STORIA DELLA CINEMATOGRAFIA NAPOLETANA

 

di  Antonio Tedesco 

 

-        5^ Puntata 

La famiglia Notari e la DORA FILM

         

 “Simm’e Napule e avimma fa ‘o cinema de’ napulitane!”

L’affermazione è di Elvira Notari che la storia del cinema ricorda come la prima donna regista italiana. Dietro le sue parole dettate in apparenza da uno sciovinismo quasi folcloristico si nasconde, in realtà, una decisa dichiarazione di poetica.

Elvira era donna dotata di forte personalità umana e artistica oltre che di grande capacità organizzativa. E quella sua dichiarazione così di parte è piuttosto      una dimostrazione della piena consapevolezza dei propri mezzi espressivi e della perfetta conoscenza del mercato cui la sua opera si rivolge. Le sollecitazioni ad adeguarsi al cinema che si faceva nel resto d’Italia e che puntava soprattutto sui kolossal di ambientazione storica e sul nascente fenomeno del divismo non la toccavano perché sentiva che questo cinema era lontano da lei, dalla sua sensibilità e da quella del pubblico napoletano.

Elvira Coda era nata a Cava dei Tirreni nel 1875. Venne a Napoli nel 1900 e vi incontrò Nicola Notari che sarebbe diventato di lì a poco suo marito.  Notari era un fotografo specializzato in ritratti che ritoccava e colorava a mano con grande abilità. Da qui a colorare le pellicole cinematografiche che cominciavano a prodursi in quegli anni in grande quantità, il passo fu breve. La famiglia Notari, allargata a genitori, suoceri e poi figli, raggiunse buona fama in questo specifico settore tanto che la loro opera divenne molto richiesta anche da manifatture cinematografiche non napoletane. Il lavoro richiedeva competenza e pazienza. I fotogrammi venivano colorati uno per uno usando pennelli sottilissimi. Nel frattempo Nicola Notari aveva acquistato una piccola cinepresa, di quelle montate su una struttura in legno, e aveva avviato un’attività di documentarista.

Forti dell’esperienza acquisita con questo lungo lavoro che aveva consentito ai coniugi Notari di maneggiare e manipolare centinaia di pellicole, Elvira e Nicola decisero di mettersi in proprio e aprire una loro “manifattura cinematografica”.

L’azienda nacque e si sviluppò conservando quel carattere eminentemente familiare che era tipico della produzione cinematografica napoletana del tempo. La “manifattura”, fondata nel 1912, aveva sede nel giardino di casa Notari, ai Pontirossi. Fu chiamata Dora Film, dal nome di uno dei figli della coppia e, nel giro di pochi anni, sarebbe diventata la più rappresentativa e la più vivace tra le case cinematografiche partenopee.

La Dora Film sviluppò la sua fama e la sua fortuna intorno all’abilità e alla dedizione dei coniugi Notari. Nicola vi mise tutto il suo occhio, la sua abilità di operatore, che gli consentì, fra l’altro, di filmare alcuni documentari e riprese di cronaca dal vero che suscitarono, al tempo, ampia risonanza (la cattura di un pazzo a Bagnoli; la cattura e la soppressione dei cani randagi, ecc.). Elvira, dal canto suo, ci metteva il suo carattere e la sua sensibilità, la sua capacità di sentire il pubblico, di conoscerne e condividerne i gusti, le inclinazioni, le aspettative.

Donna di grandi aperture culturali, Elvira era una lettrice onnivora che divorava di tutto, dal fatto di cronaca al romanzo popolare. E di ogni cosa sapeva afferrare il nocciolo tematico e drammatico e tradurlo in immagini attraverso le quali raccontava storie ricche di pathos e di sentimenti forti, che coinvolgevano il pubblico e sapevano tenerlo avvinto allo schermo dal primo all’ultimo minuto di proiezione. Mastriani, Galdi, Bracco, erano gli autori che godevano di più vasto seguito popolare e dai quali la Notari, in veste di soggettista e regista ha maggiormente attinto. Suo grande rammarico fu quello di non aver mai potuto trasporre in immagini un'opera di Matilde Serao, la quale preferiva concedere i diritti delle sue opere a manifatture cinematografiche romane.

Elvira era una regista severa e risoluta, decisa nel richiedere la massima naturalezza ai propri attori. Niente “facce” teatrali, espressioni esagerate o grottesche. Sapeva bene che il segreto del successo era legato al grado di identificazione che il pubblico poteva avere con i personaggi che stavano sullo schermo. A questo fine, parallelamente alla casa di produzione fu impiantata una scuola di recitazione dove Elvira Notari formava secondo i dettami del più ortodosso realismo gli attori che nei film avrebbero dato vita ai suoi lancinanti drammi.

 

BOXIl cinematografo tra realismo e melodramma

 

Il cinema napoletano attinge alla propria realtà e la rielabora in chiave di  melodramma. Tale procedimento, già praticato dalla canzone e dal romanzo popolare, trova nel cinema il suo mezzo di diffusione ideale. La realtà di ogni giorno sembra, così, riscattarsi dalle sue miserie e dal suo grigiore. E i napoletani, attraverso i vari generi di rappresentazione artistica, dialogano direttamente con le proprie pulsioni più profonde e istintive. Difficile dire se per esaltarle  o per esorcizzarle.

A riprova di quanto sia fitto l’interscambio tra cinema e realtà basterebbe elencare alcuni dei titoli di maggior successo di quegli anni: Chiarina la modista, tratto da un romanzo di Carolina Invernizio e Gabriele il lampionaio del porto, ispirato ad un dramma di Nicola de Lise, entrambi prodotti dalla Dora Film nel 1919; abbiamo, poi, Il lustrascarpe del Rettifilo, diretto da Umberto Mucci nel 1920, e ancora, Carmela, la sartina di Montesanto, Ciccio o’pizzaiuolo d’ò Carmine.

Ma la sintesi perfetta di questo fitto dialogo tra finzione e realtà ce la fornisce E .A. Mario con una sua canzone del 1922 intitolata, appunto, Cinematografo:

- un uomo vede un film intitolato Amore tragico ed è sconcertato dalle affinità che la storia raccontata sullo schermo ha con la sua vicenda personale. Torna a vedere il film più volte. La sua donna incuriosita da questo accanimento insiste, contro il volere dell’uomo per accompagnarlo ad una proiezione:

 

 (…) E che facette pe’ venì cu mme/

“Donna ti posso chiedere/ conto del nostro amore.”/ Essa leggette pallida e llà pe’ llà tenette mente a me/ “Ascimmincenne fore, ascimincenne subito!”/ Io le dicette assettate,/ ca terza parte è bella e le ha vedé./

L’ommo m’arrassumiglia e chella femmena,/ fa comme faie tu a me, tienelo a mente./ Essa dicette: “Zitte, ca ce sentono, pe chi me faie piglià nnanz’ a sta gente!”/ Po’ ‘ncopp’ ‘o schermo ascette scritto:/ <<Uccidila!>>/ E ‘a mano mia s’armaie senza vulè../

Primma ‘e se fa chill’urdimo/ quadro scritto all’autore,/ duie colpi se sentetteno/ duie colpi veri int’alloscurità./ Luci d’ ‘o primm’attore/ sta ccà, sta miez’ ‘o pubblico./ Pubblico, applaudite,/ l’urdimo quadro l’aggio fatto io ccà!  

 

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