“A CAP' 'E NAPULE”

di Sergio Zazzera

 Collocata al centro dello scalone principale di Palazzo San Giacomo, donna Marianna ‘a cap’’e Napule costituisce da lungo tempo il simbolo della città, perché, figurando anche su alcune antiche monete napoletane, si riteneva d’identificarla con la sua immagine personificata; e può presumersi con buona fondatezza che il nome a quell’erma della Sirena Partenope (della cui identità, peraltro, Benedetto Croce dubita), colà trasferita, dopo il restauro eseguito nel 1954, dal cantone che fronteggia la chiesa di San Giovanni a mare nella zona del Mercato, dove si trovava fin dal 1524, sia stato attribuito nel breve periodo della Repubblica napoletana del 1799, per influenza del simbolo della Repubblica francese, cui era stato dato per l’appunto il nome di Marianne. Credo, anzi, che sia questa l’ipotesi da preferire, piuttosto che quella, ben più complicata, che fa leva da una parte sulla rappresentazione iconografica del diavolo in forma di sirena, e dall’altra, su quella di Diana come “demone meridiano”, di cui «Marianna» costituirebbe corruzione linguistica[1].

Se, dunque, per Venezia l’immagine della Sirena corrisponde a quella di Melusina, innamorata di Orio, viceversa, chi dice Napoli, dice Partenope: i due nomi hanno acquisito, infatti, col tempo valenza sinonimica, da quando la Sirena, quasi eroina toponima, ha dato il proprio nome alla città, anzi, in essa s’è immedesimata. Il mito vuole che la sua voce irresistibile, insieme con quelle delle sorelle, Ligeia e Leucosia, doveva avere affascinato Ulisse, mentre con i suoi compagni veleggiava al largo di Capri, e che il suo corpo senza vita fosse venuto ad arenarsi, spinto dalle correnti, sul lido di Santa Lucia. Da tale mito ha avuto poi origine – per la caratteristica del Cristianesimo di radicare i propri culti sui miti della religione pagana – la devozione per santa Lucia, la vergine martire siracusana, alla quale è dedicata, proprio nei pressi di quel lido, la chiesa di Santa Lucia a Mare, detta così per distinguerla da quella di Santa Lucia ai Monti, sita alle pendici del Petraio[2]

Quale elemento potesse avere indotto i primi cristiani a sovrapporre la figura di Lucia a quella di Partenope, è presto detto: Πάρθενωψ è vocabolo che in greco ha il significato di «occhio di vergine» e la vergine di Siracusa, che secondo una tradizione (ignota alla Legenda aurea di Jacopo da Varagine) si sarebbe cavata gli occhi, per non cedere alle insidie amorose del console Pascasio, è per l’appunto la protettrice della vista (‘a vist’’e ll’uócchie, come dice con pittoresca tautologia il napoletano verace).

Queste osservazioni dovrebbero essere sufficienti a smentire l’assunto di quanti vorrebbero che sul mito di Partenope si fosse innestato il culto di santa Patrizia. Secondo la leggenda (ignota anch’essa a Jacopo da Varagine), infatti, costei, discendente dell’imperatore Costantino, nel secolo VII sarebbe fuggita da Bisanzio a Napoli, in compagnia della nutrice Aglai e di alcuni eunuchi, per sottrarsi alle nozze, intraprendendo poi di qui un pellegrinaggio verso la Terrasanta. Una tempesta, però, avrebbe respinto di nuovo verso la città la nave sulla quale ella era imbarcata. Il naufragio si sarebbe concluso sulla riva dell’isolotto di Megaride, sul quale sorgeva il castrum Lucullanum – oggi Castel dell’Ovo –, che ospitava nella chiesetta di san Sebastiano (della quale tuttora esistono i ruderi) una comunità di monache basiliane, presso la quale la giovane avrebbe professato i voti. Alla sua morte, Aglai ne avrebbe deposto il corpo su un carro trainato da buoi, i quali, senz’alcuna guida umana, si sarebbero avviati fino al luogo sito nei pressi della collina di Caponapoli, dove sorgeva una piccola chiesa, dedicata ai santi Nicandro e Marciano, nella quale i suoi resti avrebbero avuto sepoltura. In prosieguo di tempo, nel 1864 le monache che mantenevano vivo quel culto si trasferirono nel convento di san Gregorio Armeno, nel cardine che collega il decumano massimo (via Tribunali) con quello inferiore (via San Biagio dei Librai), portando seco le reliquie della vergine Patrizia, vale a dire, le ossa e un reperto ematico, che si vuole prodigiosamente sgorgato dalla mascella, allorché un devoto tentò d’asportarne un dente, che avrebbe voluto conservare a mo’ di reliquia[3].

Ciò premesso, non dev’essere trascurato un primo, importante elemento di valutazione: quello, cioè, che l’isolotto di Megaride, sul quale sorge il castel dell’Ovo, all’epoca dello sbarco della vergine Patrizia era completamente separato e ben più distante dal lido di Santa Lucia, col monte Echia strapiombante sul mare, e dunque entità autonoma in senso topografico e, di conseguenza, concettuale. Né può sfuggire all’attento lettore la circostanza che in entrambe le aree, nelle quali la venerazione per la santa si radicò, aveva trovato spazio in epoca romana – come ricorda il canonico Celano – il culto pagano di Cerere, dea delle messi; e tali due forme devozionali presentano una singolare serie d’affinità, ch’è il caso di sottolineare. In primo luogo, tra gli animali sacri alla divinità pagana è annoverato il giovenco, e a trainare il carro che trasportava i resti della santa furono dei buoi. Inoltre, in Eleusi sarebbe stato celebrato lo sposalizio di Demetra con Zeus, proprio come Patrizia monacandosi era divenuta “sposa di Cristo”. Sempre in Eleusi, poi, a Cerere, “dea madre” (alla greca, Demetra, ossia diva mater, allo stesso modo in cui Giove – Iuppiter o Diespiter, ossia Deus [< Ζες] pater – era il “dio padre”), era sacro il “pozzo delle vergini”, così come nei pressi della chiesa dei santi Nicandro e Marciano si trovava il proverbiale “pozzo di santa Patrizia”. Ancora, il culto di Cerere era eminentemente misterico – vale a dire, segreto –, allo stesso modo in cui la regola delle monache che mantenevano vivo il culto della vergine Patrizia imponeva loro la clausura. Peraltro, l’equivalente frigio di Demetra-Cerere è da identificare nella figura di Cibele, il cui amante, Attis, s’evirò, venendo a trovarsi così in una condizione di perfetto parallelismo con gli eunuchi che accompagnarono a Napoli la vergine bizantina. Parimenti, sono proprie del culto di Demetra-Cerere le spighe e la cornucopia – “cesta mistica”, simbolo dell’abbondanza –, cui nel culto di santa Patrizia corrispondono i numerosi miracoli che a lei sono attribuiti. Infine, tra le festività dedicate alla dea si ricorda quella che le matrone romane celebravano nel mese di agosto, ch’è proprio quello in cui il giorno 25 la Chiesa festeggia la memoria della santa. La distanza del culto di Patrizia dal mito di Partenope dev’essere a questo punto sufficientemente chiara.

Ad avvalorare la tesi qui esposta interviene pure la precisazione, formulata di recente, secondo cui la (tentata) assimilazione del culto di santa Patrizia al mito di Partenope sarebbe scaturita dalle dottrine del Concilio di Trento, tese a creare la figura della “rifondatrice” della città: è evidente che fino a quel momento la discendenza del culto di santa Lucia da quello stesso mito era un dato di fatto acquisito.

Un’ultima considerazione torna, infine, quanto mai opportuna: la devozione a santa Patrizia ha per oggetto, fra l’altro, come s’è visto, una reliquia del suo sangue, che opera periodicamente il prodigio della fusione, alla stessa stregua di quella di san Gennaro, il che dovrebbe dire tutto sull’attribuzione della qualità di compatrona di Napoli alla vergine bizantina, il cui nome alternativo, Patrocinia, peraltro, è significativo al massimo grado dell’ufficio che le è riconosciuto.

 

C’è poi anche chi, tratto in errore dall’assonanza dei nomi, ha creduto che il mito di Partenope avesse trovato origine sulla collina di Caponapoli (ncopp’ê cclìniche, come si dice nella nostra città, giacché è proprio lì che nacque la scuola medica napoletana); di tutto ciò non esiste, però, a quanto mi consta, alcuna prova, a meno che non si voglia pensare alla pittoresca, quanto gratuita, immagine di Napoli-Partenope, come l’ha delineata Roberto de Simone, con i “piedi” a Piedigrotta, il “corpo” a piazzetta Nilo (o Cuórp’’e Napule, come dice il popolino) e la “testa” per l’appunto a Caponapoli; il senso, però, sarebbe  in questo caso profondamente diverso.

Viceversa, un’altra traccia certa del culto pagano di Partenope si rinviene ancora nella piazzetta di Santa Caterina Spina Corona, nei pressi di Portanova, dove l’immagine della Sirena è scolpita nella fontana – detta «d’’e zzizze», perché l’acqua le sgorga dai seni –, vandalicamente sfregiata qualche anno fa e ora restaurata e risistemata, benché in maniera un tantino discutibile; ed è questo ulteriore documento a sollecitare un’altra osservazione. A non grande distanza dalla fontana sorge la chiesa di San Giovanni Maggiore, che ospita un frammento di lapide, la cui iscrizione, che recita:

Omnigenum Rex Autor

Scs + Ian

Partenopem tege fauste 

 

letta con una buona dose di fantasia – in particolare, rendendo l’imperativo «tege» con l’italiano «copri», anziché «proteggi» (invocazione rivolta a «Scs Ian», vale a dire, a san Gennaro) –, è ritenuta da molti la pietra tombale del sepolcro di Partenope.

È dunque evidente che, se il ricordo di costei è associato a due luoghi sacri dedicati al Battista – San Giovanni a Mare e San Giovanni Maggiore –, non si tratta d’un semplice caso, ma una relazione tra le due figure dovrà anche esserci. E allora varrà la pena di riflettere per un momento: Giovanni è il santo della verginità (vive da eremita nel deserto; respinge le seduzioni di Salomè), così come vergine è Partenope; è il santo delle acque (battezza Cristo nel Giordano, e inoltre la tradizione popolare vuole che nel suo giorno festivo nell’acqua si versi il piombo fuso, con finalità divinatoria, e ci si lavi il viso con l’acqua di rose o magari con la rugiada), così come dalle acque del mare arriva Partenope; è il santo della fecondità (alla rugiada è attribuita facoltà fecondatrice, al pari del sole, nel periodo solstiziale), e analoga concezione suggeriscono i seni della Sirena nella fontana di Spina Corona.

Un dato storico, però, credo che valga a chiarire il duplice collegamento tra la figura di Partenope e i due culti cristiani: l’imperatore Costantino volle infatti che la chiesa di San Giovanni Maggiore fosse intitolata al Battista e, nientemeno, a santa Lucia; ed è questo un elemento, senz’alcun dubbio, singolare, che però non può non indurre a riflettere.  



[1] La letteratura sulla statua di Partenope e sulla leggenda di donna Marianna oscilla tra i dubbi di B. Croce, Storie e leggende napoletane, Milano 19915, p. 331 sg., e le certezze – in negativo – di A. Maiuri, ‘A capa ‘e Napole, in Il Rievocatore, 1989, p. 1 sg.

[2] Sul mito di Partenope, si legga E. Calamaro, Napoli greca e romana, Roma 1995, p. 28 sgg., ma anche il fresco racconto – favola, più che mito – di M. Serao, Leggende napoletane, Roma 1995, p. 15 sgg.

[3] Del culto di santa Patrizia si occupano L. Malafronte – C. Maturo, Urbs sanguinum, Napoli 2000, p. 29 sgg., e M. Niola, I Santi patroni, Bologna 2007, p. 51. Fra tale culto e il mito, infine, istituisce una relazione, da ultima, E. Moro, La santa e la sirena, Ischia 20072, p. 13 sgg.

30 maggio 2013

 

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