NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

34^ Puntata

La città postmoderna
Libera e I buchi neri di Pappi Corsicato

 

di Antonio Tedesco

 

Se, come abbiamo visto alcune puntate fa, nei film di Salvatore Piscicelli serpeggia una sorta di dolente modernismo che svuota Napoli dei suoi luoghi comuni e la rappresenta come una città esteticamente sfregiata dove le periferie diventano luogo dell’oblio di sé e della propria storia, Pappi Corsicato porta il discorso su Napoli ad uno stadio ancora più avanzato. Elabora, cioè, questo disagio e questo smarrimento ricomponendoli in una chiave fortemente estetizzante. Li formalizza seguendo precise strategie espressive, fino a farli diventare maniera di sé stessi. E riducendoli alla loro forma primaria di pura e meccanica accettazione degli stimoli che arrivano dall’esterno. Accentuando fortemente, a questo fine, i toni del grottesco e del surreale, e senza risparmiare in citazioni che mescolano parimenti elementi di cultura “alta” e “bassa” secondo i più tipici stilemi di quel procedimento espressivo definito, appunto, postmoderno.

Corsicato riesce a cogliere, così, un altro aspetto nell’evoluzione della realtà napoletana che, seppur fittamente bombardata dagli influssi della modernità non riesce mai a liberarsi del tutto dai condizionamenti della propria tradizione culturale di riferimento. Cosa che potrebbe essere considerata, a prima vista, come elemento positivo, se nella pratica non avesse generato troppo spesso veri e propri mostri. E sono, appunto, “mostri” che nascono da una insana ibridazione umana e culturale, sorta di Frankenstein dell’anima, assemblati con pezzi di svariata provenienza tenuti insieme alla meno peggio e dove la coscienza della propria umanità è totalmente dispersa, i personaggi che animano i suoi due primi film, Libera (1993) e I buchi neri (1995).

Libera è un film composto da tre episodi, ognuno dei quali intitolato con il nome della protagonista femminile: Aurora, Carmela, e, appunto, Libera.

Il primo episodio, Aurora, è forse il più indicativo del procedimento che abbiamo descritto. E’ ambientato in quello che è oggi il luogo più straniato e straniante della città, il Centro Direzionale, in un momento in cui alcune delle sue parti sono ancora in costruzione. Fin dalle prime sequenze, infatti, vi sono numerosi riferimenti a gru e lavori in corso che alludono ad uno stravolgimento, ad un mutamento radicale della realtà fisica che si riflette nella vita più intima e profonda dei personaggi. Dopo una sequenza iniziale che descrive una colata di cemento, infatti, si vede la protagonista, Aurora (una efficacissima Iaia Forte) stesa con il corpo ricoperto interamente di quella sostanza (cemento  o fango per un trattamento di bellezza?). La ritroviamo, infatti, dopo uno stacco, ripulita e in baby doll, in quella medesima posizione nel grande salone di un lussuoso appartamento situato in quello stesso Centro Direzionale. Ancora uno stacco ed eccola nell’ampio bagno, arredato in maniera molto kitch, in compagnia del suo estetista personale, che la sottopone a vari trattamenti (ecco dunque spiegato il fango-cemento della sequenza precedente). Qui la donna riceve una telefonata da parte della segretaria del marito (costui mantiene Aurora lussuosamente, come si vede, ma è sempre assente) la quale la informa  dell’improvvisa partenza del principale per motivi di affari. In realtà, in quel preciso momento la donna, mentre parla con Aurora, è impegnata in un convegno amoroso con lo stesso datore di lavoro sul sedile posteriore di una grossa automobile.

In queste prime, poche sequenze, ci sono già tutti i segni della poetica di Corsicato che, seguendo anche gli influssi di un regista come Pedro Almodovar, del quale è stato assistente, non teme di esprimersi per iperboli narrative né di confrontarsi con il paradosso che la realtà quotidiana produce, seppur in maniera malcelata e sotterranea. La storia di Aurora prosegue con l’incontro casuale con un suo vecchio amore al quale ha preferito, a suo tempo, la stabilità della ricchezza che il suo attuale marito poteva darle. Ma alla fine, quando il marito, i cui affari sono tutt'altro che leciti, scompare prosciugando tutti i conti in banca e il vecchio fidanzato, per la seconda volta respinto, le ripulisce la casa di tutti i suoi averi tornandosene al paese, dove ancora si tengono le tradizionali feste patronali, Aurora resterà sola e smarrita, con un futuro incerto e senza nessuno che possa prendersi cura di lei.

Aurora diventa così il simbolo di una città illusa dalle promesse di un falso benessere ma svuotata, in realtà, della sua vera natura e dei suoi contenuti umani e sociali più autentici.

La confusione e lo smarrimento di un’età di passaggio, ben individuata da questa procedura artistica definita, appunto, postmoderno, trovano altre espressioni nei due episodi successivi di cui è composto il film. In Carmela, ambientato in una Napoli più riconoscibile, ma non per questo meno inquietante (c’è, ad esempio, il manichino di una sarta specializzata in abiti da sposa che perde continuamente i pezzi del proprio corpo), il giovane protagonista scopre che quella che aveva sempre creduto essere sua madre (per l’appunto la Carmela del titolo) è in realtà suo padre. Un travestito che ha assunto l’identità femminile fin da quando lui era in tenera età. Mentre nel terzo episodio, Libera, che dà il titolo al film, una edicolante che con uno stratagemma registra su delle VHS i quotidiani e incessanti tradimenti del marito, scopre casualmente che immettendo le videocassette così ottenute sul mercato del porno riesce a guadagnare molti soldi arrivando addirittura ad arricchirsi. Come si vede, quella affrontata da Corsicato è una realtà completamente alterata nelle sue componenti di fondo, dove i ruoli si invertono e le reazioni a determinate sollecitazioni sono sempre anomale e imprevedibili. Una realtà stravolta, ma allo stesso tempo fortemente evocativa di quello stato caotico e confusionale in cui una città come Napoli (ma non solo), le cui caratteristiche distintive sono fortemente radicate in una tradizione plurisecolare, si ritrova sotto l’incalzare di una (pseudo)modernità che l’assedia, fino a dover ridefinire e, per certi versi, “rinegoziare” la propria stessa immagine ed identità.

Questo discorso si fa ancor più evidente nella successiva opera di Corsicato, I buchi neri, dove  l'attenzione del regista si concentra su alcuni personaggi che, di quanto descritto nel film precedente sembrano essere la propaggine estrema. Periferici, marginali, non tanto ad un luogo, quanto alla realtà stessa nel suo complesso. Scarti di quel processo di modernizzazione selvaggia che li ha in qualche modo generati, ma subito dopo espulsi ed abbandonati al proprio destino. Angela, interpretata ancora da Iaia Forte, che batte con il suo gruppo di prostitute afflitte da handicap fisici e non solo, e Adamo, strano incrocio tra un gay e un voyeur, si incontrano, e a loro modo si innamorano, dando vita ad un rapporto improbabile, come le loro stesse esistenze. Più Pasolini che Almodovar, questa volta, nell'esprimere una marginalità dello spirito di cui il corpo è solo la proiezione esterna, la sua rappresentazione fisica, il film dichiara la sua diretta continuità con il precedente, Libera, ripartendo da dove il primo era terminato: il vortice dello scarico di uno sciacquone in un wc. I “buchi neri”, appunto, che tutto risucchiano, appiattiscono, annientano. E non quelli cosmici che sfidano le leggi della fisica, ma quelli più terra terra, i soli che la nostra povera umanità può permettersi.

 

Settembre 2013

 

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