NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

35^ Puntata

LA CITTÀ IN CERCA DELLE RADICI
L'amore molesto di Mario Martone
Giro di luna tra terra e mare di Giuseppe M. Gaudino

 

 

di Antonio Tedesco

 

Delia, una disegnatrice di fumetti trasferitasi a Bologna, torna a Napoli dopo alcuni anni di assenza in seguito alla morte della madre. La morte è avvenuta per annegamento e la donna è stata ritrovata seminuda in riva al mare. Difficile stabilire se si tratti di suicidio o di incidente.

Il ritorno nella sua città di origine e la tragica vicenda che lo ha determinato costituiscono per Delia l'occasione per un tuffo nel suo passato. Nella sua infanzia, soprattutto, costellata di ombre che lei ha cercato con tutte le sue forze di rimuovere. Quella della madre, Amalia, è stata una presenza ingombrante nella vita di Delia, che la ha, probabilmente, indotta ad una fuga, sia pur giustificata da necessità per esigenze di lavoro. Ma ora che la madre non c'è più, pare che il suo fantasma, il fantasma del passato di Delia, incomba su di lei con forza ancor maggiore. Fino ad indurla ad una sorta di simbolico processo di identificazione con la controversa e contraddittoria figura materna.

L'amore molesto è il film che, nel 1995, Mario Martone ha tratto dall'omonimo romanzo di Elena Ferrante. In esso la storia di Delia è pienamente calata nell'atmosfera di Napoli. Una Napoli per  molti versi inusuale e concreta, materiale e quotidiana. Vista per quella che è nell'esperienza di chi la vive ogni giorno, senza indulgenze o concessioni. Una città che agli occhi di Delia si presenta, ugualmente a sua madre, inafferrabile e contraddittoria, tenera e volgare, esuberante e malinconica.

La storia di Delia e di sua madre Amalia è la storia di una ricerca delle origini che avviene ripercorrendo l'esperienza dell'infanzia e rivivendo le violenze che l'hanno attraversata. E' la storia di due mondi, dove uno cerca le sue radici nell'altro e si accorge che queste sono proprio in tutto quello che ha sempre creduto di poter rimuovere e dimenticare. La madre, Amalia (interpretata da Angela Luce), è lo spirito stesso di una città che, nonostante la ricchezza della propria esperienza, tende a distruggere se stessa quasi con allegria, con una leggerezza fatalistica e ineluttabile, scegliendo di perdersi proprio in quel mare che costituisce uno dei suoi simboli più forti e riconosciuti.

Delia è la figlia (la nuova generazione) che ha creduto di essere diversa, di essere capace di lasciarsi dietro le spalle quel sistema di valori (ambiguo, forse, ma indubbiamente solido) che caratterizzavano il suo vecchio mondo, accorgendosi, però, di aver trovato in cambio solo un senso incolmabile di vuoto e di smarrimento. La città intorno a lei è caotica e spesso piovosa, vitale e mortifera allo stesso tempo. Da Piazza Carlo III, al Rione Luzzatti, al Vomero, Delia insegue il fantasma di sua madre indossando un improbabile vestitino rosso che la stessa madre non aveva fatto in tempo a regalarle. E in tutto questo affastellarsi caotico di luoghi, di facce, di voci, si aprono oasi di un altrove imprevedibile, e solo in apparenza incongruo, come avviene per l’episodio ambientata nelle Stufe di Nerone.

Delia (una bravissima Anna Bonaiuto) si confronta con una realtà che la sommerge e la travolge completamente. E che forse, pur richiamando ricordi dolorosi, sente scorrere dentro di lei come la vita stessa. Con una forza e un’intensità che non percepiva più da quando da quella sua città, da quel suo passato, aveva scelto di allontanarsi. Le sue radici, quindi, la sua esperienza, coincidono con quelle della città stessa, oltraggiata e violentata, vilipesa e rinnegata, ma sempre, caparbiamente, inarrestabilmente, vitale.

Un percorso per molti versi simile, pur se in forma e modi diversi, è quello compiuto da Giuseppe Gaudino con Giro di lune tra terra e mare del 1997. Il film è ambientato specificamente a Pozzuoli, e rappresenta una città (una realtà) erosa, lentamente consumata dallo scorrere di un tempo costellato da terremoti e soprattutto dal sotterraneo, inesorabile fenomeno del bradisismo. Che costringe gli abitanti della parte più antica di Pozzuoli ad una forzata migrazione e al difficile adattarsi a nuovi insediamenti, abbandonando le vecchie case e con esse interi pezzi della propria storia e del proprio passato. Il film, ambientato negli anni '70, segue le vicende di una famiglia di pescatori colta in questo complesso momento di transizione, dove antichi e consolidati valori vengono messi in discussione e la realtà sociale sembra degradarsi insieme al territorio. Un territorio che, però, cerca forza e dignità nella sua storia antica. Nell'esperienza, e anche nella saggezza che si è radicata in quei luoghi, percorsi nel tempo da santi e filosofi, stravaganti imperatori romani (Nerone) e donne potenti e ambiziose (Agrippina).  Luoghi come Baia e Cuma dove, oltre la storia, anche il mito trova le sue radici. Una consapevolezza, una antica sapienza che, passando anche attraverso artisti, musicisti ed originali espressioni della cultura popolare, come la rivoluzionaria Maria la Pazza, giungono fino ad oggi per perdersi in quella terra ballerina e instabile e in una società che evolve spesso anche rinnegando ciò che era stato. Anche in Giro di lune  le ricadute umane e sociali sono espresse attraverso un conflitto generazionale. Padre e figlio questa volta, che si confrontano aspramente. Una visione del mondo vecchia e immobile che si scontra con quella di chi prende atto della realtà e della necessità di doversi adeguare.

Gaudino esprime tutto questo  scegliendo uno stile di rappresentazione originale e poco conciliante, alternando la durezza della vita quotidiana dei protagonisti, con la rappresentazione di frammenti di quella storia e di quel mito visti però senza enfasi, nel loro alternarsi di grandezza e di tragedia, tracce di una terra che ha spesso dovuto unire lo splendore dei luoghi alla cupezza delle vicende umane. I frammenti di quel passato sembrano sgorgare da quella terra stessa, da quel suo muoversi incessante che apre falde e buche e vivono nello sguardo di chi, spesso ragazzini, va ad esplorare quegli spazi che si aprono come sipari immaginari su di un mondo ancora vivo e presente sotto la superficie logora e degradata della modernità.

Come Delia nell'Amore molesto, anche qui, il regista attraverso una rappresentazione cruda della realtà presente, come del passato anche antichissimo che l'ha prodotta, va in cerca delle origini, dell'esperienza propria e di tutto un mondo, consapevole che la vera perdita di sé, la vera erosione del proprio territorio, non solo fisico, ma soprattutto interiore, non è determinata tanto dal   bradisismo naturale, quanto da quello indotto e artificiale che cancella la storia (di sé, del mondo in cui si è generata) dalla propria coscienza.

 

Settembre 2013

 

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