NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

7^ Puntata

Il cinema napoletano negli anni Quaranta:

L’ARTE CERCA CASA

di Antonio Tedesco

In quegli anni di guerra, nei quali per forza di cose la produzione di film è ridotta al minimo, i fratelli De Filippo continuano ad essere molto attivi sugli schermi cinematografici.

Per la maggior parte si tratta di opere di livello non eccelso, ma che vengono comunque valorizzate dalla presenza di Eduardo, Peppino e Titina e dal potenziale di arte recitativa che, in ogni caso, riescono a mettere in campo. Alcune di questi film hanno origine da testi già collaudati a teatro, come Casanova farebbe così, diretto nel 1942 da Carlo Ludovico Bragaglia, tratto da una commedia scritta dallo stesso Peppino De Filippo con Armando Curcio, o anche, Non ti pago, stesso anno e stesso regista del Casanova, tratto dalla famosa commedia che Eduardo scrisse nel 1940. Il desiderio di coniugare il sicuro effetto della “napoletanità”, non banale, anche se per forza di cose un po’ di maniera, espressa dai tre attori, e l’esigenza di concentrare a Roma le produzioni cinematografiche servendosi, in quel periodo soprattutto, di ciò che era disponibile al momento, dava vita, spesso, a esiti piuttosto singolari se non, a dir poco, ibridi. E’ il caso di Non mi muovo, prodotto dalla Cines nel 1943 e diretto da Giorgio Simonelli. Il soggetto è tratto da una commedia di Diego Petriccione intitolata ‘O quattro ‘e maggio, sceneggiata per il cinema da Eduardo. Come si evince dal titolo (sia da quello dialettale della commedia che da quello italianizzato e in parte modificato del film) il problema principale dei personaggi intorno a cui è incentrata la storia, è quello di trovare un alloggio dove vivere riducendo al minimo le spese e, se possibile, evitando del tutto di pagare “il pigione”. Carlo Mazzetti (Eduardo) è un banditore d’asta che ha lasciato il suo posto per desiderio di indipendenza e di libertà. Ha una figlia in età da marito, ma vive di espedienti, arrangiandosi e sfruttando la sua arguzia e la sua parlantina. Ai due si uniscono Pasqualino Squeglia (Peppino) e sua moglie Olimpia (Titina) anche loro in cerca di sistemazione dopo aver perso il lavoro che avevano presso un farmacista per l’ostinazione di Squeglia nel millantarsi esperto in vari campi della scienza medica.

Scene tipiche di questo specifico sottofilone (quello dello “sfratto”) del cinema ambientato a Napoli (del quale qualche anno più tardi farà parte anche il piccolo classico Totò cerca casa) sono presenti in questo film: le masserizie caricate alla meno peggio su un carretto trascinato da un mulo, il peregrinaggio di strada in strada, di portone in portone, alla ricerca di un “si loca”. Il diniego, spesso sprezzante dei custodi degli edifici che non si fanno incantare dalla parlantina di Mazzetti-Eduardo, e via dicendo. Finché non si presenta la situazione favorevole che i protagonisti della storia, con la solita girandola di espedienti e piccoli raggiri, cercheranno di sfruttare al meglio.

Si tratta tutto sommato, di un piccolo anticipo, in chiave ancora leggera e per certi versi scanzonata, di un argomento che da lì a pochi anni, nel dopoguerra, si ripresenterà in maniera drammatica e di cui anche il cinema si farà carico con opere importanti. La necessità, cioè, di far fronte alla richiesta di alloggi per una vasta parte della popolazione, nelle mutate condizioni sociali ed economiche che si presenteranno, a Napoli come nell’Italia tutta, negli anni Cinquanta.

Ma tornando al film, la cosa più curiosa di Non mi muovo e che, come dicevamo, ci dà il senso di quell’ibrido che scaturiva da una certa approssimazione che fatalmente si manifestava in quegli anni, è questa commistione tra napoletano e romanesco, questa ambientazione sospesa che fa riferimento, non solo nei ruoli e nelle figure dei protagonisti, alla città partenopea, ma poi si perde in ambientazioni apertamente romane e in personaggi, come alcuni dei custodi dei vari edifici visitati dai “cercatori di casa”, che si esprimono in uno smaccato e plateale romanesco. L’effetto stridente è ancor maggiore se si pensa che la scena di apertura del film è un classico e un po’ mieloso quadretto napoletano, con dei pescatori sulla riva del mare che tirano le reti cantando e quasi muovendosi a ritmo di danza, su una classica ripresa del golfo di Napoli con tanto di Vesuvio sullo sfondo. Nella sequenza successiva compare Eduardo che parla con uno di questi pescatori sgranocchiando frutti di mare crudi prelevati direttamente dalla “spasella” e spiegando i motivi (l’esigenza di autonomia e di libertà) per cui ha abbandonato la sua attività di banditore. Ben compreso, in questo senso, dal vecchio pescatore che indica il mare con ampio gesto dichiarando a sua volta che lui è nato lì e nella vita non potrebbe fare altro. E così, secondo i parametri dell’epoca, in quelle poche sequenze iniziali le esigenze di napoletanità erano soddisfatte. E poco importava, poi, se tutto il resto del film andava altrove e si svolgeva sostanzialmente a Roma.

Lo stesso Totò, per quanto riguarda la sua attività cinematografica, non se la passa meglio in quegli anni. Se L’allegro fantasma di Amleto Palermi (1941) è diventato nel tempo un piccolo cult nella sua cinematografia, il successivo Due cuori fra le belve riedito in seguito con il titolo Totò nella fossa dei leoni, per la regia di Giorgio Simonelli (1943) è una classica operazione costruita in maniera anche un po’ raffazzonata, per sfruttare in un ambiente approssimativamente esotico le caratteristiche comiche del personaggio. Già molta critica dell’epoca aveva la percezione che Totò, cosi come Eduardo e i fratelli De Filippo in genere, non fossero utilizzati dal cinema in maniera adeguata alle loro potenzialità. I registi, per la gran parte, forse anche perché costretti dalle circostanze e dalle ristrettezze di budget, preferivano riproporre e sfruttare quanto già questi artisti avevano ampiamente collaudato sulle tavole dei palcoscenici di tutta Italia, esponendo però, in questo modo, il cinema che producevano, a rischio di manierismo e ripetitività.

Bisognerà aspettare il dopoguerra, e i lunghi strascichi di quell’immane tragedia, perché possa manifestarsi, ma solo parzialmente, almeno per quel che riguarda Totò, una decisa inversione di tendenza.

 

dicembre 2012

 

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