Cremisi = Bersaglieri; Fiamme Nere = Fanteria; Fiamme Verdi = Alpini); nel loro distintivo figurava un teschio con il pugnale tra i denti. Il loro addestramento prevedeva una preparazione atletica, finalizzata all’impiego delle armi (bombe a mano – in particolare il “Petardo Thevenot”, molto rumoroso e perciò idoneo a intimorire gli avversari –, fucile, lanciafiamme, mitragliatrice), alle nuove tattiche d’assalto e alla lotta corpo a corpo («alla giapponese»), sia con le armi, che senza. Privilegiato, poi, era il trattamento loro riservato, che prevedeva l’esonero da impegni di trincea, la somministrazione di cibo d’ottima qualità, un alloggio confortevole e una consistente indennità di rischio.

Nel dopoguerra gli Arditi, che avevano raggiunto ormai il numero di circa quarantamila, si riunirono nell’Associazione nazionale Arditi d’Italia (A.N.A.I.), fondata dal capitano Mario Carli, tra i primi ad aderire al fascismo, insieme con molti associati. Al sodalizio il regime conferì nell’ottobre del 1922 la forma di Federazione (F.N.A.I.), che meglio ne favoriva il controllo, e gli Arditi parteciparono all’impresa fiumana, ispirata da Gabriele d’Annunzio (che incontrò addirittura l’appoggio di Lenin, il quale vedeva in lui un possibile capo rivoluzionario), instaurando nella città di Fiume la «Repubblica del Carnaro», poi distrutta dall’esercito italiano, con l’ausilio d’un nucleo di squadristi fascisti, nel tristemente famoso «Natale di Sangue»[3].

L’assalto squadrista alla sede del quotidiano socialista Avanti!, consumatosi il 15 aprile 1919, scosse intanto le coscienze di numerosi Arditi, finché nell’estate del 1921 la sezione romana dell’A.N.A.I. diede vita, viceversa, per iniziativa di Argo Secondari, ex-tenente delle Fiamme nere, alla formazione degli «Arditi del Popolo», primo movimento antifascista della storia d’Italia organizzato militarmente. Nel distintivo del nuovo movimento figurava sempre il teschio, ma con il pugnale e gli occhi rossi, ed esso, con la sua contrapposizione allo squadrismo fascista, incontrò il favore di comunisti (i quali ne costituirono l’ala maggioritaria), anarchici, repubblicani e socialisti, raggiungendo il numero di ventimila aderenti all’incirca, ma anche di oltre trentamila simpatizzanti, secondo alcune stime. La sua azione più significativa si ritiene essere stata la difesa di Parma dallo squadrismo fascista nel 1922, da parte di trecentocinquanta Arditi del Popolo, alla quale seguì una dura reazione squadristica.

La nascita degli Arditi del Popolo tornò gradita all’Internazionale comunista, e ancora una volta a Lenin, il quale ne diede l’annuncio sulla Pravda; in Italia, viceversa, Antonio Gramsci assunse un atteggiamento d’osservazione e di possibile appoggio. Tra i nomi più noti delle personalità che vi parteciparono, si ricordano quelli di Riccardo Lombardi, di Giuseppe Di Vittorio e di Vincenzo (“Cencio”) Baldazzi. E c’è chi ritiene ch’essi avrebbero potuto battere il fascismo, se non avessero preso le distanze da loro i partiti democratici, e soprattutto il neonato partito comunista, il quale non s’attenne alle direttive dell’Internazionale comunista, che ne aveva sollecitato l’appoggio in maniera esplicita. È possibile ravvisare, peraltro, una forma di continuità fra gli Arditi del Popolo e la Resistenza, durante la quale alcune formazioni partigiane (come quella cui partecipò Antonello Trombadori) assunsero proprio la denominazione di «Arditi del Popolo»[4].

A Napoli, dove nel 1918, dopo la firma dell’armistizio, si trasferirono anche gli Ardi­ti di stanza in Sardegna, «la casa degli Arditi» era ospitata nella sede del fascio, posta in via Solitaria, 38, come segnala Ernesto De Angelis, in una corrispondenza al quotidiano Il Popolo d’Italia. E sempre a Napoli il sacrario più sopra menzionato mostra di voler accomunare, oggi, in un’unica memoria gli Arditi d’ambo le parti, forse, non tanto nell’ottica del Cuoco di Salò, di Francesco de Gregori, secondo cui può accadere anche che «in una bella giornata di sole / dalla parte sbagliata si muore», quanto in quella di Gennaro Jovine, protagonista dell’eduardiana Napoli milionaria, il quale proclama che «’e muorte so’ tutte eguale».

È così che la targa marmorea collocata all’ingresso dell’ipogeo di Porta Capuana – una crociera, nella quale il braccio maggiore è costituito da una ripida scalinata –, senza operare distinzioni, ricorda con perentorietà che

Qui è consacrata la memoria dei caduti

della terra - del mare - dell’aria

che combattendo per un ideale

s’immolarono onorando la Patria

 

e poi, accanto alle lapidi collocate in memoria dell’«Ardito / Fusco Giuseppe / N. 8.10.1887 M. 30.12.1951» e del «Serg. Magg. Ardito / Rago Fiorentino / caduto eroicamente su / suolo greco / 11.2.43», figurano quella dedicata al «Brig. CC. Salvo D’Acquisto / fucilato 23.9.1943 / medaglia d’oro», e perfino quella che ricorda come

 

Eroicamente combattendo contro il tedesco

durante le Quattro Giornate

della Liberazione di Napoli

caddero in olocausto di libertà

Avallone Alberto · Bramante Espedito · Conte Giacomo

Costanzo Alfredo · Fiore Armando · Mauriello Alfredo

Maddaloni Raffaele · Reale Salvatore · Romano Vincenzo

Ricci Vincenzo · Russo Gennaro

O

Gli Arditi del reparto Napoli

consacrano alla storia

il loro eroismo e la gloria

4-11-1944

 

a conferma di quella continuità fra gli Arditi del Popolo e la Resistenza, della quale più sopra si diceva. Nel che poi non può non leggersi il riconoscimento del fatto che l’“ardimento”, da qualsiasi direzione provenga, è un fenomeno sempre positivo e, dunque, gli va reso «onore», in sintonia con la denominazione che contraddistingue la torre che ospita quel luogo di memoria.



[1] Sulle vicende di Porta Capuana, si vedano G. Porcaro, Le Porte di Napoli, Napoli 1970, p. 27 sgg., e M. Cavaliere, Porte, portali e roste di Napoli, Roma 1995, p. 11 sgg.

[2] Cfr. la scheda di L. D(i) M(auro), in Napoli città d’arte, 2, Napoli 1986, p. 310 sg.

[3] Sugli “Arditi d’Italia” cfr. G. Rochat, Gli Arditi della Grande guerra: origini, battaglie, miti, Milano 1981.

[4] Sugli “Arditi del Popolo” cfr. E. Francescangeli, Arditi del popolo, Roma 2000, e A. L., Gli Arditi del Popolo, in Patria indipendente, 23 maggio 2004, p. 26 sgg.


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