NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

8^ Puntata

IL NEGRO E LO SCUGNIZZO
Paisà, e il cinema volta pagina

di Antonio Tedesco

Bisognerà attendere qualche anno, e gli italiani dovranno vivere sulla propria pelle la drammatica esperienza della guerra, perché le illusioni alimentate dal fascismo svaniscano definitivamente e la realtà mostri di nuovo, anche al cinema, il suo aspetto più crudo e violento. E’ il 1946, strettamente a ridosso, cioè, dei fatti narrati, quando Roberto Rossellini realizza, con mezzi di fortuna, uno dei suoi capolavori, Paisà. Un analisi dura, spietata, senza sconti per nessuno, della guerra e della follia che l’alimenta. Quasi un film in presa diretta che non indulge in edulcorazioni narrative né si sofferma sui meccanismi della trama, ma sembra quasi generato dai fatti così come sono,  anche se a volte confusi o incomprensibili.

Il film è costituito da sei episodi che seguono il percorso dell’avanzata degli alleati che dalla Sicilia risalgono l’Italia liberandola, a prezzo di sanguinose battaglie, dall’occupazione tedesca. Sei  “stazioni” che segnano altrettanti momenti cruciali di quella lunga e faticosa avanzata, ma ponendo attenzione più che agli eventi bellici in sé alla loro ricaduta sulla vita sociale ed emotiva delle popolazioni che, nelle varie località considerate, subiscono, in maniera diversa ma ugualmente traumatica, quegli stessi eventi. Luoghi emblematici di cui Rossellini riesce a cogliere, con pochi essenziali tratti, lo spirito che li alimenta, l’essenza vitale (o, a volte, l’istinto di morte) che li pervade. Tratti distintivi peculiari di culture e tradizioni locali che, messi in rapporto con una realtà tragica, come quella della guerra, sembrano esprimersi e manifestarsi in maniera ancor più radicale ed estrema.

Un assunto che si rivela tanto più vero proprio nel famoso episodio ambientato a Napoli (il secondo nella sequenza del film, dopo quello siciliano).

L’episodio napoletano è quello da cui il film ricava il suo titolo. Paisà, infatti, è l’appellativo che ricorre nei dialoghi, o meglio, nei tentativi di comunicazione, tra i militari americani e la popolazione napoletana. L’impressione che si percepisce da questo episodio è che, nonostante la tragedia incombente, l’anima vera della città riprenda a fluire liberamente dopo  essere rimasta contenuta e compressa, nei decenni precedenti dal velo dietro il quale il fascismo ha tentato di celarne (anche negli esiti cinematografici, come abbiamo visto) la vera natura. Quell’anima che si manifesta attraverso il popolo che si riappropria prepotentemente della scena, sciamando nelle strade, invadendole chiassosamente. Una plebe affamata che trasforma i militari americani da liberatori-invasori, in merce di scambio, oggetti di compravendita, attraverso i quali si cerca di trarre un minimo di sussistenza commerciando il vestiario e l’equipaggiamento che agli stessi militari viene sottratto con furbizia e destrezza.

L’episodio napoletano si articola intorno al rapporto tra un ragazzino di strada impegnato, come tanti, nella difficile lotta per la sopravvivenza quotidiana (i cosiddetti “scugnizzi”) e un militare americano di colore.  Due realtà marginali, due elementi simbolici che si incontrano sul terreno del disagio, del bisogno, della sopravvivenza spicciola e che un evento eccezionale, come quello della guerra ha messo, in maniera, si potrebbe dire incongrua, a confronto. La città, specie nelle zone adiacenti il porto, è un accumulo di macerie. Le cicatrici lasciate dalla guerra sono profonde. Ma la disperazione sembra alimentare la vitalità. Quella vitalità che in altri episodi del film (la Sicilia spaventata e disorientata, la Firenze deserta trasformata in campo di battaglia, la piana del Po dove si contende metro a metro il territorio ai tedeschi) sembra mancare sostituita da un incombente senso di morte.

Dunque, lo “scugnizzo” intercetta il militare di colore ubriaco e, in un certo senso, se ne appropria. I due dialogano senza comprendersi, ognuno nella propria lingua. Solo il termine “paisà” ricorre quasi come segno di riconoscimento nei discorsi di entrambi. E in effetti qualcosa che accomuna questi due personaggi così diversi  e lontani, come abbiamo già accennato, effettivamente esiste. Lo scugnizzo, rimasto senza genitori, vive in una situazione sociale promiscua e disagiata, condivisa da una moltitudine di disperati come lui. Il militare, che al suo paese guida il furgone del latte, confessa di non aver nessun desiderio di tornare a casa che definisce come una catapecchia, o meglio, una capanna.

Quando l’uomo crolla addormentato, vinto dall’alcol, lo scugnizzo gli ruba le scarpe.

Si ritroveranno qualche giorno dopo. Il militare, sobrio e nel pieno delle sue funzioni di membro della Militar Police, sorprende lo scugnizzo a rubare su un camion. Lo riconosce e nel tentativo di farsi restituire gli scarponi che il ragazzino gli aveva sottratto, scopre la povera realtà in cui questi vive ogni giorno. Al ché si allontana, senza neanche recuperare la “refurtiva”, visibilmente colpito dal triste spettacolo. L’episodio finisce qui.  Non c’è bisogno di aggiungere altro. Rossellini crede nella forza delle immagini che rendono superflua ogni spiegazione. E qui siamo di fronte ad una storia che potrebbe essere benissimo l’antefatto, o la premessa, di alcuni crudi racconti che, non molti anni dopo, Anna Maria Ortese raccoglierà nel suo Il mare non bagna Napoli.

Ma l’episodio, oltre ad essere il più emblematico è anche, per molti versi, il più “mosso” e immaginifico del film. Comprende, infatti, sequenze ambientate in un teatrino di burattini dove, il soldato ancora ubriaco, interviene nell’azione ingaggiando una lotta con i pupazzi prima, e scatenando una rissa generale poi. In un’altra scena, invece, i due protagonisti si contendono un’armonica e poi il militare accenna un blues, e infine la divertente sequenza del racconto ironico e illusorio del militare stesso incentrato su un suo ipotetico, trionfale ritorno in patria, con tanto di azioni mimate di treni e aerei e facendo le voci di chi lo accoglie con pomposi discorsi. Cosa che suscita il divertimento e le risate del ragazzo che lo ascolta, non comprendendo le parole, ma capendo bene il senso di quella buffa pantomima.

Ancora una volta in questo film, è lo spirito dei luoghi ad emergere. E Napoli, pur ferita e martoriata, non rinuncia a coinvolgere un uomo venuto da lontano nella folle girandola dove i suoi drammi arcaici e insanabili si mescolano alle imprevedibili impennate, a volte anche illecite, di una creatività che si alimenta nell’istinto quotidiano di sopravvivenza. Una forma, forse impropria, ma sicuramente legittima, di resistenza umana.

 

Gennaio 2013

 

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