NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA
39^ Puntata


LA CITTÀ ALIENATA
Il verificatore di Stefano Incerti (1995)
L’uomo in più di Paolo Sorrentino (2001)
L’imbalsamatore di Matteo Garrone (2002)
Gorbaciof di Stefano Incerti (2010)

di Antonio Tedesco

 La città cresce. Allarga i suoi confini. Le periferie fagocitano territori un tempo agricoli, o peggio, paludosi. Una dimensione fisica che ha inevitabili ripercussioni sul “fattore umano”. Anche l’idea di “napoletanità” si modifica. Se ne amplia la valenza. Per certi versi si imbastardisce. Il cinema, puntualmente, registra il mutamento in corso. E si ritrova ad esplorare un paesaggio umano profondamente modificato. Dove gli aspetti oscuri dell’animo si manifestano con maggiore evidenza. Film attraversati da personaggi governati da ossessioni, da pulsioni spesso inconfessabili. Che rispecchiano una faccia nuova della città. La sua anima globalizzata.

Una nuova generazione di registi si affaccia nel nostro panorama cinematografico. Raccontano di questa rinnovata realtà concentrandosi innanzitutto su quella diffusa idea di marginalità, e su di una certa dimensione degenerativa del moderno che, in maniera subdola ma inesorabile, circondano la città. In senso metaforico, come in quello fisico. La assediano e la soffocano nel continuo interscambio centro-periferia, ne marchiano, in maniera che pare indelebile, l’immagine. Una marginalità territoriale, che diventa tanto più esplicita e manifesta proprio nella sua componente umana. E i cui risultati, nelle loro espressioni più estreme e patologiche, sono quelli che vengono rappresentati nei film di Stefano Incerti, Paolo Sorrentino, Matteo Garrone. Mutamenti per molti versi radicali che rimandano anche ad un nuovo approccio verso la realtà nei confronti di questo nuovo (diverso) ambiente fisico e umano.

Nel 1995 Incerti ambienta Il Verificatore in una Napoli che ha perso, o rinunciato, a qualunque orpello accattivante o oleografico, una città “dura, devastata e fredda, che sembra Glasgow”, come viene definita nella voce del dizionario “Il Morandini” dedicata al film. Il protagonista, un controllore dell’azienda del gas, si muove come attonito in un ambiente urbano ostile e cupo, portando dentro di sé una scintilla di purezza destinata, però, a deflagrare in un gesto estremo, di fronte al becero opportunismo, alla volgarità, alla bassezza diffusi nell’ambiente con cui viene a contatto. Qualcosa che nel nome dell’interesse e del piacere personale contamina quel sentimento di amore sincero e disinteressato che in lui ancora sopravvive. Un interazione fatale tra personaggi e condizione ambientale in rapido mutamento ed evoluzione è quella che, alcuni anni dopo, indagherà Paolo Sorrentino con il suo film di esordio, L’uomo in più. Qui i due protagonisti, significativamente omonimi, Antonio Pisapia e Tony Pisapia, rispecchiano le nuove frontiere di un immaginario che crea e distrugge i suoi miti con la medesima indifferente rapidità. Rispettivamente calciatore e cantante risultano simboli di un sentimento collettivo deviato e corrotto oltre che strumentalizzato, e mostrano, alla fine, un marcato senso di  inadeguatezza nell’affrontare il naufragio delle loro illusioni. La città intorno a loro rispecchia il fallimento delle effimere aspettative di questi due personaggi simbolo, tipici (quasi stereotipi) rappresentanti della “società-spettacolo”, due falsi modelli di “successo” destinati alla deriva dalla loro stessa volatile consistenza. Non diverso, anche se in un altro contesto, lo spirito che anima i protagonisti de L’imbalsamatore, il film di Matteo Garrone, ambientato in gran parte in un umido ed inospitale Villaggio Coppola, tipico “non luogo” sorto con malintesi intenti turistici lungo la Via Domiziana. Luogo dell’alienazione e dell’anonimato per eccellenza, non è un caso, infatti che l’azione si trasferisca, ad un certo punto del film in un’altrettanto aspra e inospitale provincia di Cremona dove è difficile cogliere le differenze ambientali. Quasi a significare un appiattimento, un annullamento delle diversità. Non ci sono più tratti specifici che caratterizzano i luoghi, tutto viene uniformato in un’identità incerta e sfuggente, plasmato in un indefinibile “altrove” che rende ogni cosa ambigua, incerta, corrotta nella sua vera natura, e guidata solo da un desiderio malato che, nella totale perdita di identità, sembra rimanere come l’unico appiglio possibile. I tre personaggi intorno ai quali è incentrato il film, un imbalsamatore, appunto, affetto da nanismo e coinvolto in loschi traffici, un suo giovane lavorante, bello nell’aspetto, ma incerto e volubile nel carattere, e la donna, una giovane intraprendente e segnata anche lei nel volto da un elemento di degenerata modernità (labbra vistosamente rifatte) che contende al perfido imbalsamatore l’amore del ragazzo, sono in tutta evidenza i rappresentanti di un’identità smarrita e confusa, quasi tre maschere del degrado sociale e morale, come sotto altri aspetti, lo erano i protagonisti de L’uomo in più di Sorrentino. E il Villaggio Coppola, questa protesi deforme malamente abbarbicata al paesaggio urbano, è come loro stessi un’entità aliena, staccata da ogni riferimento, da ogni tradizione. Quasi un paesaggio lunare, freddo, lontano, ma nel quale, però, la città troppo spesso si riflette e si riproduce. Con Gorbaciof,  del 2010, ancora di Stefano Incerti, l’azione torna a svolgersi nel cuore della città, ma siamo ancora in una Napoli livida, da bassifondi, frequentata da personaggi ambigui e malfamati. Il protagonista, interpretato da Toni Servillo, detto Gorbaciof per via di una vistosa voglia sulla fronte, si muove tra il carcere di Poggioreale, dove è impiegato in mansioni amministrative e una bisca clandestina nel retrobottega di un ristorante cinese, dove dà sfogo al suo vizio del gioco, e dove si invaghisce della figlia del proprietario, con la quale intreccia una relazione complicata dalle difficoltà di comunicazione. Gorbaciof, con il suo modo di muoversi, di camminare, con l’ atteggiamento di tutta la sua persona, sembra voler tracciare delle geometrie, delle linee (di)rette all’interno del caos magmatico nel quale il mondo intorno a lui sembra irrimediabilmente versare. Ma anche lui, a suo modo “puro” e determinato, verrà risucchiato in questo magma vischioso e annientato dall’imperante, tronfia e diffusa stupidità, ormai padrona incontrastata del campo.

Questi quattro film, racchiusi nell’arco di un quindicennio, hanno un tratto in comune. Raccontano l’alienazione dei rispettivi protagonisti, che si rispecchia fedelmente nell’ambiente in cui vivono. Raccontano di una perdita di sé, della propria identità individuale e collettiva, in conseguenza del deflagrare di una modernità improvvisa e invasiva, che non ha conosciuto progressione, ma è arrivata di botto, quasi a sorpresa, e si è insediata in forze, impossessandosi della città, ed espropriandola della sua storia e della sua cultura, un po’ come succedeva con gli eserciti invasori che  nel corso dei secoli, l’hanno conquistata  e violata. Aprendo virtualmente la strada alle nuove armate di Gomorra.

 

Novembre 2013

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