NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

36^ Puntata

LA CITTÀ E LO SPIRITO DELLA TRAGEDIA
Teatro di guerra di Mario Martone
Luna Rossa di Antonio Capuano

 

 

di Antonio Tedesco

 

 La “città teatro” riscopre la sua vocazione tragica. Se Napoli è un palcoscenico, come un usato luogo comune vuole, non lo è certamente solo per la canzone o per la macchietta, come a molti sembra più facile e comodo credere. Al contrario, la sua vera natura è altrove e basta scalfire appena un po' la superficie per ritrovarla ancora intatta, seppure nelle forme e nei modi diversi dettati dai tempi, ma immutata nella sostanza, nella sua essenza profonda e universale

La città “tragica”, dunque, si rivela come luogo di passioni forti che rimandano direttamente agli archetipi immortali della tragedia greca. E che sembrano essere rimasti impressi come un marchio indelebile nelle sue viscere, manifestandosi ancora, anche nelle più svariate espressioni della modernità. In quelle più ricercate e intellettuali che, per contrasto, sembrano trovare quasi un habitat naturale nei quartieri popolari (i Quartieri Spagnoli, per la precisione) a stretto contatto con quel popolo che è il suo cuore pulsante e nei quali è in gran parte ambientato Teatro di guerra, film realizzato nel 1998 da Mario Martone. Ma allo stesso modo il suo cuore tragico si esprime anche nelle manifestazioni più kitsch e volgari di quella stessa modernità, in ville bunker tristi e opulente, sorta di fortini della malavita, situate in oscure periferie della città stessa, come rappresentato in Luna rossa, il film diretto da Antonio Capuano nel 2001. Entrambi i film si ispirano dichiaratamente a opere di Eschilo. E trovano in Napoli, nelle sue strade, nella sua gente, nella sua stratificata complessità umana e sociale uno scenario quasi ideale, attraverso il quale esprimere ancora una volta le valenze universali che l’opera dei grandi tragici greci sembra aver fissato per sempre nella cultura e nell’animo della civiltà Occidentale.

Nel film di Martone una compagnia teatrale prepara un allestimento de I sette contro Tebe, da rappresentare direttamente nella Sarajevo assediata della prima metà degli anni Novanta. Si tratta di teatro sperimentale, fatto con molta passione e pochi mezzi. Le prove si svolgono in una piccola sala nel cuore dei Quartieri Spagnoli. L’ipotetico asse Tebe-Napoli-Sarajevo sembra voler collegare più che tre momenti storici tre luoghi ideali nei quali si ripropongono in contesti diversi drammi umani molto simili. Dalla Tebe chiusa nella morsa di una lotta fratricida per il potere sulla città, alla Sarajevo assediata dai serbi e schiacciata da un conflitto intestino altrettanto folle e inumano, passando per Napoli a sua volta dilaniata al suo interno dagli eventi contraddittori che la caratterizzano, dalla sua natura inafferrabile e irriducibile, dalla molteplicità incomponibile delle sue anime.

Lo spettacolo, allestito con molti sacrifici, non andrà mai a Sarajevo. E forse non andrà mai oltre la prova generale cui già faticosamente si giunge. Come a rappresentare proprio le sofferenze di questa città che sembra condannata ad una perenne incompiutezza a non potere mai (come per altri versi la Tebe mitologica e la Sarajevo contemporanea) comporre nel modo migliore possibile la quantità di elementi reali e potenziali che si esprimono al suo interno. Riuscendo (quasi fosse una condanna) a mostrare compiutamente di sé solo il suo aspetto più opportunista e protervo. Infatti lo spettacolo allestito dallo Stabile della città e diretto da un tracotante e presuntuoso regista con grande sfoggio di mezzi e non poca arroganza (La bisbetica domata di Shakespeare), pur nella sua scontata prevedibilità, non solo viene regolarmente rappresentato, ma ottiene anche consensi e successo. Una visione alquanto pessimista che nasce, forse, anche dall’esperienza diretta di Mario Martone che in quei luoghi (il Teatro Nuovo, sui Quartieri Spagnoli) e con quegli attori (Andrea Renzi, Anna Bonaiuto, Iaia Forte, Roberto Di Francesco e molti altri ancora) ha svolto per gran parte la sua attività di regista teatrale.

La città pulsa intorno al teatro e interagisce con esso. La tragedia di Eschilo si mescola alla vita quotidiana e con questa si confonde. Non più concentrata nella forza delle singole passioni dei personaggi classici, ma diffusa in maniera più pervasiva nelle strade e nei vicoli, nei volti della gente comune, nella precarietà e nell’approssimazione dell’esistenza che si respira ad ogni angolo. I teatranti, a cavallo tra queste due esperienze di vita (quella del palcoscenico e quella della strada), fanno da trait d’union, uniscono i due mondi (come Napoli, nel film, collega Tebe e Sarajevo) e ne sanciscono, in questo modo, la sostanziale univocità.

Si concentra maggiormente, invece, sulla forza dirompente delle passioni individuali Luna rossa di Antonio Capuano, trapiantando direttamente nelle dinamiche di una famiglia camorristica i tragici intrecci dell’Orestea, sempre di Eschilo. In un groviglio di tradimenti e di omicidi, di lotte per il potere e di contrasti fratricidi si consuma un’altra, eterna, rappresentazione del male. Nella Grecia antica di Eschilo come nella realtà contemporanea, e in Napoli, in particolar modo, assunta ancora una volta a paradigma universale, il disagio sottile insito nella condizione umana esplode nella violenza e nella sopraffazione, nell’impulso irrefrenabile di affermare se stessi sugli altri con ogni mezzo. I potenti Cammarano vincono a suon di morti ammazzati la sfida con la famiglia rivale per il controllo del territorio. Ma tale affermazione non può dirsi una vittoria perché il germe del male serpeggia subdolamente al loro interno alimentando i contrasti, i desideri di supremazia e di vendetta. Come per quelli che animavano la tragedia greca, anche qui i personaggi diventano come dei paradigmi, delle rappresentazioni del male assoluto, divorati al loro interno dalla brama di ricchezza e di potere. Quasi iconici nella loro rappresentatività (efficacemente interpretati da Toni Servillo, Licia Maglietta, Carlo Cecchi, Antonio Pennarella, Lucia Ragni e molti altri) fissati nella loro realtà immutabile, espressione moderna di tormenti millenari. I personaggi del film sembrano dibattersi come insetti sotto una campana di vetro dalla quale sanno che non potranno mai uscire, oppressi fino all’asfissia dalla limitata quantità di spazio e di aria disponibili. Per questo motivo il regista li rappresenta quasi sempre in ambienti chiusi, circoscritti, rarissimi gli esterni e mai dotati di sguardo ampio. Eppure, se anche scarsamente visibile, la città (sia pur nelle sue espressioni peggiori) si intuisce intorno a loro, ancora una volta come teatro naturale nel quale tali violente pulsioni si alimentano e si sviluppano, ma più ancora come palcoscenico universale, luogo del mondo, in cui, almeno in questo film, si spoglia della sua maschera più accomodante e bonaria per mostrare gli oscuri tormenti che affliggono e avvelenano l’animo non solo della città e del suo popolo, ma dell’umanità tutta.

 

Ottobre 2013

 

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