I PIONIERI DEL MUTO

3^ Puntata

 

Prima di continuare con la nostra piccola storia del Cinema Napoletano facciamo un passo indietro e vediamo in quale contesto – storico, artistico e culturale – questa storia nasce e si sviluppa.

Nei primi decenni del Novecento Napoli è stata, insieme a Roma e Torino, uno dei principali poli di produzione del cinema italiano. Parliamo ovviamente del cinema muto, del cinema delle origini. Il cinema dei pionieri che intuirono le grandi potenzialità che si celavano dietro la rivoluzionaria scoperta grazie alla quale era possibile rappresentare le “immagini in movimento”.

Intorno al cinema si sviluppavano, negli anni Dieci e Venti, una quantità di iniziative che si affidavano, per la gran parte all'inventiva e alla creatività di quelli che vi si cimentavano. Il cinema delle origini era aperto a mille possibilità. In bilico tra finzione e documentario, arte e fenomeno da baraccone. Ancora non codificato secondo gli schemi piuttosto rigidi con cui ci saremmo abituati a riconoscerlo più tardi.

 

Tra il 1896 e il 1898 si collocano, secondo gli studiosi, le prime dimostrazioni del Cinématographe Lumière effettuate a Napoli. La grande curiosità popolare suscitata in città da questo inusuale spettacolo portò, agli inizi del Novecento, all'apertura delle prime sale cittadine dedicate esclusivamente alla proiezione cinematografica. Il cinema, lentamente, cominciava ad affrancarsi dall'abbinamento con lo spettacolo di varietà, che lo aveva utilizzato dapprincipio come ulteriore attrazione, un “numero speciale” da offrire, il più delle volte in chiusura, alla meraviglia degli spettatori.

Il successo fu rapido e portò nel giro di pochi anni al moltiplicarsi delle sale di proiezione. Le quali avevano bisogno sempre più di nuovi materiali da proporre al proprio pubblico. Intorno a questa richiesta cominciò a svilupparsi, in maniera timida e marcatamente artigianale, l'attività delle produzioni cinematografiche. Queste, che venivano chiamate (non solo a Napoli) Manifatture Cinematografiche, erano per lo più imprese a conduzione familiare. Non di rado gli studi di posa venivano allestiti nel cortile sotto casa. E le stesse sale di proiezione erano, in molti casi, delle baracche di legno tirate su alla meno peggio. Ma, al di là di quella che potrebbe sembrare una facile e colorita aneddotica, le possibilità realizzative ed espressive di quella che si avviava a diventare l'arte più rappresentativa di fine millennio, venivano esplorate e sperimentate in quegli anni da questi intraprendenti pionieri.

 

In questa fase iniziale di scoperta e di “invenzione” del mezzo espressivo, l'esperienza cinematografica napoletana si ritaglia uno spazio tutto suo nel contesto del nascente cinema italiano. Il cinema a Napoli riuscì, infatti, a conservare un forte legame con la propria cultura e le proprie tradizioni, in special modo con quelle teatrali e musicali. Inoltre, proprio grazie a queste caratteristiche riuscì a instaurare un rapporto privilegiato e molto intenso con il proprio pubblico. La qual cosa,se in ambito nazionale causò alle produzioni cinematografiche napoletane un certo isolamento, gli consentì, per contro, di non avvertire in maniera drammatica le conseguenze della prima grave crisi di crescita che, sul finire degli anni dieci, investì la giovane industria cinematografica italiana.

E' singolare notare le analogie di questa situazione con quella che si presentava, in ambito più vasto, a livello mondiale. Dove, mentre negli Stati Uniti e in Europa andava sviluppandosi ed organizzandosi una cinematografia che si avviava a diventare quella dominante (elaborando un linguaggio fatto, di sintassi e grammatiche della narrazione per immagini, abbastanza rigido) in altre parti del mondo, come l'India, il Giappone,, L'Australia, si svilupparono all'epoca del muto, cinematografie molto interessanti e prolifiche, fortemente legate alle rispettive culture nazionali, che nel giro di pochi anni sarebbero state travolte dall'industria cinematografica “vincente”, lasciando di sé poche, sporadiche tracce.

Sarà proprio il forte legame conservato con la “cultura del territorio” ad essere allo stesso tempo, la grandezza e il limite del cinema napoletano delle origini.

Naturalmente, di questa stagione così vivace e creativa si conserva una memoria molto scarsa.

In verità è l'intera parabola del cinema muto in Italia che presenta gravi deficit storiografici e di documentazione. Pigrizia, pregiudizi, scarsa considerazione del fenomeno, eventi storici e politici, tutto ha contribuito a stendere una coltre di silenzio. Un oblio durato decenni, che ha creato danni irreparabili specie in termini di perdita di materiali (non solo pellicole, ma anche documenti e testimonianze di ogni tipo). Solo in tempi più recenti molte lacune sono state colmate da alcuni storici del cinema (Aldo Bernardini e Vittorio Martinelli su tutti). E così anche la posizione del cinema napoletano ha potuto essere riconsiderata e, in parte, rivalutata. Prezioso resoconto dei progressi registrati dalla storiografia in questo settore è il volume Il mare la luna e i coltelli – Per una storia del Cinema Muto Napoletano, edito da Pironti nel 1988 e ormai quasi introvabile. Il volume fu realizzato con il patrocinio degli Archivi Internazionali d'Arte Cinematografica, istituiti dalla Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Napoli, un'istituzione che purtroppo non ha avuto, in seguito, lo sviluppo che sarebbe stato auspicabile. Il libro, curato da Stefano masi e Mario Franco, ingloba e riassume gli studi e le ricerche di vari altri studiosi quali, innanzitutto, i già citati Bernardini e Martinelli. Ma si avvale anche delle precedenti ricerche di storici quali Maria Adriana Prolo e Roberto Paolella, nonché del lavoro di Enzo Grano e Vittorio Paliotti, autori, nel 1969, di un volume, Napoli nel cinema, edito a cura dell'Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo di Napoli. Questi ultimi autori sono tra i primi ad essersi avventurati, non senza ovvie difficoltà, in un territorio in gran parte ancora inesplorato. Ma è Mario Franco che ha dato un contributo decisivo alla rinascita d'interesse intorno all'avventura del cinema muto napoletano, grazie ad una rassegna da lui organizzata a metà degli anni Settanta presso la gloriosa Cineteca Altro, e alle ricerche in seguito effettuate specie attraverso una serie di interviste a personaggi ancora viventi di quella gloriosa epoca o a loro diretti discendenti.

A queste testimonianze, a questi studi, abbiamo fatto e faremo ancora riferimento nel tentativo di ripercorrere quest'eroica stagione della storia della cultura e dello spettacolo (ma anche dell'imprenditoria e dell'industria ad essi collegati) della nostra città. Cercando di approfondire, come già abbiamo tentato di fare negli interventi precedenti, le particolarità e le caratteristiche con le quali le tre ramificazioni principali dell'attività cinematografica, e cioè la produzione, la distribuzione, l'esercizio (che in molti casi agli esordi coincidevano) si sono sviluppate nel particolare contesto culturale e produttivo napoletano.

Per adesso basti dire, per dare un'idea dell'entità del fenomeno, che nel 1907 a Napoli sono già attive venti sale cinematografiche (a dodici anni dalla prima proiezione dei fratelli Lumière avvenuta a Parigi). Che, in quegli stessi anni, su sette riviste specializzate che in Italia si occupano di cinema, sei sono pubblicate a Napoli. Che qui viene inventato il “Cinema chantan”. E che Napoli, ma questa è cosa nota, vanta la prima regista donna del cinema italiano, Elvira Notari. E che qui Gustavo Lombardo, come abbiamo già anticipato nel numero precedente, per primo pensò alla necessità di regolare e organizzare a largo raggio la distribuzione delle pellicole. Intuizione che avrebbe portato alla fondazione di una delle più gloriose e note case di produzione e distribuzione italiane, la Titanus,  appunto.

Antonio Tedesco

 

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