"A Napoli la superstizione ha sempre e solo aiutato a vivere".
"Il sussurro di Vico Pensiero" di Tina Cacciaglia,
noir basato sui misteri e le superstizioni della città di Napoli
prefazione di Maurizio Ponticello

 

 

“Povero pensiero me fu arrubbato, pe no le fare le spese me l’ha tornato”.

 

Così recita la lapide posta a vico Pensiero, secondo una leggenda popolare, da un giovane poeta innamorato. Una strega dai lunghi capelli neri e dagli occhi ammalianti, lo sedusse con teneri sorrisi e dolci parole. A lui si concesse con la devozione di una sposa, finché non ci fu più un frammento d’anima da rubargli ancora.

Nel Palazzo San Severo a Napoli, la bellissima nobildonna Maria d’Avalos venne uccisa dal marito, il principe Carlo Gesualdo, insieme all’amante: era la notte tra il 16 e il 17 ottobre del 1590. Si narra che il suo fantasma vaghi ancora nell’oscurità delle notti napoletane.

 

Fantasmi e leggende del passato. La vita di Adriana s’incrocia con l’antica storia della nobildonna Maria d’Avalos e del suo amante e con quella contemporanea di Elena, una collega di studi trovata morta con in gola della saggina di cui sono fatte le scope delle streghe. Adriana si addentra in una Napoli a lei sconosciuta, nei rioni appartenenti alla camorra, e assieme al fidanzato, un tormentato Commissario di Polizia, inizia una indagine che la porterà a scoprire una vera e propria città nella città, immersa in antiche tradizioni, incarnate da personaggi come Costanzo ‘o Scartellato, che parla con i morti del Cimitero delle Fontanelle, o Maria ‘a Putecara,

che legge le carte e scaccia il malocchio. Un viaggio negli inferi che è un autentico giallo tra coinvolgenti intrecci in una Napoli popolata da fantasmi e superstizioni, immersa nell’occulto, nei misteri e nelle sue contraddizioni.

 

 

dalla Prefazione di Maurizio Ponticello
 

Le chiavi della città celata: istruzioni per l’uso

 

Napoli è la più misteriosa città d’Europa,

è la sola città del mondo antico che non sia perita come Ilio,

come Ninive, come Babilonia.

(...) Non è una città: è un mondo.

Il mondo antico, precristiano, rimasto intatto alla superficie del mondo moderno.

Curzio Malaparte (1949)

 

«Ma sono a Napoli? Napoli esiste?». Tra i tanti viaggiatori illustri che hanno visitato la città, Jean-Paul Sartre si chiedeva se fosse capitato o meno in una realtà separata. La perplessità espressa da Sartre è la stessa di Goethe, Dumas, De Sade… che, trafitti dall’insolito humus partenopeo, ne hanno poi lasciato ampie tracce nei loro taccuini e nelle storie che hanno raccontato. Napoli non si rivela mai subito, e certamente non per il motivo – come pure affermava il filosofo

francese – che «è una città che si vergogna di se stessa», ma perché è una capitale antica che serba e tiene ancora oggi insieme più livelli architettonici e di coscienza, e i suoi abitanti, spesso inconsapevolmente, continuano a essere profondamente radicati al proprio retroterra plurimillenario.

Il cuore di Napoli è apollineo; la sua anima, invece, è dionisiaca. I due princìpi apparentemente opposti si fondono e si manifestano nell’archetipo della mitica fondatrice dalle cui membra spiaggiate senza vita è germogliato il primo insediamento urbano: la Sirena Parthenope, la vergine psicopompa (conduttrice di anime) ponte tra i mondi, metà donna e metà uccello prima che venisse demonizzata dagli uomini di Chiesa, che l’hanno fatta inabissare nei flutti e bollata

con l’ingrato marchio di “acchiappa uomini” pisciforme. Da qui, dalla genesi, le medesime radici antiche perdurano e a tratti affiorano e, mostrandosi, qualificano lo spirito della città.

Perciò, su Napoli aleggia un’aura di mistero: la morte viene esorcizzata dalla stessa morte, e la vita trionfa a suon di canti; in superficie si avverte la dimensione parallela dell’immensa cavitàsu cui poggia, e si assaporano i flussi magnetici che  provengono dagli antri del sottosuolo; le leggende si amalgamano con la storia, sangui si sciolgono a decine e pietre donano fertilità.

 

Il principio pulsante di Napoli si nasconde sotto la polvere secolare di veli e veli stratificati, e affiora con l’aspetto di tradizioni che i suoi residenti hanno preservato. È quello che comunemente s’intende con la parola superstizione quando si vuole indicare – non senza una certa spocchia “illuminista” – la natura irrazionale del popolino incolto che si affida alla sorte per sconfiggere la malasorte. Ma è una errata interpretazione, specie se si vuole mettere il vocabolo in rapporto con Napoli: qui, molto più che altrove, la superstizione è ciò che è superstite, ciò che è sopravvissuto “sano e salvo” allo scorrere dei secoli. È altresì evidente che molte tradizioni si sono trasformate – come la purezza della lingua –, che è andata smarrita l’autentica natura delle cose, e che, a sfavore del contenuto, il più delle volte è scampata solamente la forma esteriore.

I gesti, le parole, i modi di dire, alcune espressioni arcaiche declamate con l’articolo greco ’o, certe formule apotropaiche a prima vista senza senso – poiché trasfigurate dalla “nuova” religione che ne ha invertito il significato originario –, arricchiscono la materia folcloristica partenopea la quale, però, così racchiusa senza una interpretazione “alta”, subisce un grave oltraggio giacché questa è la maniera più subdola per uccidere i popoli: ingabbiare la loro anima in un museo.

Con tutte le sue contraddizioni di chiari e di scuri, di luci e di ombre che si sovrappongono o si contrastano, Napoli è viva. Eppure, solamente alcuni abitanti lo avvertono, come lo intuiscono soltanto alcuni ospiti occasionali che, accostandosi senza pregiudizi alla magia evocata dalla città, si sentono proiettati in una dimensione “altra”, e ne vengono ghermiti. E questa condizione di confine – caratteristica di tutte le metropoli liminali, come Praga – la si percepisce bene tra le parole del romanzo di Tina Cacciaglia che s’addentrano tra quei misteri di Napoli avvelenati da una parte della sua anima ammalata e ferita. Nel labirinto di strade che ci fa percorrere l’autrice – l’antica agorà della Napoli greco-romana, Piazza San Domenico Maggiore, Piazza del Gesù... –, e nei luoghi sacri alla pietas e alla morte – come il Cimitero delle Fontanelle –, si respirano odore di eterno, profumo di credenze e di intrugli inesplicabili da fattucchiera che si intrecciano alle consuete apparizioni di munacielli, belle ’mbriane e fantasmi, che fanno tutt’uno con la

realtà del Centro storico, e non solo.

A metà tra un libro di mistery e uno di misteri autentici, “Il sussurro di Vico Pensiero”, con una fascinazione, conduce per mano il lettore all’interno dell’enigma paradossale delle credenze religiose partenopee, tra i suoi incantamenti, nei culti negati – e comunque officiati – delle capuzzelle o anime pezzentelle, nelle pratiche oscure della fatturazione e delle cartomanti, nell’intimità di coloro che Matilde Serao denunciava come «il cancro delle famiglie borghesi», le Sibille dei poveri che rifilavano speranze e sogni a poco prezzo: gli Assistiti. E, con misurata consapevolezza narrativa, l’autrice lascia che siano le mura stesse dei palazzi a raccontare le vicende di cui sono state testimoni, integrando l’eco delle voci dei vicoli a quelle dei protagonisti della torbida e inquietante vicenda.

Il romanzo di Tina Cacciaglia è un giallo insolito. Si racconta di un garbuglio amoroso e di un’indagine che toccano argomenti impalpabili e impensabili. La trama attraversa i culti della morte che si allacciano alla vita. Si ama, con la passione di un sortilegio. E si muore, con la saggina in bocca. Innamorata delle proprie radici, tuttavia, è la stessa autrice a ricordare ai lettori che si tratta di una fiction: «A Napoli – scrive – si è sempre morti di camorra, di fame o di colera, al massimo di terremoto, ma di superstizione no. A Napoli la superstizione ha sempre e solo aiutato a vivere».

Per rintracciare una delle chiavi di accesso ai tanti segreti che la città nasconde, ogni tanto sarebbe bene rammentarlo.

Maurizio Ponticello
 
 

L’autrice

Tina Cacciaglia è nata a Napoli, laureata in Sociologia svolge l’attività di Conciliatrice Professionista, oltre a interessarsi da diversi anni di scrittura ed editoria.

Ha pubblicato diversi articoli per riviste quali L’isola, il Giornale di Cava, Il Vescovado. Una sua favola è stata letta a Radio Rai Due ed è arrivata finalista al concorso Parole in Corsa con un brano pubblicato in antologia.

Ha partecipato a Torino al Perfect Day della Scuola Holden, organizzato da Alessandro Baricco, con un breve brano, pubblicato dal quotidiano Il Denaro e dalla rivista Grazia.

Il romanzo storico “La Signora della Marra”, di cui è una delle due autrici, è stato segnalato dalla giuria del Premio Calvino 2009 come degno di merito, e pubblicato da Concilia Form (2013).

Sempre nel 2009 ha vinto il primo premio Creatività e scienza, città di Salerno con un racconto di fantascienza storica pubblicato in antologia.

Nel concorso nazionale Io scrittore 2011 "Il sussurro di Vico Pensiero" è risultato tra i vincitori e pubblicato in ebook dal Gruppo Mauri Spagnol nel marzo 2012.

 

 

Runa Editrice

“Il sussurro di Vico Pensiero” di Tina Cacciaglia

2ª edizione - con la prefazione di Maurizio Ponticello

genere noir

260 pagine, brossura, € 16,00

La 1ª edizione è stata tra i vincitori del torneo letterario "IoScrittore" edizione 2011

Link al libro

http://www.runaeditrice.it

http://www.facebook.com/ IlSussurroDiVicoPensiero

 

Allegati:

Scheda libro + copertine + recensioni




 

Runa Editrice
Via Misurina, 4
35035 Mestrino (PD)
Tel. e Fax 049.9075094
http://www.runaeditrice.it
redazione@runaeditrice.it

Condividi su Facebook