NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA
40^ Puntata


LA CITTÀ ALTERATA
Gomorra di Matteo Garrone 

di Antonio Tedesco

Sottoposta a stati di alterazione progressiva la città impazzisce. Le strutture sociali degenerano di pari passo a quelle architettoniche. Le nuove periferie sembrano concepite per diventare bacini di coltura della malavita. Ghetti che sembrano sorgere già con il marchio di infamia impresso a fuoco. Luoghi dove allevare (si direbbe “con amore” se non risultasse come un amaro controsenso) il crimine e i suoi “operatori”. Le panoramiche con la quali Matteo Garrone, in Gomorra, il pluripremiato film da lui realizzato nel 2008, basato sull’omonimo libro di Roberto Saviano, “scopre” le Vele di Scampia, fanno letteralmente rabbrividire. La meticolosa esplorazione dei luoghi effettuata dal regista è la denuncia più diretta che il film contiene. In essa sono comprese, e comprensibili, tutte le altre. Perché lì un popolo sradicato dal suo habitat e spogliato della sua storia, sembra diventare come una belva impazzita. Un animale feroce chiuso in gabbia pronto a sbranare chiunque gli si accosti. In questo senso Garrone riesce disegnare un paesaggio fisico e umano da manuale. Le Vele sembrano trasformarsi in un luogo astratto, fatto di rigide geometrie, con linee di fuga che puntano verso l'infinito. I personaggi del film vivono e attraversano questo luogo surreale in maniera neutra, quasi inconsapevolmente rassegnata. Fanno quello che devono. Forse quello che possono nella condizione ambientale in cui si trovano. La furia e la rabbia sembrano una conseguenza diretta della frustrazione dei luoghi. Il film lavora essenzialmente sugli spazi, sui volti, sui corpi. Sul linguaggio, parlato e gestuale, sui segni visivi, sui suoni. Mostra, senza sentirsi in dovere di spiegare, sicuro del fatto che in quel “mostrare” ci sono già tutte le spiegazioni necessarie. Qui la marginalità, che abbiamo visto già manifestarsi in altri film sotto forma di alienazione, degenera in maniera definita e irreparabile. La città, Napoli, come la conosciamo, sembra distante migliaia di chilometri. E invece è lì, ridotta a quel ghetto che sembra un fortino assediato, difeso da un manipolo di scalmanati, che la paura, di cui si nutrono quotidianamente, mantiene sempre eccitati e su di giri. Uomini e donne che formano un popolo “criminale” (o forse criminalizzato?), che non avendo più un luogo proprio a cui riferirsi, avendo smarrito ogni contatto con la propria tradizione originaria, non trovano di meglio che sostituirla con un immaginario di importazione, veicolato principalmente dal cinema. Rimodellano se stessi su figure astratte e irreali. Alla disperata ricerca di punti di riferimento qualificanti e desiderabili da imitare. L'imbastardimento dei luoghi determina anche l'imbastardimento del proprio immaginario. Scarface sopra tutti (quello di Al Pacino nella versione cruenta e concitata di Brian De Palma) accende le fantasie di questi disperati. Ma molto seguiti sono anche i protagonisti dei film di Tarantino, a testimoniare la gran confusione, oltre che la pericolosa approssimazione, che la violenta alterazione del proprio stato socio-culturale è riuscita a produrre in alcuni strati della popolazione. Napoletana, certo, ma il discorso si potrebbe allargare, ovviamente, molto oltre la città.

Ciro e Marco, i due giovani protagonisti di una delle storie che si intrecciano nel film, trovano proprio in Scarface, un modello ideale da seguire. Rifanno negli spazi squallidi e tetri della provincia in cui vivono (il Casertano, e in particolare il Litorale Domizio, è un'altra delle ambientazioni del film) scene tratte dalla pellicola di De Palma, ripetendone ossessivamente le battute a memoria. Ciro e Marco che pensano di poter trovare impunemente e in piena autonomia una loro strada in questo cupo universo, sono due personaggi tragici e patetici al tempo stesso. Quasi due incarnazioni beckettiane, inconsapevoli Vladimiro ed Estragone che cercano nelle mostruose armi automatiche che maneggiano, con una sorta di orgogliosa competenza, il loro inafferrabile Godot.

La scena iniziale sembra essere, in questo senso, la chiave di lettura del film. Dove la realtà più tangibile e cruda si contamina con un immaginario lontanissimo, ma proprio per questo, forse, più desiderabile. Alcuni “esemplari”, appartenenti ad una realtà antropologica, fisicamente molto ben caratterizzata, ma ibrida e degenerata rispetto alla sua condizione di origine, vengono colti in un contesto straniato, quasi alieno. E cioè in un centro estetico, dove questi uomini che esibiscono una fisicità che si direbbero poco avvezza ad una cura così maniacale del corpo, sono colti intenti a farsi lampade, docce solari, manicure. Qui vengono ammazzati da sicari (che conoscevano come loro amici) in un fantasmagorico gioco di luci verdi e blu che rendono la scena quasi fantascientifica. Un frammento di Blade Runner schizzato chissà come  a Forcella, o a Ponticelli o, appunto, nelle Vele di Secondigliano. In questa scena stupefacente viene reso, in maniera molto precisa, tutto il senso di un mondo impazzito perché privato della propria identità.

Ma i riferimenti al cinema, a quello hollywoodiano in particolare, non finiscono qui. In un’altra delle storie del film, il sarto, un raffinato quanto sottoutilizzato artigiano, che subisce un attentato perché, rompendo equilibri interni a complessi meccanismi di interscambio di affari, si è venduto ai cinesi, vede in Tv, in un autogril dove sosta svolgendo la sua nuova attività di camionista, un abito di alta moda d lui confezionato indossato da Scarlett Johansson, durante un “diretta” dalla Mostra del Cinema di Venezia. Più che un riscontro della qualità del proprio lavoro si direbbe un’apparizione immateriale che giunge al sarto da un altrove indefinito. Ma allo stesso tempo è anche un cerchio che si chiude. Una linea che congiunge mondi in apparenza così lontani e diversi.  Come rifiuti che si trasformano in oro. Quelli tossici, che un mediatore di pochi scrupoli smaltisce nelle discariche abusive del Casertano per conto di facoltose aziende del Nord Italia (ma anche di altri paesi europei). E quelli umani, i rifiuti della società, emarginati, costretti in condizioni di eterna precarietà, eppure (o forse proprio per questo) capaci di produrre beni che risultano competitivi ai più alti livelli.

E in mezzo, la droga, il potere, la violenza. Una miscela esplosiva e un groviglio inestricabile, dove il “buono” e il “cattivo” diventano sempre più difficilmente distinguibili. Dove ciò che nasce nel fango, nella polvere, e non di rado nel sangue, può assurgere agli onori di una luminosa ribalta. La città abdica la sua identità. Viene risucchiata. Diventa una rotellina del mostruoso meccanismo che fa girare il mondo globalizzato. Scampia, allora, questa protesi mostruosa, non può considerarsi più un caso, né un errore urbanistico, ma piuttosto una sorta di tributo, un sacrificio umano e sociale consumato sull’altare di un mondo stordito e ubriacato che ha smarrito sé stesso e cerca affannosamente di ritrovarsi nei fantasmi della sua immaginazione.

 

Dicembre 2013

<<

precedente

>>

successivo

 

 Condividi su Facebook