NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

38^ Puntata  


LA CITTÀ ANTAGONISTA

Incantesimo napoletano di Paolo Genovesi e Luca Miniero
La Repubblica di San Gennaro di Massimo Costa

 

 

di Antonio Tedesco

 

Con Napoletani a Milano del 1953, di cui abbiamo parlato in altra parte di questa rubrica, Eduardo De Filippo aveva affrontato a modo suo l'eterna querelle che vede contrapposte le due città simbolo del nord e del sud, Napoli e Milano, appunto, risolvendo la questione non senza una nota di moralismo “politicamente corretto”, ed evidenziando quanto di buono c'è, o potrebbe esserci, in entrambe le “specie” (napoletani e milanesi) e teorizzando, infine, la possibilità di uno scambio e di un dialogo tra gli abitanti delle due città. Più radicale nella sua filosofia, neanche tanto spicciola, Luciano De Crescenzo che, in Così parlò Bellavista, classifica il prototipo meridionale come “uomo d'amore”, mentre quello settentrionale come “uomo di libertà”. Ognuna di queste due tipologie prevede, ovviamente, una serie di scelte di vita e di visioni del mondo che ne caratterizzano lo specifico status (meridionale o settentrionale) e che difficilmente risultano compatibili, quando non sono irrimediabilmente opposte.

Due film realizzati all'inizio dello scorso decennio ripropongono questa condizione di antagonismo nord-sud in termini abbastanza estremi, seppur sfumati nei toni del grottesco e del paradosso. Si tratta di La Repubblica di San Gennaro, di Massimo Costa, del 2003, e di Incantesimo Napoletano, di Luca Miniero e Paolo Genovese, del 2002. Il primo ipotizza un'Italia spaccata, con il nord che si proclama repubblica autonoma ed esercita una forte discriminazione sui meridionali, utilizzati come mano d'opera per i lavori più umili e pesanti. Questi vivono rinchiusi in ghetti recintati che, se da un lato gli consentono di conservare le proprie abitudini di vita, dall’altro impediscono ogni contatto indesiderato con le popolazioni locali. Il film gioca su questo dualismo nord-sud tentando una visione quasi fantascientifica, intesa come ipotesi di un futuro possibile e degenerato, sullo stile di 1984 di Orwell, o di Metropolis di Fritz Lang. I risultati sono ovviamente molto al di sotto degli inarrivabili modelli, ma il film, che spesso si risolve nella facile macchietta, è interessante soprattutto nei presupposti che pone, e che risultano non privi di spunti di riflessione. Si va dall'impossibilità di essere diversi forzando la propria natura, come evidenziato dalle frustrazioni e dalle patetiche umiliazioni del protagonista, interpretato da Gianfelice Imparato, che aspira ad integrarsi, a vedersi riconosciuto un, per lui impossibile, status di nordico, al ruolo della manovalanza meridionale nello sviluppo dell'economia del nord Italia, fino alle vessazioni che i marocchini (considerati una sottospecie dei meridionali) subiscono ad opera dei meridionali stessi che li reputano dannosi in quanto potrebbero potenzialmente mettere a rischio anche quei poveri e miseri vantaggi di cui essi possono usufruire. Non mancano, in tutto questo, intrecci amorosi tra esponenti delle due aree geografiche contrapposte, che mettono a rischio la struttura efficientistica e rigorosa dell'apparato nordista evidenziandone crepe e punti deboli. Alla fine, dopo una serie di   sotterfugi e peripezie, si riuscirà ad organizzare una fuga che dal cupo e piovoso nord porterà i protagonisti verso la loro terra, per mezzo di un barcone che simbolicamente attraversa un mare soleggiato, quasi a voler alludere ad una fuga verso la clandestinità all'incontrario.  

Ugualmente immaginifico, ma su di un piano favolistico più che fantascientifico, Incantesimo napoletano nel quale si prospetta un evento di natura sconvolgente per i protagonisti del film, la nascita di una bambina che, pur essendo legittimamente figlia di napoletani purosangue, fin dai primi vagiti si potrebbe dire, parla milanese. Con il grande disappunto che si può immaginare da parte dei suoi genitori, e le relative difficoltà di inserirla in un contesto sociale che la vede come estranea se non come una vera e propria aliena. Il film, quindi, sposta con decisione la fondamentale questione dell’appartenenza sul piano simbolico e concreto insieme del linguaggio. Qui, come anche ne La Repubblica di San Gennaro, l’identità dei luoghi, come quella delle persone, si definisce compiutamente per contrasto e non certo per affinità. La piccola Assuntina Aiello, per quanto amata dai genitori (interpretati da Marina Gonfalone e Gianni Ferreri), rimarrà sempre un oggetto estraneo per la sua famiglia, come per il contesto sociale in cui si trova a vivere. Quasi fosse una parodia, o meglio, un’estensione di senso,  di certi film horror nei quali ragazzini di normalissime famiglie qualunque vengono “visitati” da possessioni demoniache in seguito alle quali assumono tratti o caratteristiche mostruosi. Vi è, a questo proposito, una scena dove, seppur in chiave grottesca, viene effettuato un vero e proprio esorcismo, che si concretizza in una sorta di battesimo del mare che avviene al largo della costa partenopea, su una barca di pescatori. Il patetico tentativo non solo non salverà la ragazzina dalla sua connaturata “milanesità”, ma le procurerà pure un tremendo raffreddore.

Al contrario di quanto paventato nei film di De Filippo e di De Crescenzo, qui la conciliazione sembra impossibile. Va detto che il film di Genovesi e Miniero, così come quello di Costa, pur partendo da spunti potenzialmente molto intriganti, non ne sviluppano a pieno tutte le implicite potenzialità. Ciò che in entrambi, però, emerge con decisione è che questa divisione territoriale, ma soprattutto culturale, è netta e difficilmente componibile, anche se, specie ne La Repubblica di San Gennaro si cede in varie circostanze, come già detto,  alla fatale attrazione degli opposti. Restano comunque, come baluardi inespugnabili, le radicali diversità di concezione del mondo e della vitta.

Napoli in entrambi i film si pone come una sorta di capitale della meridionalità, ruolo rivendicato con orgoglio e dedizione. Ciò che maggiormente traspare, però, specie in Incantesimo Napoletano, è questo senso di perdita incombente, questa paura, questo sentirsi assediati da una modernità che annulla ogni diversità, che appiattisce ogni differenza. Ancora una volta Napoli, nella sua qualità di città simbolo del meridione, teme l’infiltrazione di questo corpo estraneo, di questo modernismo senza anima che minaccia di  omologare e “normalizzare” la sua cultura antica, i suoi consolidati modi di vita. Assuntina che parla milanese, quindi, è questo “nuovo” che avanza e tutto travolge, ma forse anche un virus che tutto contamina. E’ come il presagio di una perdita di identità incombente che il popolo napoletano sente chiaramente approssimarsi. Sono i tempi che incalzano impietosi. 

In questo contesto, il tentativo di “rieducare” Assuntina è la difesa strenua che quello stesso popolo tenta di mettere in atto, così come il fallimento di questa azione è la sotterranea e strisciante consapevolezza dell’impossibilità di opporsi a questo processo ineluttabile di evoluzione ma anche di irreparabile perdita.

 

Novembre 2013

 

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