NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA  

37^ Puntata
LA CITTÀ SEPARATA
La guerra di Mario di Antonio Capuano
Il resto di niente di Antonietta De Lillo

di Antonio Tedesco

 

  Ci sono molte cose che uniscono Eleonora Pimmentel Fonseca, la protagonista de Il resto di niente, il film del 2004, che la regista napoletana Antonietta De Lillo ha tratto dall’omonimo romanzo di Enzo Striano, e Giulia, la protagonista di  La guerra di Mario, il film di Antonio Capuano del 2001. Entrambi i film sono ambientati a Napoli, il primo ai tempi della Repubblica Napoletana del 1799, il secondo ai giorni nostri. E raccontano di due donne che seppur in tempi e in contesti diversi, ingaggiano una lotta strenua e caparbia con una realtà umana e sociale che cercano di modificare, ma senza riuscirci.

Eleonora Pimmentel Fonseca (noto personaggio storico legato alle vicende che portarono alla costituzione della Repubblica Napoletana) incarna il sogno di affrancamento e di emancipazione coltivati da una borghesia (ma anche da alcune frange aristocratiche) evoluta e intellettuale, il cui limite, però, è quello di non riuscire a dialogare con il popolo dal quale una barriera culturale (intesa soprattutto come linguaggi, tradizioni e modi di vita) la separa. Quel popolo su cui pur dovrebbero ricadere i principali benefici della loro azione rivoluzionaria, diventa invece il peggior nemico della rivoluzione.

Allo stesso modo un muro invalicabile sembra separare Giulia, donna borghese agiata e intellettuale, con spiccata sensibilità artistica, da Mario, il ragazzino disagiato proveniente da famiglia difficile che lei, insieme al suo compagno, vorrebbe ottenere in affido.

Le due donne si cimentano, così, in un tentativo sincero e disperato di colmare l’abisso che separa due mondi. I quali si manifestano, però, come lontani e inconciliabili, al di là della loro stessa volontà.

Giulia vorrebbe offrire a Mario una vita migliore. Un ambiente domestico accogliente e sereno, per strapparlo ad un destino che l’aveva già segnato ancor prima della nascita. Ma il ragazzino è recalcitrante. Non rifiuta di principio questa nuova sistemazione e a suo modo si affeziona a Giulia. Ma il richiamo del suo mondo d’origine è continuo e ineludibile. Lo avverte nel compagno di classe ribelle che lascia la scuola per la vita di strada. Lo percepisce nella zingarella sua coetanea che chiede l’elemosina al semaforo. E a nulla serve il fatto che Giulia cerchi di non condizionarlo, di lasciare che il ragazzo esprima il più liberamente possibile la sua natura pur di favorire il suo processo di adattamento. Alla fine la procedura di affidamento non andrà a buon fine e Mario dovrà continuare il suo doloroso girovagare tra istituti e famiglie provvisorie.

 

Così come il piccolo Mario, anche il popolo napoletano ne Il Resto di niente mostra la sua irriducibilità, la sua indisponibilità a evolversi dal proprio stato, manifestando una sorta di spirito anarchico e disincantato che rifiuta istintivamente ogni istanza di progresso e di emancipazione, come se in cuor suo coltivasse il timore che questo possibile cambiamento del proprio modo di essere potesse significare innanzitutto la rinuncia o la perdita della propria vera identità, della propria più intima natura. 

Ci troviamo di fronte, quindi, a due veri e propri universi distinti e separati, che condividono lo stesso territorio ma che fanno fatica a comunicare, nonostante i confini tra l'uno e l'altro non siano sempre delineati con precisione.

Con i loro film Capuano e De Lillo si cimentano con questo conflitto irrisolto e probabilmente irrisolvibile. Ne mettono a nudo i contrasti, ne evidenziano gli attriti, pongono faccia a faccia, in un confronto per certi versi impietoso, le due realtà. La sconfitta subita dalle protagoniste dei due film sembra sancire la sostanziale impossibilità di ogni tentativo di composizione o di dialogo. E neanche serve a determinare una qualche vittoria della loro controparte, ma solo a mantenere inalterato lo stato delle cose.

Pone, però una domanda su quale delle due facce della città sia la più vera e riconoscibile. Se quella che cerca di difendere anche contro ogni evidenza la propria identità storica e culturale o quell’altra tesa ad affermare le proprie vedute più ampie e “progressiste”. 

Nel suo film d'esordio intitolato Autunno, del 1999, la regista napoletana Nina Di Maio, propose una Napoli diversa, immersa nei colori caldi e tenui di una borghesia normalizzata, realizzando un'opera, per certi versi più vicina al cinema di Antonioni o di Woody Allen, che indagava i guizzi dell'animo e i conflitti intimi e sentimentali dei personaggi.  Nina Di Maio realizzò un buon film, dal ritmo piacevole, scandito da una colonna sonora ispirata alla musica jazz e dotato di una sua atmosfera ben definita e coinvolgente. Ma raccontava la città “separata”. Che avrebbe forse potuto essere anche Milano, o Parigi, o New York. Un luogo, cioè, privato di quel contrasto, di quel conflitto che non solo lo caratterizza, ma che ne determina la sua unicità. Autunno racconta di una città che vive la sua esistenza ignorando (o fingendo di ignorare) ciò che avviene nei vicoli che si trovano subito dietro l'angolo.

Ciò che invece dà spessore drammatico alle figure di Eleonora Pimmentel Fonseca (interpretata nel film da Maria De Medeiros) e di Giulia (la brava Valeria Golino) è il fatto che, nonostante la loro caparbia lotta per affermare, in modi e circostanze diverse, un principio che ritengono giusto, siano rose in cuor loro dal dubbio. Il dubbio, cioè, che modificare (seppure in meglio, almeno dal loro punto di vista) quella realtà con la quale si scontrano, forzandone la sua stessa volontà, sia effettivamente la strada giusta da seguire. Entrambe sembrano percorse da un sottile senso di colpa. Entrambe sembrano chiedersi se quello che compiono non sia, piuttosto, un gesto di prevaricazione e di arroganza intellettuale.

Entrambe aspettano dalla città una risposta, che (come forse ben sanno) non arriverà mai.

Ottobre 2013

 

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