NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

31^ Puntata

La città e la sua metà oscura
Il Camorrista di Giuseppe Tornatore

 

 

 Partiamo dicendo qualcosa di, in apparenza, politicamente scorretto. L’altra faccia della filosofia di Bellavista (di cui abbiamo trattato nella puntata precedente), non potrebbe forse essere quella di “‘O Professore ‘e Vesuviano” , protagonista del film di Giuseppe Tornatore,  Il Camorrista, realizzato nel 1986 e ispirato alla figura e alla vicenda, umana e criminale, di Raffaele Cutolo?

Il contrasto generato da questi due personaggi agli antipodi, ma entrambi radicati (e prodotti) nello spirito profondo di questa città (verrebbe da dire, dal “genio” – positivo o negativo che sia - che l’attraversa) non chiude, forse, il cerchio dei contrasti e delle contraddizioni che la nutrono? Non esemplifica quel fitto rapporto dialettico tra luci e ombre da cui tutta la sua storia sociale, culturale e persino artistica, nelle sue forme più svariate, si produce e si (ri)genera?

Non è un caso, ad esempio, che entrambi i personaggi, nei rispettivi ambiti, vengano chiamati “il Professore”. E il film di Tornatore avrebbe potuto benissimo intitolarsi “Così parlò il camorrista”, vista la particolare, e più volte espressa, “filosofia” che guida l’azione del suo protagonista.

Quindi si può dire che la vera contrapposizione al professor Bellavista che si proclama “uomo d’amore”, in alternativa “all’uomo di libertà” (distinzione non banale, dettagliatamente teorizzata nel film di Luciano De Crescenzo) non è tanto quest’ultimo, che sceglie di essere pragmatico, efficientista, organizzato, identificandosi, essenzialmente, in una classica tipologia nordica (ma anche il Professore di Vesuviano abbraccia, a suo modo, questa metodologia) quanto, invece, questa “metà oscura” che convive nello stesso corpo sociale. Due realtà che si muovono fianco a fianco contendendosi il territorio centimetro per centimetro. La temporanea e provvisoria prevalenza dell’uno o dell’altro caratterizza, di volta in volta, ognuno dei molteplici e mutevoli aspetti nei quali la città, pur se, come detto, lacerata da violenti contrasti, può legittimamente riconoscersi.

Il discorso, nelle sue linee generali, vale ovviamente per la realtà nel suo complesso. Ma lo restringiamo qui, nello spazio circoscritto relativo al contesto napoletano, per i modi peculiari, e per certi versi esclusivi, nei quali, nell’ambito di questa città, si esprime.

Giuseppe Tornatore (il cui film si ispira all’omonimo libro di Giuseppe Marrazzo), seguendo la parabola del “Professore” (molto ben interpretato da Ben Gazzarra) dal suo primo manifestarsi e poi nell’ascesa e nel suo momento di “massimo splendore”, prima della caduta, segue quella direttrice sotterranea, oscura e oppressiva, che si contrappone alla ricorrente immagine della città aperta e solare, e che viene nutrita ed enfatizzata, nel caso specifico, dalla sete di  potere che si maschera e si legittima, nel desiderio di giustizia per il popolo e i diseredati. Un percorso, quello del “Professore” che, nel suo farsi, non conosce ostacoli, fino a degenerare in un vero e proprio delirio di onnipotenza. Il simbolo più esplicito di un tale itinerario non può che essere l’universo carcerario. Questo microcosmo concentrazionario negli angusti limiti del quale “o’ Professore” costruisce il suo impero. Quasi una centrale operativa, interiore e mentale prima che fisica e concreta. Che si manifesta nella visione di un universo limitato e soffocante racchiuso in un perimetro ben delimitato e percepito come territorio di conquista.

Buona parte del film, infatti, è ambientata all'interno del carcere di Poggioreale. Un luogo in cui si concentrano una serie di realtà in teoria circoscritte e isolate dal mondo di fuori. Nei fatti un piccolo universo di inquietante e sommersa vitalità, dal quale si sprigiona una violenta energia negativa che da lì sembra propagarsi all'esterno. Il regista lo descrive come fosse girone infernale brulicante di facce e di corpi, dove solo chi è più duro, spietato e crudele può guadagnarsi il rispetto degli altri. Lì dentro, in un coacervo solo in apparenza inestricabile, coesistono, e in maniera tutt'altro che scontata o pacifica, i rappresentanti di diversi gruppi e organizzazioni. Opposte fazioni camorristiche, ndrangheta calabrese, mafia siciliana, i terroristi delle Brigate Rosse. All’interno di quelle mura si giocano alleanze e rivalità. Che si riverberano all’esterno, nella città e oltre, in una sorta di micidiale reazione a catena. E la città stessa, fuori, anche quella onesta, poco incline per cultura e tradizione a riconoscere, o meglio a fidarsi, dell’autorità costituita, fa la fila fuori la porta di Donna Rosaria, la sorella de “’o Professore”, che fa da anello di collegamento tra il carcere e l’esterno, per chiedere favori e intercessioni, per risolvere i suoi antichi problemi che i politici, come emerge chiaramente in alcune scene del film, aggirano diplomaticamente con promesse non mantenute e vuoti e inconcludenti discorsi. In un contesto così incandescente e potenzialmente conflittuale, anche il terremoto del 1980, da momento di panico e paura, si trasforma in imprevista, e addirittura provvidenziale, opportunità per regolare conti in sospeso e riaffermare nella maniera più brutale e violenta possibile la propria legge  e la propria supremazia. Ci furono morti ammazzati e numerosi feriti nel violento parapiglia che si scatenò all'interno del carcere di Poggioreale la sera del 23 novembre 1980. E il film, in uno dei suoi momenti più crudi e inquietanti, ricostruisce con dovizia di particolari quell'episodio. A ulteriore dimostrazione di quanto una patologica volontà di potere non esiti a sfruttare, se non a piegare ai propri intenti, anche le forze più terribili e incontrollabili della natura.

La parabola del “Professore”, in definitiva, non è che la logica conseguenza di quanto Francesco Rosi aveva già anticipato in film come La sfida o Le mani sulla città. Là si intravedevano i primi segni di una evoluzione che non avrebbe tardato a manifestarsi in tutte le sue conseguenze. Qui, a cavallo tra gli anni settanta e ottanta, Tornatore coglie quei frutti già maturi, quando nel loro formalizzarsi e organizzarsi (La Nuova Camorra Organizzata, fondata da Cutolo, che nel film è chiamata Nuova Camorra Riformata) diventano già sistema. Gli interscambi e le connivenze con il potere politico cui Rosi alludeva, qui sono prassi quotidiana.

 Il camorrista è un film duro, incalzante, che non fa sconti a nessuno. Ma il contesto sociale nel quale è calato, la faccia della Napoli che esprime, è quella che consente ad un uomo determinato, ambizioso e privo di scrupoli come “o’ Professore 'e Vesuviano”, di travestirsi da Robin Hood e proclamarsi difensore degli oppressi. Trovando grande seguito popolare. Come se la figura che incarna fosse iscritta nel destino stesso della città.

 

Luglio 2013

 

 

<<

precedente

>>

successivo

 

Condividi su Facebook