NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

4^ Puntata

Eduardo, Peppino e Titina De Filippo: SONO STATO IO

di Antonio Tedesco

Con Sono stato io, film diretto da Raffaello Matarazzo nel 1937 (tratto dalla commedia di Paola Riccora Sarà stato Giovannino, sceneggiata dallo stesso Matarazzo e da Giuseppe Amato) alla già, cinematograficamente parlando, collaudata coppia formata da Eduardo e Peppino, si aggiunge anche la sorella Titina, che già “fa ditta” con i fratelli nella loro (prevalente) attività teatrale. Più che sul registro comico, che aveva caratterizzato Quei due, di cui abbiamo parlato nella precedente puntata, il tono, qui, è quello della commedia brillante, con risvolti patetici piuttosto forti. Questi ultimi affidati proprio al personaggio interpretato da Eduardo (Giovannino), un onesto e modesto scapolo, di professione contabile, che si trova da un giorno all’altro licenziato e senza lavoro. Costretto, a questo punto, a trasferirsi per necessità in casa del fratello dove subisce le angherie della bisbetica cognata (Titina) e viene sfruttato, per quei pochi soldi che gli restano, dal nipote Carlo (Peppino) che studia per avvocato e conduce, nel frattempo, una vita brillante e piuttosto dissoluta, certamente al di sopra delle sue possibilità economiche. Il quadro è completato da una giovane, graziosa ragazza di campagna (l’attrice Isa Pola), a servizio presso la famiglia, la quale viene sedotta dallo scapestrato studente Carlo. Da qui il titolo del film, quando Giovannino-Eduardo, nonostante le vessazioni subite, intenerito dalla giovane donna, sola e bisognosa come lui,  si assume la responsabilità delle conseguenze del gesto avventato di suo nipote. “Sono stato io” ripete, “Sono stato io”. Ma il giovane futuro avvocato (un Peppino De Filippo che mette in campo la sua vena brillante e fascinosa), forse anche perché commosso dallo slancio di generosità del mite zio contabile, si ravvede e va a salvare la ragazza che stava , forse, per compiere un gesto estremo.

Come si vede, pur muovendosi ancora nell’area del “patetico”, il film è a un passo dallo sconfinare nel territorio del melodramma che, nelle sue versioni più sanguigne, renderà famoso e popolare, nei decenni successivi, il regista Raffaello Matarazzo. Titoli come Catene, I figli di nessuno, Tormento, per citarne solo alcuni, interpretati dalla coppia Amedeo Nazzari, Yvonne Sanson, hanno segnato a lungo l’immaginario collettivo del pubblico italiano.

In Sono stato io, tra l’altro, nel ruolo della giovanissima sorella di Carlo, vivace e non poco indisponente studentessa liceale, compare una briosa e bellissima Alida Valli,  che alcuni critici dell’epoca non mancarono di notare, consigliando a registi e produttori di tenerla d’occhio per il futuro.  

In questo film, e forse ancor più che nei precedenti, di cui abbiamo parlato nelle scorse puntate,  la città, nel suo reale e quotidiano manifestarsi, è completamente oscurata. Era forse più presente in Quei due, sia pur ambientato a Roma, nelle figure della coppia di poveri guitti in cerca di fortuna (e con il problema di riuscire a mangiare almeno una volta al giorno) che in questo film, dove Napoli resta completamente fuori, quasi un altrove se non da ignorare, almeno da nascondere. Una Napoli che rimane chiusa negli interni borghesi (come nota Mino Argentieri in un suo saggio pubblicato in Napoli, una città nel cinema, catalogo della omonima mostra tenutasi presso la Biblioteca Universitaria nel 1995). Con l’uso del dialetto che si riduce ad una semplice cadenza, che ha il doppio scopo di soddisfare i dettami della censura e di consentire alla pellicola una più ampia circolazione. Gli spunti narrativi, come abbiamo visto, hanno come principale finalità quella di far sorridere, ma anche di impietosire e commuovere, e vengono indirizzati, in ogni caso, verso l’inevitabile lieto fine, dove il disordine si ricompone e ognuno prende coscienza delle proprie responsabilità. E’ ovvio che l’interesse del film, pur scorrevole e di piacevole visione, si affida soprattutto alla grande abilità recitativa degli attori, non solo i tre De Filippo, ma con loro tutti i valorosi comprimari, tra cui, oltre ai già citati, va ricordata, almeno, la grande Tecla Scarano.

Va detto, però, che, seppur la complessità e i conflitti restano sullo sfondo, quasi invisibili, la presenza dei De Filippo garantisce comunque un collegamento con l’esperienza teatrale che, specie nelle sue manifestazioni più localistiche, continua a rimanere vicina alle istanze e al linguaggio popolare, consentendo comunque di non interrompere la trasmissione di certi importanti valori della cultura tradizionale. Il teatro, infatti, legato in maniera più stretta e diretta ai luoghi dove viene realizzato, riusciva a conservare una maggiore autonomia e ad essere meno asfissiato dalle maglie della censura. Trasformandosi, così, specie nel caso di una tradizione ricca e articolata come quella napoletana, in una sorta di “riserva indiana” dove si conservavano e si tramandavano, appunto, culture e linguaggi popolari. Dei quali sullo schermo cinematografico brillavano (o potevano brillare) solo pallidi riflessi.

Il regime (come tutti i regimi) si dimostrò molto attento alle strategie di comunicazione, controllando rigidamente quei mezzi che si rivolgevano alle grandi masse di pubblico (all'epoca, il cinema). Ma non si preoccupò di spegnere del tutto questi “piccoli fuochi”, questi focolai locali che, anche e forse soprattutto, nei teatri più popolari, mantenevano la brace accesa sotto la cenere. Quanto bastava perché si potesse appiccare, di lì a breve, un nuovo e salvifico fuoco purificatore.

 

Novembre 2012

 

<<

precedente

>>

successivo

 

Condividi su Facebook