NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

3^ Puntata

Eduardo e Peppino: Attenti a QUEI DUE

   

di  Antonio Tedesco

Ma già un anno dopo, siamo nel 1935, Eduardo e Peppino sono chiamati, per così dire, a più miti consigli. Quei due è un film prodotto da Giuseppe Amato e la cui direzione artistica è affidata a Gennaro Righelli. I due attori napoletani ne interpretano i ruoli principali ispirati ai personaggi di alcuni atti unici dello stesso Eduardo, tra i quali quello ancora oggi più noto, è Sik Sik l’artefice magico.  Un manifesto della versione teatrale di questo spettacolo compare, appunto, a tappezzare una parete della stanza dove i due compari, teatranti senza grandi qualità, cercano di tirare avanti alla meno peggio, tra ristrettezze economiche e scarsità di scritture. Quasi una firma d’artista quel manifesto.

Sik Sik, infatti, pur essendo uno dei primi testi scritti da Eduardo è, per ammissione stessa dell’autore, uno dei più rappresentativi di tutta la sua opera drammaturgica. Una sorta di sintesi estrema che individua nella figura dell’”artefice magico”, arruffone e millantatore, un simbolo buffo e tragico, allo stesso tempo, del teatrante. Colui, cioè, che fa della finzione la propria arte, riuscendo, però, a farne strumento per cogliere, a volte, attimi impalpabili di verità. Ma ben poco resta di tutto questo nel film. Dal quale, infatti, viene programmaticamente eliminato ogni riferimento e ogni allusione a certi aspetti drammatici della condizione umana che, il protagonista del lavoro teatrale esprimeva, anche in maniera comica, attraverso involuzioni e contorsioni del linguaggio che il cinema di quegli anni (intento a far brillare, almeno sullo schermo, la faccia buona del regime) si guardava bene dal riproporre. Sik Sik, quindi, resta sullo sfondo, essenzialmente inespresso nella sua sostanza più vera. Una limitazione che forse dovette risultare dolorosa per lo stesso Eduardo.

Ciò che invece si può fare, ed emerge grande forza (anche se a ben vedere qualche disagio nell’autore-attore traspare), è mettere in moto i meccanismi della coppia comica che, considerata la sua arte (di Eduardo) e quella del fratello Peppino, certamente non è poco.

Il canovaccio è tra i più usati. Quello dei due compari che gravitano ai margini del mondo dello spettacolo, sempre in cerca di una scrittura o di una occasione per dimostrare le loro (scarse) qualità e con due grossi problemi da fronteggiare, quello di mangiare ogni giorno e quello di pagare l’affitto della misera stanzetta che occupano all’ultimo piano di un palazzo nel centro di Roma.

A loro si unisce un’altra giovane, graziosa, sbandata (l’attrice Assia Noris) che dovrebbe fare da assistente ai numeri di illusionismo di Eduardo, mentre Peppino è la spalla camuffata tra il pubblico. Ma il film si articola essenzialmente sui tentativi dei due protagonisti di soddisfare quotidianamente le impellenti necessità alimentari, inanellando una serie di gags e di scenette che non si preoccupano di essere coerenti con il contesto, quanto piuttosto di passare un po’ di divertimento a buon mercato. Da segnalare che in uno di questi episodi fa una delle sue prime apparizioni cinematografiche Anna Magnani che, ancora giovane, già riempie di sé e della sua forza lo schermo, sia pur per soli pochi minuti. 

La fame e la miseria, quindi, secondo la filosofia del regime, possono essere accettate solo come spunto per creare situazioni buffe e grottesche, che restano, però, ben circoscritte a determinati ambienti e personaggi. Come già per certi versi aveva fatto Scarpetta con il suo teatro, la “fame” viene, in definitiva, spogliata di ogni elemento di propulsione tragica, motore inarrestabile di rivendicazione e di rivolta, e ridotta a mero spunto comico-grottesco per gags e situazioni comiche. La fame e la miseria, insomma, vengono svuotate di ogni sano, ancestrale e sacrosanto impulso rivoluzionario.

In Quei due si può agevolmente leggere  questo contrasto, che non solo oppone il teatro al cinema (la rappresentazione slavata e svuotata di senso di Sik Sik), ma  anche l’esempio emblematico di questo processo di svilimento delle più autentiche istanze popolari a favore di un deliberato appiattimento su una dimensione di mediocrità piccolo borghese che ben si confaceva alle finalità del fascismo.

Questo film, insomma, divertente ma non eccelso, rappresenta, forse involontariamente, la tipica condizione del cinema che in quegli anni si ispirava a Napoli. Che si identifica con i due guitti   (Eduardo e Peppino) che, emigrati a Roma in cerca di fortuna e tormentati dalla fame, sono costretti a sopravvivere di espedienti. Riducendosi anche a svilire la propria arte, nella finzione così come nella realtà. Aspetto da non sottovalutare se si considera che in quegli anni Eduardo aveva già scritto Natale in casa Cupiello, la cui prima stesura risale al 1931.

E’, in pratica, il cinema napoletano, o meglio, ispirato a Napoli che, così come il marchese Fusaro, interpretato da Raffaele Viviani in La Tavola dei poveri, doveva dar via per pochi soldi i quadri di famiglia, è costretto a svendere la cultura di cui è portatore per sopravvivere.

 

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Novembre 2012

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