NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

6^ Puntata

Totò e i De Filippo: il risveglio della città

di Antonio Tedesco

Dopo la controversa esperienza di Animali pazzi (che Totò girò a due anni dall’esordio cinematografico di Fermo con le mani) diretto dal “futurista” Carlo Ludovico Bragaglia,  film forse irrisolto sia per questioni di budget, che  per eccessiva audacia, e che non riuscì molto gradito soprattutto alla critica dell’epoca, l’artista napoletano tornò al cinema nel 1940 con San Giovanni Decollato che possiamo considerare ormai una delle pietre miliari della sua filmografia.

In questo film, diretto da Amleto Palermi, la città “vera”, sia pur timidamente, sembra tornare a far capolino nel cinema mostrandosi, anche se in chiave parodistica, nelle sue espressioni meno ingessate e più “veraci”, appunto. Dai salotti “buoni” e dai dignitosi appartamenti medio borghesi di Napoli, l’azione torna a spostarsi nei cortili dei palazzi popolari.

Totò, nei panni di Mastro Agostino, è un portinaio-ciabattino con una fervente devozione per un quadro di San Giovanni Decollato a cui ha dedicato un’edicola nel cortile del palazzo dove vive e lavora. Sua moglie Concetta (Titina De Filippo) è una portinaia linguacciuta e attaccabrighe, che nel gioco farsesco degli equivoci che, come sempre, regge questo genere di film-commedia, non esita a definirsi  “un’aerostatica” dovendosi fingere, appunto, “un’aristocratica”. Torna persino la figura del “guappo” (messo in letargo nel precedente decennio) anche se più che mai “di cartone”, con la sua pretesa di influenza e controllo sul territorio e gli abitanti del quartiere. Insieme a queste, altre figure popolari riemergono, anche se solo di contorno e rapidamente abbozzate.

Totò ne approfitta per dare una spinta consistente alla sua carriera di “guastatore” portando scompiglio, innanzitutto linguistico, negli ambienti più pomposamente istituzionali, a cominciare dal tribunale, dove è stato trascinato dagli inquilini del palazzo con l’accusa di molestie e schiamazzi e dove accoglie con grande gioia, e persino un pizzico di orgogliosa prosopopea, un’assoluzione per seminfermità mentale. Insomma, con questo film, se pur ancora con qualche cautela, Napoli riscopre la sua vocazione anarchica, popolare ed eversiva e Totò ne diventa una sorta di bandiera. Con la sua pungente ironia, le sue movenze snodate e surreali, che infondono alla sua persona un’elasticità plastica che è forza e fragilità insieme. Gli elementi che costituiscono il corpo dell’artista, così come quelli che costituiscono il corpo della città, sembrano scomporsi in maniera disarticolata e autonoma, come se quel corpo stesso fosse sempre sul punto di disfarsi, riuscendo, però, a ritrovare ogni volta, quasi miracolosamente, un proprio equilibrio, tanto da risultare, in realtà, indistruttibile.  

Poi la trama è quella che è, con la storia d’amore contrastata (dal guappo) tra due giovani (la ragazza è figlia del portinaio-Totò e di sua moglie Concetta- Titina De Filippo), una trasferta in Sicilia, presso i parenti di lui, che dà alla coppia di attori napoletani la possibilità di dissacrare un’altra sfilza di luoghi comuni, e il lieto fine immancabile con il povero guappo smascherato e scornato dallo scatenato Totò.

Siamo, come detto, negli anni ’40,  tragicamente segnati dalla guerra che percorre tutta l’Europa e dal brusco risveglio, in Italia, dall’ubriacatura del regime. Nessuno impone più ottimismo e certezze incrollabili e anche i censori cominciano ad avere, probabilmente altre cose più gravi a cui pensare. Così quel certo spirito di napoletanità, sopito per forza di cose nel decennio precedente, riemerge e trova nuovi spazi espressivi.

A che servono questi quattrini tratto dalla commedia di Armando Curcio e diretto da Esodo Pratelli è un film del 1942 in cui Eduardo De Filippo interpreta il ruolo di Eduardo Parascandolo, un aristocratico disilluso e filosofo che, sulla scia di Socrate e di Diogene più volte citati, rinnega la sua condizione di privilegio facendo una scelta esistenziale precisa e controcorrente. Si propone, inoltre, come maestro di vita e guida, in un certo senso, spirituale, per un ristretto gruppo di discepoli affascinati dalle sue idee e dalle sue parole. Si tratta, per lo più, di bonaccioni poco colti, tra cui il valente artigiano Vincenzino Esposito (Peppino De Filippo) che, per seguire gli insegnamenti dell’originale maestro, si troverà a d avere seri problemi con la sua attività. Ma che, alla fine, grazie anche ad una dimostrazione pratica della sostanziale inutilità del denaro, architettata dallo stesso Eduardo Parascandolo, riuscirà pure a coronare la sua contrastata storia d’amore vincendo le resistenze del fratello della sua innamorata.

Il personaggio interpretato da Eduardo predica contro i sentimenti negativi, l’avidità, l’illusione che deriva dalla ricchezza e dall’occupare posizioni di prestigio sociale, propugnando ai suoi incantati allievi le meraviglie  di un’esistenza distaccata e contemplativa, in armonia con la natura e il mondo che li circonda. Ciò che esprime questo personaggio non è propriamente una visione popolare, quanto, piuttosto, quella di un’aristocrazia decadente, seppur a suo modo ancora dignitosa, che eleva questa, forse rassegnata, consapevolezza a chiave di lettura del mondo. Offrendo però, in questo senso,  un’immagine compatibile con un certo modo di concepire un’idea un po’ astratta e fatalistica della napoletanità.

Una sorta di  Così parlò Bellavista antelitteram. Ma con una sfumatura più convincente (Parascandolo pur avendone la possibilità rifiuta di rientrare in possesso dei suoi beni) e sicuramente meno ruffiano.

Due film che sono, comunque, seppur in maniera diversa, sintomo di un ritorno (cinematografico) della città alle vocazioni e ai temi che più e meglio la rappresentano.

dicembre 2012

 

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