NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

32^ Puntata

La città matrigna
Scugnizzi di Nanni Loy e Vito e gli altri di Antonio Capuano

 

di Antonio Tedesco

Quella “metà oscura” fatta di miseria, disagio sociale, di devianza, di disadattamento individuale, nella quale personaggi come “'o Professore 'e Vesuviano” hanno facile gioco ad insinuarsi, comincia a far sentire molto presto, nella vita dei singoli individui, la sua ombra densa e pesante. I ragazzini, a Napoli, sono destinati a crescere presto. Specie quelli provenienti dai ceti meno abbienti, quelli che appartengono alle classi sociali più a rischio, quelli che la precarietà di un'esistenza incerta cominciano a respirarla fin dalla nascita e presto sono costretti a uscire nel mondo e a guadagnarsi la vita giorno per giorno, in una maniera o nell'altra. Un tema, questo, che in modo più o meno diretto ha attraversato molto cinema napoletano. Dal piccolo protagonista dell'episodio di Paisà, di Roberto Rossellini, che ruba gli scarponi al sergente americano ubriaco, ai giovani e giovinette costretti in vario modo a prostituirsi in La Pelle di Liliana Cavani, fino, per citarne solo qualcuno, ai protagonisti di Baby Gang, di Salvatore Piscicelli. Un destino segnato nell'infanzia e nell’adolescenza corrotta e violata, che trova quasi una consacrazione iconografica nelle scene iniziali de Il Camorrista, il film di Giuseppe Tornatore di cui abbiamo trattato nella scorsa puntata. Qui, il non ancora “Professore 'e Vesuviano”, appena undicenne, figlio di modesti contadini, è costretto ad accompagnare il boss locale nei suoi regolamenti di conti portando nelle brache l'arma, che sfugge, così, grazie alla sua giovanissima età, ai controlli della polizia. Una specie di battesimo del fuoco, seppur indiretto, ma che lascerà un marchio indelebile in quel ragazzino, segnandone la vita e orientandone, nei termini poi a tutti noti, la carriera. Quasi un paradigma, un teorema della devianza giovanile che, pur non avendo sempre esiti come quelli descritti nel film di Tornatore, può considerarsi esemplare rispetto all'esperienza vissuta da una grande quantità di ragazzi nati e cresciuti in condizioni simili. Dove la violenza e la sopraffazione, nelle loro più svariate forme, sono state la scuola, il pane quotidiano che li ha aiutati, o costretti, a crescere. E proprio a questo ampio bacino di vite compromesse e negate sul nascere, attingono direttamente due film incentrati  sulle figure di questi giovanissimi sbandati, come Scugnizzi (1989) di Nanni Loy e Vito e gli altri (1991) di Antonio Capuano.

Due film che, seppur calati nella medesima realtà, hanno rispetto ad essa, approcci ed esiti molto diversi. Nanni Loy sceglie la strada del musical, costruendo intorno alle belle musiche di Claudio Mattone, un percorso probabilmente più scontato, più vicino alle aspettative di chi non può fare a meno di vedere sempre Napoli in un certo modo, non privo di sfumature sentimentali e di qualche luogo comune. Il film è basato sulla storia di un gruppo di ragazzini reclusi nel carcere minorile di Nisida che, sotto la guida di una specie di regista-attore (interpretato da Leo Gullotta), anch’egli non privo di problemi, partecipano ad uno spettacolo teatrale patrocinato dagli enti pubblici cittadini e da tenersi, nientemeno che al Teatro San Carlo, per la gioia della ipocrita borghesia benestante partenopea, che si illude, così, di ripulirsi la coscienza e pagare il suo debito sociale. Il film non manca di suggestioni e di momenti emozionanti, legati, soprattutto alla performance teatrale propriamente detta, in gran parte musicale e canora. Rischia, però, di diventare scontato e prevedibile quando collega gli episodi rappresentati a teatro con le esperienze di vita quotidiana vissute dai protagonisti e dalle quali quegli stessi episodi scaturiscono.

Il film di Capuano, al contrario, forse anche e soprattutto, nella forma, è più scontroso, radicale, non cerca rifugi consolatori né derive da “romanzo di un giovane povero”, come in certi casi fa il film di Loy. E’ diretto ed essenziale, e fissa i suoi giovani protagonisti contro lo sfondo di una realtà dura e ineluttabile, alle conseguenze della quale essi non solo non possono sfuggire, ma neanche pensano lontanamente di doverlo fare. Una realtà che accettano come l’unica possibile per le loro vite e che non offre nessuna via d’uscita. La loro sofferenza, la loro disperazione, che probabilmente essi per primi non riconoscono, è affidata dal regista a momenti di muta e statica contemplazione. Che li inquadra, come scolpiti, di fronte ad un paesaggio urbano periferico e degradato, o a un ricordo di antica e perduta bellezza, come quello squarcio del Golfo di Napoli che in quegli anni era possibile osservare solo filtrato dal fumo delle ciminiere dell’Italsider di Bagnoli. “Certi bambini” diventano, così, loro malgrado, il simbolo di un malessere profondo, il segno dell’inadeguatezza degli adulti e della società, che scaricano su di essi le loro pulsioni autodistruttive. Vito ha assistito, da piccolo, all’uccisione della madre e del fratello, avvenute ad opera di suo padre. Da lì, affidato ad una zia, la cui situazione familiare non è certo migliore, comincia la sua graduale discesa nei vari gironi dell’inferno metropolitano. Scippi, rapine, droga, prostituzione, un breve passaggio nel carcere minorile da cui esce perché ancora troppo giovane, ma che comunque lo segna in maniera profonda e violenta. L’ultimo gradino di questo abisso è la pistola. L’oggetto che gli consente di fare nella realtà ciò che tante volte aveva fatto nei videogiochi di cui è appassionato. Una pistola che gli viene messa in mano per compiere un delitto che la sua giovane età renderà impunibile. Una scena drammatica che Capuano, forse non a caso, ambienta in un angolo del Parco della Rimembranza, uno dei luoghi più suggestivi di Napoli. Una scena girata senza nessuna enfasi, creando un momento di sospensione quasi surreale, e rifiutando ogni ambigua spettacolarizzazione. Solo il rumore degli spari, in questa specie di vuoto assoluto, è reale e assordante. Come a sottolineare che non è solo la vittima designata a cadere sotto quei colpi, ma anche l’innocenza violata di chi quei colpi li ha esplosi. E insieme a questi un bel pezzo della città, ipocrita e matrigna, che si gira dall’altra parte e finge di non vedere.

 

Luglio 2013

 

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