TO ROME WITH LOVE

di Emanuela Vernetti

 

Barcellona, Londra, Parigi, l’ispirazione artistica del maestro del cinema Woody Allen trasloca velocemente da una città europea all’altra. Fino a qualche anno fa sembrava impossibile separarlo dalla sua città newyorkese, perfetto terreno di coltura del suo noto umorismo intellettuale.

E invece  dopo i delicati ritratti cittadini di “Vicky Cristina Barcellona” e ”Midnight in Paris” la trasferta europea del regista americano approda a Roma per celebrare i “fasti” e i “nefasti” della città Eterna, omaggiata, infatti, fin dal titolo “To Rome with love” che sostituisce quello iniziale, più criptico di “Bop Decameron”.

In effetti hanno un certo  sapore boccaccesco le quattro storie , suddivise in episodi , che si dipanano lungo tutto il film in programmazione nelle sale dal 20 aprile.

C’è un architetto celebre (Alec Baldwin)  che diventa ricco e famoso progettando centri commerciali e lasciandosi alle spalle ambizioni e velleità idealistiche giovanili, un ex regista operistico (Woody Allen) che non si arrende al pensionamento e che giunge a Roma per conoscere  il fidanzato della figlia e scopre nel consuocero un inatteso talento canoro. C’è poi un incolore impiegato  (Benigni) che per qualche giorno diventa inspiegabilmente oggetto dell’attenzione di stampa e televisioni . Infine c’è una coppia di neosposi (Alessandro Tiberi e Alessandra Mastronardi) che finiscono per ricadere negli errori dei due protagonisti dello “Sceicco Bianco” di Fellini.

Protagonista assoluta resta , però, Roma fotografata sotto il sole estivo da Darius Khondij e catturata dagli sguardi ironicamente affettuosi del regista newyorkese. “Girare un film in questa città  è un dono – afferma- , non ne esiste altra, nemmeno in Europa”.

Il film è una commedia agrodolce dove non mancano, sia pur nascosti dalla leggerezza dei toni, spunti di riflessione sulla società italiana, anche se Allen si è affrettato a minimizzare connessioni troppo strette con l’attualità politica: “Quando giro un film, porto sullo schermo la mia personale impressione di un Paese o di una città con il semplice intento di intrattenere il pubblico. Non conosco abbastanza bene la vostra politica, non potrei pretendere d’insegnare a nessuno”.

Effettivamente Allen coglie l’atmosfera di passaggio, di cambiamento che si percepiva nella Capitale estiva del 2011. Sembra il tramonto della stagione dell’effimero, dell’apparire al posto di essere, del potere ostentato a qualsiasi livello. Le fortune di ogni protagonista compaiono e scompaiono come miraggi.
La delinquenza è in agguato anche in un albergo di lusso. Gli amori sono incerti, la famiglia opprimente e la felicità è altrove.

Cosa sta per accadere il film non lo rivela, il nostro speciale osservatore americano non prevede un finale epico alla Nanni Moretti. Tutto si consuma prima o poi, il potere, la fama le folle osannanti perché in fondo come ammonisce laconicamente  Allen nel suo film “le cose semplicemente succedono”.

 

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