NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

30^ Puntata

La città filosofa
Così parlò Bellavista di Luciano De Crescenzo e Maccheroni di Ettore Scola

 

 

Uno degli espedienti narrativi più utilizzati per raccontare Napoli al cinema, e non solo, è quello di far emergere lo spirito della città per contrasto. Metterla, cioè, a confronto con uno “straniero” (nel senso di non napoletano) ed evidenziarne attraverso lo sguardo di questi, di volta in volta perplesso, stupito o  contrariato, caratteri, particolarità, scelte e condizioni di vita. Come succede al maestro genovese di Paolo Villaggio che riceve una sorta di educazione sentimentale alla napoletanità dai ragazzini suoi alunni in Io speriamo che me la cavo di Lina Wertmuller.

Due film, in particolare, usciti intorno alla metà degli anni Ottanta, sono saldamente incentrati intorno a questo meccanismo: Così parlò Bellavista di Luciano De Crescenzo (1984) e Maccheroni di Ettore Scola (1985). Film che ebbero, al tempo, grande risonanza, il primo specialmente, che sull'onda del successo del libro dello stesso De Crescenzo, da cui era tratto, divenne quasi un fenomeno di costume. In essi la questione Napoli viene affrontata con il tono lieve della commedia, anche se con un deciso retrogusto amaro, nel caso di Maccheroni. Il compito di elemento di  contrasto che fa risaltare la napoletanità che si riverbera tutto intorno, viene affidato ad un milanese, nel caso di Bellavista (il dottor Cazzaniga che viene in città per assumere la direzione del personale dell'Alfasud) e ad un americano (Robert Traven, un importante manager di un'industria aereonautica) in Maccheroni. Si tratta, ovviamente, di due film che scelgono di rappresentare la città con toni accattivanti e, seppur in maniera diversa, piuttosto rassicuranti. Pellicole che, al contrario dei lavori di Schroeter, Piscicelli, della prima Wertmuller, non interpretano Napoli come snodo critico che contiene in sé il germe di un disagio che va molto oltre i limiti della città stessa, quanto piuttosto di una entità filosofica (o filosofeggiante) che offre una visione del mondo in cui (detto in estrema sintesi) il piacere prevale sull'utilità (Bellavista) e l'invenzione e la fantasia coprono i vuoti esistenziali e aiutano a sopravvivere senza sentirsi troppo marginali (Maccheroni).

A questo proposito è esplicita la visione del professor Gennaro Bellavista (Luciano De Crescenzo) che abbraccia una dimensione epicurea dell'esistenza a contrastare l'efficientismo, umano e “aziendale” delle controparti “straniere”. Nel contesto del film di De Crescenzo si esprime, però, una napoletanità pacificata, filosofeggiante e per certi versi anche accomodante (specie per gli strati sociali più elevati). Dove non si nega la presenza di realtà scomode, come la camorra o l'eccessivo traffico automobilistico cittadino, ma si affrontano tali problemi con rassegnata leggerezza, sancendone quasi l'ineluttabilità, o risolvendo, nel caso del traffico, con una “filosofica” puntata al bar per un buon caffè, in attesa che il famoso ingorgo “a croce uncinata” in qualche modo si sciolga. Quella che emerge dal film è un'immagine di Napoli sostanzialmente compiacente e compiaciuta, che si affida alla forza dello stereotipo e si accontenta di uno sguardo benevolo sulla complessità del reale. Per quanto questo di De Crescenzo sia un film accattivante e di grande successo popolare forse non giunge al vero cuore della città, che si nutre del violento contrasto tra luci e ombre, e far risaltare le prime e occultare le seconde (al contrario di quanto succede in opere come La pelle, o Nel regno di Napoli) è operazione che rischia di offrire un'immagine di comodo e decisamente parziale della città stessa.

Neanche Ettore Scola è riuscito a liberarsi dei luoghi comuni su Napoli  nel suo Maccheroni. E però, rispetto a Bellavista, va sottolineato che utilizza un tono meno compiaciuto, dove prevale la consapevolezza  che queste forme esteriori di “napoletanitudine” non sono formule salvifiche universali, quanto piuttosto l'espediente che un certo strato di popolazione partenopea mette in atto per tirare avanti alla meno peggio e tenere saldo, allo stesso tempo, il principio di una propria identità. Tutto questo è ben espresso nel disincanto di Marcello Mastroianni, che nel film interpreta Antonio Jasiello, fratello di Maria, che in tempo di guerra ebbe una relazione con Robert Traven (Jack Lemmon) il quale, tornato in città dopo quarant'anni scopre non solo che la memoria di quegli eventi non è sopita, ma soprattutto di essere stato trasformato in un personaggio eroico e avventuroso, grazie alle lettere che Antonio ha continuato a spedire per tutto questo tempo a sua sorella Maria (nel frattempo sposatasi e con figli e nipoti) ma a nome dello stesso Robert. Un modo per mantenere vivo il ricordo di quell'esperienza, come momento di particolare luminosità nell'esistenza non solo di Maria, ma dell'intera famiglia, anche quella che la donna si era formata dopo. Il personaggio interpretato da Mastroianni, per quanto pratichi molte di quelle “virtù” considerate tipicamente  partenopee, non si erge mai a “professore”, non le eleva mai a scienza assoluta, lasciando sempre trasparire un'intima coscienza della transitorietà, della precarietà, dell'approssimazione dell'esistenza, che in Napoli, e negli stili di vita ad essa associati, sembra trovare la sua espressione più compiuta. Del resto già nella trama, chiusa da un finale sospeso, Maccheroni lavora in questa direzione. In Bellavista la struttura narrativa è composta essenzialmente da una serie di sketch attraverso i quali la “vita napoletana” (almeno secondo la filosofia del professor Bellavista, alias De Crescenzo) si manifesta all'allibito, ma sotto sotto affascinato, milanese nei suoi aspetti, per così dire, più estrosi e pittoreschi. La realtà presentata da Scola, invece, è  più complessa, anche se gli esiti filmici non sempre possono dirsi all'altezza  delle intenzioni. Nel suo film il “mito americano”  ha nutrito per quarant'anni la vita di una comune famiglia di napoletani, non intaccando il loro livello di realtà, ma piuttosto arricchendolo di una ulteriore dimensione utopica e fantastica. Attraverso quelle lettere, prodotte dall'estro letterario di Antonio Jasiello, così diverse dall'arida realtà della vita del pur quotato “top manager” Robert Traven, c'è il nutrimento di un'illusione che aiuta a vivere, a cercar di trovare un senso nel caos. Ed è in questa chiave che il film assume quello spessore di malinconia un po' disincantata di cui si diceva. Giungendo fino a cogliere delle note di tristezza sotterranea (per molti versi simili a quelle tipiche dei clown da circo) generate dalla necessità di continuare a riproporre un copione già scritto, e universalmente accettato, anche quando da tempo si è smesso di crederci. Ed è proprio in questa distanza, in questa consapevolezza, pur nella ricorrente riproposizione di alcuni dei più classici luoghi comuni della napoletanità, che sta la differenza tra un film sottilmente problematico come  Maccheroni e un altro che, per quanto di leggera e piacevole fruizione, rischia alla fine di sembrare solo piattamente autocelebrativo come Così parlò Bellavista.

 

Luglio 2013

 

 

<<

precedente

>>

successivo

 

Condividi su Facebook