MORTE DI UN ELETTO DEL POPOLO

di Sergio Zazzera

Il maestoso (benché svilito dalle trasformazioni subite) palazzo che, nel percorrere via San Giovanni a Carbonara in direzione dei Tribunali, s’incontra sulla destra, all’angolo di via Santa Sofia, appartenne ai Caracciolo di Santobuono e fu realizzato nel secolo XVII, mediante l’ampliamento d’un castelluccio, che Carlo I d’Angiò adoperava per assistere ai tornei che in quel luogo si svolgevano, e che il figlio di lui, Roberto, aveva donato nel 1309 a quella famiglia. In quell’edificio, che ai tempi d’Alfonso II d’Aragona era divenuto sede del Sacro Regio Consiglio – il Consiglio di Stato dell’epoca –, prese dimora Enrico II di Lorena, duca di Guisa, giunto a Napoli nel 1648, alla riconquista del regno, sul quale, in quanto discendente degli Angioini, riteneva di poter accampare diritti.

In realtà il Lorenese aveva creduto che fosse quello il momento propizio per tentare l’impresa, poiché, dopo l’uccisione di Masaniello, “strumento”, più che protagoni­sta o ispiratore, della rivolta, un secondo tumulto era scoppiato il 21 agosto 1647, che aveva determinato la condanna alla deportazione e poi la morte di Giulio Genoino, anima immediata di quei moti, e l’emersione di un’altra figura di capopopolo, Gennaro Annese, fautore giustappunto d’un accordo con la Francia. Un tentativo di sedare la rivolta vi sarebbe stato, con la venuta di don Giovanni d’Austria, figlio bastardo di Filippo IV, il quale viceversa fu istigato dal viceré duca d’Arcos alla repressione, il che indusse il popolo, guidato dall’Annese, a una più viva resi­stenza. Verso la fine d’ottobre, fu proclamata una singolare «Serenis­sima Real Repubblica», che anche nel nome esprimeva i limiti e le contraddizioni della rivolta e che, offertasi alla Francia, ebbe per suo doge proprio il duca di Guisa; essa fu costretta però alla convivenza con gli Spagnoli, mentre all’interno era divisa fra più partiti. Nel frattempo, il Collaterale depose il duca d’Arcos, mentre dalla Spagna giunse, il ­2 marzo 1648, il nuovo viceré, conte d’Oñate, la cui venuta, in uno con le con­giure tramate contro il Guisa – soprattutto per iniziativa di Gennaro Annese e del dottor Vincenzo d’Andrea, novello Genoino –, rese vani gli sforzi del duca medesimo di conservare in vita la repubblica stessa[1].

 

Proprio in questo scorcio di tempo, il palazzo dové assistere al vilipendio, che dalla plebe fu inscenato, del cadavere di Antonello Mazzella, procidano, eletto del popolo, la cui uccisione maturò proprio in questo clima politico[2].

Annotano infatti alcuni diaristi (Pollio, Verde, Simonetta, Campanile) che il 13 marzo 1648 la plebe in tumulto raggiunse l’abitazione del Mazzella, nei pressi del Gesù Vecchio, e vi penetrò, mentre egli attendeva alla sua attività mercantile, frattanto che la moglie e le figlie s’erano recate nella vicina chiesa, dove si celebravano le Quaran­tore. Guidavano questa folla Giuseppe (Peppe) Ricca, giovanissimo figlio di un cuoiaio della Conceria, e Francesco (Ciccio) Battimiello. L’eletto fu trascinato nel cortile del palazzo, tra le grida della gente, e fu colpito da alcune archibugiate; gli fu quindi staccata dal corpo la testa e, questa infilata su una picca e quello legato per un piede con una corda, furono trascinati fino al palazzo Caracciolo, nel quale dimorava il duca di Guisa, passando per Sant’Agnello a Caponapoli, e di qui al Mer­cato, dove furono esposti sull’Epitaffio. A trascinare il cadavere fu costretto uno dei generi del Mazzella, il dottor Carlo Censale da Vitulano, mentre parte della folla s’abbandonò al saccheggio della sua casa, che fu privata perfino degl’infissi.

 

La figura dell’eletto del popolo discendeva in maniera diretta da quella del console d’estrazione popolare, che nel corso del Ducato aveva l’incarico di provvedere, insieme con il Duca e con altri due consoli d’estrazione nobiliare, all’annona e che prese il nome di “eletto” sotto Ruggero I il Normanno. Già sotto la monarchia angioina gli eletti, i quali erano espressione dei Sedili cittadini, avevano poteri amministrativi e giurisdizionali molto ampi; durante il vicereame, poi, la sua nomina era rimessa all’arbitrio del presidente del seggio, innanzi al quale si svolgeva l’elezione degli altri componenti di quel collegio, fino a quando don Pedro de Toledo arrogò a sé stesso, non senza proteste, quella scelta. Benché definito “del popolo”, quell’eletto rappresentava soltanto il “popolo grasso”, quello cioè che, pur non appartenendo alla nobiltà cittadina, godeva tuttavia d’una condizione economica di tutto rispetto: ciò rendeva questa figura invisa, da un lato, alla nobiltà, la quale aveva in odio il popolo, e dall’altro, proprio a quest’ultimo, al quale tornavano sgraditi i privilegi dei quali il suo rappresentante beneficiava. Il Seggio del popolo fu soppresso nel 1456, quando Lucrezia d’Alagno, la nobildonna amata da Alfonso I d’Aragona, lo fece demolire.

 

La versione “ufficiale” della vicenda culminata nell’uccisione di Antonello Mazzella fu proposta proprio dal Guisa nei suoi Mémoires, dati alle stampe a Parigi nel 1668, nei quali egli si mostra convinto che l’Annese, il d’Andrea e il Mazzella medesimo – ma soprattutto quest’ultimo – tramassero una congiura contro di lui e, avendo appreso in particolare dalla gente del Porto che proprio il Mazzella aveva inviato a Procida delle feluche cariche di generi alimentari destinati agli spagnoli, incaricò il Battimiello e il Ricca di trarlo in arresto, vietando però alla plebe, che pure rumoreggiava, d’ucciderlo. Questa però non gli prestò ascolto e, quando gli presentò il cadavere sotto alle finestre, egli redarguì i propri emissari; senonché, nell’ap­prendere da costoro ch’essi stessi avevano scoperto e represso una congiura da quello organizzata, approvò l’accaduto e ordinò che testa e corpo fos­sero esposti pubblicamente.

Diverse però sono le motivazioni che traspaiono da altre fonti dell’epoca, da quelle di contenuto sostanzialmente economico, secondo cui l’eletto avrebbe «venduto il grano fuora Napoli à Procita sua patria, et fattoci manciare il pane caro», ovvero avrebbe «mandato molte migliaja di tomole di Grano agl’Inimici», a quelle più squisitamente politiche, nel senso della repressione della cospirazione contro il duca di Guisa o della vendetta di lui, le quali istituiscono una connessione fra l’apparente giustificazione, consistente nella pre­tesa sottrazione del grano, e i reali motivi dell’assassinio, rigorosamente politici, asserendo che il Guisa sfogò contro il Mazzella il proprio disappunto per l’avversione manifestatagli da lui, ma che poi, quando questi fu ucciso, fu fatta circolare la voce ch’egli «enagenaba el trigo, y los bastimentos del comun, dandolo à los nuestros» (vale a dire, agli Spagnoli).

 

In realtà, per far luce sulle cause dell’accaduto è necessario soffermarsi sugli avvenimenti che precedettero la morte dell’eletto Mazzella, movendo dall’episodio del­lo sbarco di generi alimentari a Procida, relativamente al quale si narra che il 28 febbraio 1648 una tartana che trasportava «salumi» approdò all’isola, ch’era rimasta neutrale, ma un partigiano degli Spagnoli avvertì il viceré, il quale inviò una galera, che costrinse i marinai ad abbandonare l’imbarcazione e il suo carico; furono recu­perate sessantadue botti di «sarache» e «molte cantaia» di baccalà, che la Corte e i soldati si divisero. Come si vede, di ben altro che di grano si trattava.

Un altro episodio significativo è quello del mattino del 29 febbraio 1648, quando l’Annese, il d’Andrea e il Mazzella, usciti a cavallo dal torrione del Carmine, andarono in giro per la città con le spade sguainate, gridando: «Viva il popolo!», e ad essi s’accodò una gran folla e poi addirittura il Lorenese. In proposito, mentre qualcuno ritiene che tale fatto avrebbe indotto i partecipanti alla cavalcata a inneggiare anche al duca, altri viceversa affermano che l’atteggiamento dei tre (e della folla che li seguiva) fosse rimasto ostile verso di lui, se non addirittura minaccioso, e la versione più atten­dibile dei fatti è proprio quest’ultima, perché non si può credere che una più o meno folta schiera di uomini, risoluti ad arrestare o uccidere colui che essi considerano un tiranno, possa essersi tirata indietro alla vista di lui. Così, come sembra ormai palmare che il Guisa, di fronte a un episodio siffatto, debba avere tratto lo spunto dall’accaduto del giorno precedente, facendo diventare grano i «salumi», per rivolgere contro i cospiratori la plebe affamata, in maniera tale, che gli fosse possibile at­tuare il disegno di sopprimere il Mazzella, che senz’altro la sua mente aveva già premeditato. Ed è significativo che il «Magnifico» Bernardo Ricca taccia questa macchinazione del duca, limitandosi a narrare sol­tanto la fuga del grano: il suo cognome, infatti, dovrebbe dire qual­cosa a chi ricordasse che il duca medesimo ebbe per consigliere, nella circostanza, Andrea Ricca. Al riguardo, all’interrogativo perché Enrico avesse deliberato di sfogare la propria ira contro il Mazzella e non pure (o soltanto) contro l’Annese o il d’Andrea, la risposta non può ch’essere quella della maggiore popolarità, del più ampio seguito e del più marcato rilievo politico di cui, rispetto all’eletto, quelli godevano, che avrebbe fatto correre al Lorenese il rischio di trovarsi contro quella folla, che viceversa col trucco del grano era riuscita ad allontanare da sé.

 

Ma, infine, chi era Antonello Mazzella? Nato a Procida il 22 luglio 1599, da Giovanni Domenico e da Sabella Ferrara, egli aveva dunque quarantanove anni, neppure ancora compiuti, quando fu trucidato. La sua personalità è descritta dai suoi contemporanei come quella d’un «uomo di autorità e di stima e per essere di composti co­stumi»: colpiscono in particolare l’espressione: «Che volete figli miei, sangue mio?», con la quale egli si sarebbe rivolto ai suoi assalitori, e il fatto che uno di costoro fosse stato da lui fatto nominare guardiano del porto. La sua condizione economica, poi, doveva essere più che sufficientemente agiata, essendo egli «mercante di ragione» – vale a dire, agente di cambio –, e del resto lo stesso duca di Guisa lo riconosce «homme riche, & intelli­gent»; c’è perfino chi afferma che fu ucciso mentre «negotiava», e in realtà nel saccheggio della sua casa, sita «alla scesa del Giesù Vecchio» (oggi rampe del Salvatore), furono prelevati, oltre a molta argen­teria e gioie, anche ben trentamila ducati. La sua religiosità, altresì, che gli aveva fatto conseguire le cariche di «Mastro della Casa sopra della SS. Annunziata, dell’incurabili, di S. Eligio, ed altri Luoghi Pij, quali hà governati con molta carità, et soddisfazione di tutti», lo fece evidentemente trovare confessato e comunicato al momento della morte, essendosi egli accostato ai Sacra­menti quella mattina stessa, nella cappella del Crocifisso in San Dome­nico Maggiore.

Quanto alla sua famiglia, il Mazzella aveva moglie e ben sette figlie femmine, delle quali almeno due sposate, una col dottor Mario Ca­staldo, uomo ricco e giudice criminale, la cui casa, vicina a quella del nostro, fu pure saccheggiata dalla plebe, e un’altra col dottor Carlo Censale da Vitulano, giustiziato l’anno successivo, fratello di quel Francesco, che nel novembre del 1648 fu imprigionato in Castel del­l’Ovo, come antispagnolo e autore dell’opuscolo Triumphus populi, che si pronunciava contro il re e il papa. Egli aveva inoltre due cognati, che furono arrestati dal Battimiello e dal Ricca in occasione della sua uccisione, e rispettivamente l’uno liberato dal Guisa subito e l’altro dopo due giorni.

La carriera politica del Mazzella cominciò con la nomina a eletto del popolo il 5 gennaio 1648, e in tale sua qualità egli s’adoperò per combattere la speculazione commer­ciale: recano la sua firma un bando del 18 gennaio 1648, contro la produzione abusiva di salsicce e l’aggiotaggio d’olio e farina, e un altro del 31 gennaio 1648, contro i venditori di noci e castagne che adoperavano misure improprie: e ciò sarebbe dovuto bastare alla plebe, per rendersi conto della pretestuosità dell’accusa a lui addebi­tata dal duca di Guisa, circa la sottrazione del grano. Inoltre, dopo i parlamenti della piazza del popolo del 4, del 7 e del 12 marzo 1648, il Mazzella risultò eletto fra i senatori popolari. In ogni caso, e malgrado tutte le cariche da lui conseguite, traspare per ogni dove la sua fedeltà agli Spagnoli, al punto che lo si ritrova compreso fra i destinatari d’un ban­do di Gennaro Annese, recante la data del 13 dicembre 1647, col quale s’invitavano tutti gli antirepubblicani filospagnoli a giustificare il loro atteggia­mento.

Ed è sicuramente questa la corretta chiave di lettura della sua tragica fine: vale a dire, quella dell’elet­to Mazzella, fautore della causa degli Spagnoli, il quale si lega all’An­nese e al d’Andrea, entrambi repubblicani, nella speranza di poter trarre da questo legame e dalla confusione del momento vantaggio per la parte politica da lui sostenuta; né un simile atteggiamento sa­rebbe potuto sfuggire – così, come non sfuggì affatto – al Guisa, il quale nell’eliminazione dell’avversario agì sicuramente sotto l’ef­fetto della preoccupazione per la propria incolumità, piuttosto che sotto quella del desiderio di vendetta.

Un dato più importante, però, che qui emerge, è la conferma che dai fatti esaminati viene all’autorevole tesi, secondo cui la guida della rivolta del 1647-48 fu assunta dalla borghesia, che, malgrado i propri limiti socioculturali, dai quali derivava la de­bolezza del suo programma, riuscì a strumentalizzare le masse popola­ri: del che sono significativi proprio l’estrazione borghese del Mazzella (e dei suoi generi, en­trambi «dottori») e il fallimento della sua azione filospagnola ed antirepubblicana, sul quale – si badi – influì non poco la diversità d’ideali dei suoi associati, l’Annese e il d’Andrea.



[1] Sul momento storico si rinvia, fra i tanti, a R. Villari, Elogio della dissimulazione, Roma-Bari 1987, e, per i profili giuridici, a P.L. Rovito, La rivoluzione costituzionale di Napoli (1647-48), in Storia e diritto, 1, 1986, p. 7 sgg.

[2] La vicenda del Mazzella è esaminata da S. Zazzera, Antonello Mazzella, procidano, eletto del popolo, in Progresso del Mezzogiorno, dicembre 1988, p. 1 ss. estr.

 


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