NAPOLI  ATTRAVERSO IL CINEMA

9^ Puntata

ASSUNTA SPINA

Il cuore di una città “femmina”

di  Antonio Tedesco

 

Che Assunta Spina, al di là delle venature melodrammatiche del personaggio, fosse una metafora (se non un’icona) di Napoli, l’avevano già capito Francesca Bertini e Gustavo Serena nella versione cinematografica del dramma omonimo di Salvatore Di Giacomo da loro realizzata nel 1915. Una visione del personaggio che viene ulteriormente rafforzata nel film che dal dramma di Di Giacomo fu tratto nel 1948 per la regia di Mario Mattoli. Gran merito per questa lettura ancora più approfondita va alla sceneggiatura, opera di Eduardo De Filippo, il quale è presente nella pellicola anche come attore, nel ruolo di Michele Boccadifuoco, amante geloso di Assunta.

Eduardo, con il suo tocco di raffinato drammaturgo, rielabora il testo di partenza secondo una strategia ben precisa. Quella, cioè, di rendere ancora più evidente e “significante” il parallelo, o forse sarebbe meglio dire la sovrapposizione, tra il personaggio di Assunta e la città di Napoli. Quelle che, infatti,  prima vista possono sembrare digressioni “cronachistiche” (come le ha definite qualcuno) sono in realtà “luoghi” (intesi, ovviamente, non solo in senso fisico) della città (della sua vita quotidiana, dei suoi abitanti, dello spirito contraddittorio che la muove) che trovano, per affinità o per contrasto, corrispondenze con gli umori, volitivi e mutevoli, dettati da una passione viscerale impossibile da contenere, in un personaggio come quello, appunto, di Assunta Spina.

Dunque in questo vero e proprio impianto drammaturgico originale che Eduardo imposta con la sua sceneggiatura, la vita della città e le vicende di donna Assunta scorrono parallelamente. La visione di Eduardo è acuta e profonda e la rinnovata situazione politica dell’immediato dopoguerra gli consente di tornare ad esprimere la città così com’è, con le sue luci e le sue ombre, liberandola dai luoghi comuni più stucchevoli, ma allo stesso tempo utilizzando certe sue note caratteristiche in chiave espressiva molto forte, così come gli succede di fare anche in teatro. Quelle che, come detto, potrebbero sembrare pennellate di “colore locale”, sono piuttosto un gioco di specchi, di rifrazioni, di corrispondenze, per mettere in rilievo le affinità e le contraddizioni che identificano una donna con un luogo, come fossero due immagini che si specchiano e, in un certo senso, si illuminano l’un l’altra. Eduardo dipinge una Napoli di inizio secolo (‘900), popolosa e vitale, vivace, ma piena di zone d’ombra, di doppi fondi, di risvolti oscuri. Così nei flash nel Tribunale di Castel Capuano  (dove si attende la sentenza che condanna a due anni di prigione Michele Boccadifuoco per aver sfregiato deliberatamente la sua amante Assunta Spina) lampeggiano opportunismi e nefandezze, avvocati profittatori e orribili delitti. Varie sfumature del concetto di “popolare”, così come si intende a Napoli, vengono, poi, messe in luce. Dalla classe media impiegatizia, cui appartiene il cancelliere Federico Funelli, che offrirà i suoi favori ad Assunta (per far scontare in un carcere napoletano la pena a Boccadifuoco), a quella delle classi gradualmente inferiori, come quelle degli uscieri di tribunale, o dei portieri di palazzi piccolo borghesi, fino al popolino minuto che sciama per le strade intento alle attività più svariate. Una quantità di notazioni a margine che, più che illustrare semplicemente la vita di una città, definiscono la filosofia di un popolo. Come l’emblematica  sequenza del venditore di biglietti della lotteria (un prezioso cameo di Beniamino Maggio) colto in fragrante da una guardia (un giovanissimo Aldo Giuffré) nel quale si manifesta tutta la contraddizione tra la necessità di sopravvivenza e la relativa impossibilità di rispettare pienamente le regole imposte dalla legge. Così come sono attraversati anche altri luoghi topici della morfologia umana e sociale cittadina, compreso il miracolo di San Gennaro, la festa di Montevergine e altro ancora.

Ciò che viene messo in rilievo, anche grazie alla solida regia di un grande artigiano come Mario Mattoli, è questo contrasto tra vitalità sfrenata e spirito autodistruttivo, un impulso di morte che lotta con un’esplosione di vita, paradiso e inferno che si contendono il territorio (fisico e umano) palmo a palmo senza che mai uno riesca a prevalere sull’altro. E stabilendo, alla fine, una convivenza forzata che attrae e respinge, che nutre e soffoca. Così come sono attratti e soffocati dal carattere sfuggente e volubile, possessivo e inafferrabile di Assunta Spina i suoi numerosi corteggiatori.

E’ proprio in questo contrasto irrisolvibile di attrazione- repulsione che la stessa Assunta Spina risulta essere un’incarnazione palpitante dello spirito della città. E può sembrare singolare che a farsene carico sia stata un’attrice non napoletana come Anna Magnani. Ma chi meglio di lei (dopo la grande Francesca Bertini) avrebbe potuto calarsi in questa donna, tormentata e contraddittoria con la stessa  acuta sensibilità.  Chi con la sua forza di interprete sarebbe stata capace di cogliere sfumature sottilissime del personaggio e imprimere ad esso una forza a volte addirittura inquietante.  Si tratta, infatti, di una donna e di un’amante esigente, ma pronta anche al sacrificio (ancora un altro aspetto dello spirito della città) e capace di risolvere con un gesto estremo, nobile e autopunitivo al tempo stesso, le contraddizioni che lacerano il suo animo. Riscattando le volubilità, le incertezze il contrasto delle passioni che inesorabilmente l’affliggono.

Quando Michele Boccadifuoco, appena uscito di galera, verrà a conoscenza della relazione tra Assunta e Funelli, il cancelliere del tribunale che l’aveva favorito, e uccide quest’ultimo in un impeto d’ira, Assunta Spina si assumerà la responsabilità del delitto. Volendo, così, non solo salvare Michele, ma, soprattutto immolare sé stessa per espiare le conseguenze di questo groviglio di passioni che aveva contribuito a scatenare intorno a lei.

Da segnalare, infine, che nel film, oltre ad Eduardo nell’insolito ruolo dell’innamorato geloso, e a sua sorella Titina, una levatrice sanguigna e popolare, ci sono in ruoli più o meno di rilievo valentissimi attori e caratteristi napoletani tra i quali, oltre ai già citati Maggio e Giuffrè, vanno ricordare almeno Giacomo Furia e un quasi irriconoscibile Ugo D’Alessio. Anche loro, come Assunta, spiriti vivi e “veraci” di questa città-mondo.

 

Gennaio 2013

 

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