NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

5^ Puntata

Eduardo regista e la marionetta Totò

di Antonio Tedesco

Nel 1939 Eduardo De Filippo esordisce nella regia cinematografica col film In campagna è caduta una stella, tratto da una commedia scritta dal fratello Peppino nel 1931, intitolata A Coperchia è caduta una stella, che lo stesso Eduardo sceneggiò insieme a Riccardo Freda. La vicenda è ambientata in una località di campagna e racconta di due fratelli, Pasquale e Luigi Montuori (Eduardo e Peppino), di diversa indole e carattere (gaudente e scialacquone il primo, assennato e coscienzioso il secondo) che gestiscono un piccolo podere. L’arrivo fortuito (il guasto dell’automobile) di un’attricetta americana, che fugge da un matrimonio combinato con un aristocratico che ha deluso le sue aspettative, acuisce la tensione tra i due fratelli. Entrambi, infatti, si innamorano della ragazza, alla quale danno ospitalità per qualche giorno. Le loro vite, specie quella del più tranquillo Luigi, promesso sposo di una brava ragazza del posto, subiscono uno scossone, che non risparmia neanche gli altri paesani. Ovviamente sarà la partenza della graziosa americana, nel finale, a consentire che l’ordine originario venga ripristinato.

Ma più che nella trama, piuttosto prevedibile, l’interesse del film sta nella prova registica di Eduardo, che fa un uso della macchina da presa sorprendentemente moderno, utilizzando piani sequenza, riprese in soggettiva e audaci movimenti di macchina. Non si limita, insomma, a impaginare semplicemente scene e sequenze, ma riesce a rendere efficacemente espressiva la sua cinepresa. L’esempio più significativo di questa sua, forse istintiva, perizia, è in una scena notturna in cui lo stesso Eduardo (nel personaggio di Pasqualino) viene aspramente avversato da tutti i paesani per aver molestato la moglie del farmacista. Si tratta di una scena corale, costruita con abilità, quasi fosse una coreografia e che si conclude, dopo qualche sacrosanto ceffone assestato allo scapestrato Pasqualino dall'inferocito farmacista, con una ripresa circolare in soggettiva, che abbraccia, dal centro, tutta la piazza, riprendendo i paesani che, uno alla volta si ritirano da balconi e finestre e tornano a letto, contenti e soddisfatti per il “gustoso” evento cui hanno appena assistito (Pasqualino, difatti, non gode di buona reputazione in paese). Una soluzione registica che si affida al linguaggio espressivo proprio del cinema e che non è cosa da poco per un regista-attore esordiente in questo campo, che ha svolto quasi esclusivamente in teatro, fino a quel momento, la sua attività. Insomma, è come se Eduardo avesse intuito pienamente, lui abituato alla forzata staticità della scena teatrale, tutte le possibilità, e la conseguente libertà, che il mezzo cinematografico gli offriva. E, almeno in questo primo film, dà pure l'impressione di divertirsi molto, anche se, come si sa, il suo impegno nel cinema, pur conoscendo momenti molto significativi, rimase sempre marginale rispetto alla preponderante attività teatrale. Passeranno, infatti cinque anni prima che Eduardo possa prodursi in una seconda regia cinematografica (Ti conosco mascherina del 1944) e ancora altri sei per la versione in pellicola di Napoli milionaria che diresse nel 1950.  

Ma naturalmente non solo di Eduardo e Peppino era fatto il cinema che in quegli anni si ispirava a Napoli, alle sue atmosfere, alle sue storie. Amleto Palermi, attivo già ai tempi del muto, dirige, rispettivamente nel 1938 e nel 1939, due garbate pellicole, Napoli d’altri tempi e Napoli che non muore, che, anche nei titoli, sembrano richiamare un certo cinema di matrice canzonettistica che furoreggiava, appunto, prima dell’avvento del sonoro. I due film, ben accolti dalla critica, sono in linea con le direttive del regime e raccontano, in maniera aggraziata, piccole storie che si sviluppano negli ambienti della media borghesia cittadina. La difficile integrazione di una estroversa ragazza di origine francese che si innamora del rampollo di una rigida e tradizionalista famiglia napoletana, per Napoli che non muore. Mentre in Napoli d'altri tempi si racconta di un giovane commesso con la passione per la musica che viene introdotto in una facoltosa famiglia in grado di aiutarlo a sviluppare questa sua inclinazione. Ma anche qui scatta la storia d’amore destinata a rimanere frustrata per motivi di differenza sociale, con ulteriori risvolti relativi alle origini incerte del giovane, efficacemente interpretato da Vittorio De Sica.

A questo proposito, per afferrare pienamente il senso della Napoli che era gradita al regime basta leggere un breve estratto dalla recensione a quest'ultimo film, scritta all’epoca dal critico del Corriere della Sera :”Ha importanza la sincerità con cui la vita è stata colta, la grazia con cui è stata resa, attraverso una folla di dettagli dialettali e pittoreschi, ma di un pittoresco sempre amabile, sorvegliato e gentile”.

Non c’è molto da aggiungere a queste parole, se non che, per fortuna, sempre in quegli stessi anni si affaccia al cinema una figura autenticamente rivoluzionaria ed eversiva, che saprà creare una maschera riconoscibile e universale, nella quale la città, o almeno uno dei suoi innumerevoli volti, potrà rispecchiarsi con orgoglio, Totò. Notato in un ristorante romano dal produttore napoletano Gustavo Lombardo, Totò (che aveva lavorato fino a quel momento nei teatri di rivista e di varietà) esordisce al cinema nel 1937 con il film Fermo con le mani, diretto da Gero Zambuto per la Titanus,   la casa di produzione di Lombardo. Disarticolato nella gestualità corporea, quasi una marionetta, eccessivo, paradossale, Totò si pone fin dalla prima sequenza, un risveglio da antologia, come la risposta italiana (napoletana?) a Charlot. E proprio questa scena iniziale, probabilmente, vale tutto il film. Più che coricato, Totò è avvolto completamente (come se fosse stato impacchettato e riposto) in una coperta, dalla quale riemerge vestito di tutto punto, bombetta compresa, per spogliarsi, incongruamente, solo dopo. Come una marionetta, appunto, si risveglia al suono di una musica (il giradischi attivato dalle vibrazioni della sveglia) e si lava usando uno scolapasta come doccia. Altre godibilissime sequenze sono presenti nel film, compresa la partecipazione di una ragazzina che cita esplicitamente Il monello di Chaplin. Ma in quei pochi minuti iniziali c’è già tutto il meglio di questo personaggio lunare e prezioso, che avrà un grande successo, ma che non sempre il cinema saprà (o vorrà) usare in maniera adeguata al suo valore.

 

dicembre 2012

 

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