NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA
41^ Puntata


LA CITTÀ E IL CANTO OLTRE LE MURA
Napoli Napoli Napoli di Abel Ferrara
Passione di John Turturro 

di Antonio Tedesco

 

 

Quale città, dunque? 

Due registi americani ci offrono due visioni diverse della città, lontane l'una dall'altra, quasi opposte, eppure per molti versi complementari. Due modi di leggere una realtà, quella di Napoli, che passano per le personalità dei rispettivi registi  e che abbracciano una prospettiva coerente con quella stessa realtà, seppur, fatalmente, mai esaustiva. Ma che proprio per questo motivo ne confermano, allo stesso tempo,  l'eclettismo, la grande capacità di adattarsi (o di piegarsi) alle più disparate interpretazioni. Ancora una volta, quindi, questi due film, opposti e speculari, ci confermano che Napoli è una “città-mondo”. Un “mondo a parte”, certo, ma forse proprio per  questo in grado di esercitare un irresistibile fascino. Senza contare, poi, l'atavico richiamo del sangue, visto che entrambi i registi, Abel Ferrara e John Turturro, sono di origine italiana e meridionale.

Nel 2009 Ferrara realizza Napoli Napoli Napoli avvalendosi del supporto in loco di Gaetano Di Vaio, Peppe Lanzetta e Maurizio Braucci.

Il regista parte, così, per una esplorazione della città che si snoda secondo un percorso ben definito. Quello, cioè, dell’emarginazione, del disagio, della devianza. Che allignano in maniera neanche troppo sotterranea nelle nuove periferie, Secondigliano e Scampia in particolare, come nelle viscere dei quartieri più popolari del Centro Storico. Il film dedica un’attenzione particolare alla realtà del carcere femminile di Pozzuoli. Si concentra sui volti e sulle storie delle detenute, riprese dall’obiettivo della cinepresa, utilizzando sempre una forma, si direbbe, di riguardo o di pudicizia, o quanto meno senza mai far mancare un senso di attenzione o di rispetto. I volti di queste donne formano il catalogo di un’umanità derelitta, vittima delle circostanze quanto di sé stessa. Della necessità di sopravvivere, come dei propri pregiudizi, delle proprie debolezze, della propria incapacità di reagire ad un ambiente che le plasma e le condiziona. Per Abel Ferrara, regista newyorkese cresciuto nel Bronx, si tratta di “materiale” umano e narrativo generato da vicende e da esperienze che non gli sono di certo estranee.

Il film è composito e cerca di affrontare la realtà napoletana da diversi aspetti. A partire dai danni che la speculazione edilizia ha prodotto su ampi strati della popolazione, creando quartieri-ghetto che si sono rivelati essere, soprattutto proficui e inesauribili serbatoi per la malavita. Ferrara, aiutato dal supporto costante di Gaetano Di Vaio, mostra un istinto infallibile nel cogliere il disagio, l’alienazione, e per metterli, poi, in relazione con l’intreccio di cause e di condizioni che li hanno prodotti. Alla parte documentaria del film si intersecano alcune tracce narrative che sembrano necessarie per evidenziare l’ambiente umano e sociale nel quale i personaggi intervistati e le storie da loro raccontate sono radicati. Questi diventano, così, casi esemplari di una realtà chiusa, prigioniera di sé stessa, che continua a girare intorno ai propri bisogni, alle proprie mancanze, ai propri errori, senza potere (o volere) trovare una via d’uscita. Storie che emblematicamente si svolgono in luoghi chiusi. Piccoli universi concentrazionari, fisici o mentali, dove la vita quotidiana viene racchiusa e soffocata nei suoi stessi perversi meccanismi. Come l’esistenza condotta da un gruppo di detenuti in una cella superaffollata del carcere di Poggioreale. O quella di una famiglia che vive in un basso assillata da un padre nullafacente e ubriacone, che litiga on la madre e insidia la figlia, o, ancora, raccontando i passaggi attraverso i quali si svolge un regolamento di conti all’interno di un gruppo camorristico.

Ferrara insegue una realtà dolorosa, ma non rassegnata, e lui, maestro del dark e del noir, inonda questo film di una luce naturale che, nonostante le vicende drammatiche che racchiude, contiene in sé il seme (e forse la voglia) della speranza.

Un seme e una luce che appartengono anche al film di Turturro del 2010, Passione, nel quale l’attore regista americano tesse un vero e proprio inno alla città. Alla sua musica, a quel ritmo innato nella sua stessa natura che, come proprio Turturro dice all’inizio del film, ha prodotto una quantità infinita di suoni e di canzoni, che ne hanno accompagnato una storia costellata di tragedie, invasioni, terremoti ed eruzioni vulcaniche, ma senza che nulla di tutto questo riuscisse mai a spegnere o a soffocare questo fiume di musica che ha continuato, nei secoli, a scorrere imperterrito. Una lettura in “chiave armonica”, dunque, della realtà cittadina che dà spazio al coinvolgimento e alla passionalità, senza mai eccedere nel sentimentalismo. Un fraintendimento, quest’ultimo, secondo Turturro, che spesso ha molto ridimensionato quel potenziale eversivo insito nell’animo di questa musica, di questi suoni, di questo ritmo che sembrano sgorgare dalla terra stessa, dal fuoco dei vulcani come dalla dolcezza del mare e dei paesaggi. Turturro insegue un itinerario canoro senza rinunciare all’indagine antropologica ad esso strettamente connessa. I volti i corpi e le voci si fondono in originali combinazioni con luoghi rappresentativi, ma mai in senso banale e scontato, della città.  Attraverso di essi il film riesce a cogliere l’anima della città stessa (o meglio, una delle sue mille anime) e a trasmettere le innumerevoli sfumature che quell’anima fanno vibrare. Anche questo non è un film pacificato, né nostalgico o sentimentale. Ci sono infinite tensioni che scorrono sotto le note, che si avvertono a pelle, e che fanno di questa musica uno strumento di difesa, ma anche un mezzo di riscatto  e di ribellione. Come il riaffermare la propria natura nei confronti di un mondo che incalza e preme, che omologa e uniforma. 

Dall’antico Canto delle lavandaie del Vomero a Caravan Petrol di Carosone, da Comme facette mammeta a Carmela (nella suggestiva versione di Mina), da Don Raffaè a Tammurriata nera,  e passando per le voci e i corpi di Pietra Montecorvino, Peppe Barra, Enzo Avitabile, gli Avion Travel e molti altri ancora, la musica si trasforma in strumento sottilmente eversivo, che scardina pregiudizi e luoghi comuni, e si fa elemento universale con cui comunicare lo spirito unico e inafferrabile che pervade la città. Non a caso anche Abel Ferrara conclude il suo film con un numero musicale, esibendosi con un piccolo complesso davanti al pubblico delle detenute di Pozzuoli, cantando un brano su New York che sembra paventare il possibile legame con Napoli. Sulla base di quella musica che si manifesta quale unico e vero anelito di libertà. Come dimostrano i sorrisi stampati sui volti sfatti e “vissuti” di quelle detenute, e che sembrano portarle oltre le mura non di quella prigione, ma della loro stessa vita.

Dicembre 2013.

 

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