NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

33^ Puntata

La città intellettuale
Morte di un matematico napoletano di Mario Martone

 

 

di Antonio Tedesco

 Napoli è molto presente nel film che Mario Martone realizzò nel 1992, al suo esordio cinematografico, intitolato Morte di un matematico napoletano. Presente con luoghi, e soprattutto con atmosfere che non sono quelle usuali con le quali la città viene in genere rappresentata. Quella che si vede in questo film è una Napoli crepuscolare, dai toni smorzati, che sembra farsi proiezione dell'animo del suo protagonista, il famoso matematico Renato Caccioppoli, del quale viene seguita e descritta l'ultima settimana di vita. Una città della quale la famosa e prevedibile vitalità, che tanto altro cinema ha ispirato, viene lasciata sotto traccia, soffocata da un sentimento di impotenza, di incapacità a comprenderla, prima ancora che a controllarla, da parte di una classe intellettuale che, al di là dei suoi picchi di eccellenza, ha sempre subito in maniera malcelata, rispetto a tale vitalità, un sentimento di frustrazione. E proprio questo dualismo, forse, questa impossibilità di comporre due anime contrastanti, è uno degli elementi che tormentano Caccioppoli. Egli rifugge l'ambiente accademico, che avverte come ipocrita e soffocante, e continua a girare per i vicoli deserti di una città notturna come se ne cercasse lo spirito profondo, vero, e il proprio rapporto con essa. Vi si avvicina, forse, o almeno tenta di farlo, nei contatti che cerca con la gente più umile, nella carità fatta disinteressatamente ad una donna e poi a un giovane che gli chiede i soldi per una pizza, nel saluto (quasi un riconoscersi reciproco) scambiato con un vecchio ubriacone seduto sul marciapiede e nello scambio di battute con un gruppo di “femmenielli” seduti fuori un basso a prendere il fresco. Con questi ultimi, in particolare, sembra manifestarsi tutta la difficoltà di dialogo fra le due città. Quella spontanea e verace, che trova nei detti femmenielli la sua manifestazione più colorita, e forse calzante, e quell’altra città che si crede più evoluta, intellettuale, ma che per raggiungere questi traguardi ha dovuto sacrificare parte della propria natura, fin quasi a rinnegare le sue origini. Eppure, l'incontro casuale con un suo allievo, che proprio in quel momento va a far visita ai femmenielli, ai quali pare ben noto, sembra alludere alla necessità di ristabilire i contatti, di riattivare un circuito di comunicazione che pare essersi irrimediabilmente spezzato. E' l'applicazione, sul terreno sociale, del “principio della sfera” che lo stesso Caccioppoli esprime per spiegare le difficoltà che si incontrano nel mondo scientifico a far accettare le innovazioni. La sfera come ambito chiuso e pressoché impenetrabile nel quale parti specifiche del sapere vengono come  imprigionate e gelosamente protette e custodite. Soprattutto per salvaguardare attraverso di esse il proprio potere acquisito.

Caccioppoli vaga irrequieto, senza meta, beve, fuma, annota formule misteriose sulle scatolette dei fiammiferi o su pezzi di carta pescati dappertutto (anche un brandello di annuncio mortuario strappato dal muro) e intanto matura, con sempre maggiore decisione (o, forse, sarebbe meglio dire, ineluttabilità) il suo proposito suicida. Vaga per una città che, nei suoi toni smorzati, sembra identificarsi in lui, e non riuscire a contenerlo, allo stesso tempo. Una città che, come lui, ha irrimediabilmente perso l'armonia, per dirla con La Capria, e non può fare altro che divorare i suoi figli migliori. E' solo un urlo che squarcia il silenzio, in quella mattina del 9 maggio 1959, ad annunciare la morte di Caccioppoli. L'urlo della donna di servizio che ritrova il corpo del grande matematico che, come aveva più volte paventato, si è ucciso sparandosi un colpo di pistola alla nuca. Martone sceglie di non mostrare questa scena, né il corpo del matematico morto, quanto, piuttosto, mostrarne i riflessi, di angoscia e di disagio, più che di dolore, che il gesto sparge intorno, nel suo ambiente soprattutto, sia politico che intellettuale (Caccioppoli, nipote del famoso anarchico Bakunin, era stato un importante esponente del Partito Comunista Italiano, dal quale, però, si era poi allontanato). Questa scelta registica nel finale sottolinea ancora di più il valore simbolico del film. Tanto più che Martone, come si sa, importante regista di teatro sperimentale, a prima vista  poco o per niente legato alla tradizione del teatro popolare napoletano, sembra, in questo finale, mettere in discussione sé stesso, la propria esperienza artistica, interrogarsi, in definitiva, sulla validità e la legittimità di un percorso compiuto, e soprattutto sulla sua possibilità di proiettarsi nel futuro. Quello che sfila al funerale, infatti, sotto i panni di esponenti del mondo accademico o politico dell'epoca, è in realtà, il teatro napoletano alternativo, di ricerca e d'avanguardia, che proprio nel periodo in cui fu realizzato il film, all'inizio degli anni '90, cominciava a perdere quella forza di rottura e di sfondamento che aveva conosciuto nei decenni precedenti e si interrogava sulla propria esperienza e sul proprio avvenire. Intorno al feretro di un personaggio-simbolo, non solo Caccioppoli, ma anche Carlo Cecchi che lo interpreta magistralmente, sfilano gli esponenti di un pezzo di storia del Teatro Napoletano di quegli anni, che vive con disagio la propria crisi di identità, e sente di dover cominciare a fare i conti con quella “tradizione” che, se non rinnegata, era stata certamente a lungo messa da parte. Esponenti del Teatro dei Mutamenti (oltre ad Antonio Newiller e Renato Carpentieri, che hanno un ruolo importante in tutto il film), del Libera Scena Ensamble, outsider come Mario Santella e Tonino Taiuti, per non parlare degli esponenti di Falso Movimento e Teatro Studio di Caserta che, congiungendosi ne I Teatri Uniti, sono tra i produttori stessi del film. Tutti che rendono omaggio e prendono le distanze, allo stesso tempo, da quel feretro che, per molti versi, contiene un pezzetto di ognuno di loro, pervasi comunque da un senso di smarrimento che, visto in retrospettiva, era lo stesso che affliggeva Cecchi-Caccioppoli, durante l’intero svolgersi della vicenda. Ancora una volta, quindi, attraverso l'opera prima cinematografica di Martone, è il Teatro, nelle sue molteplici forme, e nella varietà dei suoi aspetti e dei suoi approcci alla realtà, a spiegare meglio di qualunque studio o teoria i limiti e i vizi, le sofferenze e le contraddizioni di una città che sfugge per principio ad ogni “sfera” conchiusa del sapere, e ad ogni qualsivoglia tentativo di definizione.

 

Luglio 2013

 

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