NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

2^ Puntata

Eduardo e Peppino e IL CAPPELLO A TRE PUNTE

di  Antonio Tedesco

 

Come abbiamo visto, quindi, l’azione del fascismo tende ad appiattire e cancellare (ma forse riesce solo temporaneamente ad occultare) quanto di ancestralmente morboso, di cupo e, in un certo senso, “malato”, esisteva nella tradizione culturale napoletana. E che il Cinema delle Origini, ancora libero da briglie e condizionamenti, era riuscito, almeno nelle sue espressioni più significative, ad esprimere al meglio.

Così, la Napoli che il cinema degli anni ’30 rappresenta è ridotta in gran parte ad un cumulo di cliché e luoghi comuni che svolgono il loro compito di elementi “normalizzanti” e consolatori, come ancora oggi, in molte presunte manifestazioni della cultura napoletana, avviene.

Abbiamo visto pure come Raffaele Viviani, pur prestando la sua opera di interprete e di soggettista, nei limiti imposti da quello specifico contesto, avesse cercato di lanciare messaggi trasversali, risultando comunque poco addomesticabile a certe mirate esigenze della nuova produzione cinematografica. Una sotterranea irriducibilità che lo indusse a frequentare poco i set cinematografici, dove sarebbe ritornato solo nel 1938 con un adattamento del suo lavoro teatrale L’ultimo scugnizzo, film che però non ci è pervenuto.

Ma il cinema ormai “parlava” e aveva gran bisogno di attori che sapessero recitare, non solo con il corpo, ma anche con la voce. Il teatro in questo senso era considerato una risorsa importante. E non è un caso, quindi, che una coppia di attori come i fratelli De Filippo, ancora giovani, ma già affermati, che spesso si avvalevano del supporto della sorella Titina, risultassero molto attivi nel cinema in quegli anni, trasferendo sui set cinematografici la loro sapienza teatrale.

Bisogna dire, però, che in questa prima fase della loro carriera cinematografica lo spirito vero della città emerge poco, se non attraverso i toni e i modi (per la verità debitamente contenuti) della loro recitazione.

Anche se quello stesso spirito che pervade Napoli è, per definizione, sfuggente e incontenibile e riesce a volte, per vie traverse, come Viviani insegna, a farsi beffe di chi cerca di tenerlo soggiogato per perseguire i propri scopi.

Così, in un film del 1934 Il cappello a tre punte, pur diretto da Mario Camerini, considerato un regista, come Blasetti, vicino al regime, Eduardo e Peppino riescono, pur tra lazzi e sberleffi, a piazzare una critica al potere non da poco. Che, seppur non riferita direttamente al fascismo, sicuramente lo chiamava in causa. La storia è ambientata nel ‘600, e racconta di un governatore (Eduardo), rappresentante della Corona di Spagna a Napoli, che si invaghisce della bella mugnaia Carmela (l’attrice Leda Gloria) suscitando le ire di Luca, marito di questa (Peppino). Quest’ultimo approfittando della acclarata somiglianza che ha con lo stesso governatore e della dimestichezza che per via del suo mestiere ha acquisito negli ambienti del Governatorato, tenta di vendicarsi seducendo con un inganno la moglie del suo rivale. Sarà proprio quest’ultima che, esasperando gli equivoci e i malintesi che dal complicato intreccio sono scaturiti, rimetterà alla fine, le cose a posto. Non mancando di dare una buona lezione al marito fedifrago.

L’intreccio, ricavato dal romanzo El sombrero a tre picos di Pedro de Alarcon, segue i modi e i ritmi della classica commedia degli equivoci, che Eduardo e Peppino in vari momenti esasperano fino a toccare punte di grottesco. Non mancando nemmeno di citare il teatro delle guarattelle, specie in una notevole scena notturna dove, al colmo dell’equivoco, tutti lottano contro tutti colpendosi con bastoni e armi di fortuna, ma muovendosi a scatti e in maniera rigida, come fossero, appunto, burattini. Trova ancora spazio in questo film anche una buona rappresentazione antropologica del popolino napoletano, dei suoi impulsi caratteriali e passionali, e una bella sequenza in cui un inquietante cantastorie, vecchio e sdentato, interpreta con tono cantilenoso una ballata popolare che sembra presagire e anticipare la storia che sta per svolgersi.

Il film, con questa sua neanche sottile irriverenza per la vanità, per la debolezza e l’arroganza di chi gestisce il potere, suscitò non poche perplessità alla censura del regime. Pare che la pellicola fosse stata visionata dallo stesso Mussolini, e comunque furono operati tagli relativi ad alcune scene nelle quali il popolo si ribellava gravato dall’iniquo peso delle tasse.

Il film riuscì, comunque, a superare gli ostacoli della censura grazie alla sua ambientazione storica che lo collocava abbastanza lontano nel tempo. Ma si può dire che sia stata una delle ultime concessioni in questo senso che il regime effettuò prima che la censura affinasse ulteriormente i suoi strumenti.

D’altra parte, ne Il cappello a tre punte, anche grazie al romanzo a cui si ispira, Roberto Paolella vede far capolino di nuovo quell’influsso spagnolo baroccheggiante e intriso, al contempo, di molte “pratiche basse” che faceva ormai parte integrante della cultura popolare napoletana.

“Rimettiti i tuoi abiti e cerca di esserne degno” dice al governatore, colto con le mani nel sacco, sua moglie, dopo che per rocambolesche vicissitudini c’era stato uno scambio di vestiti tra lui e il fornaio.

Così, mentre il potere, come sempre, riveste di abiti magniloquenti la sua indole meschina, il popolo, forte della sua plurisecolare tradizione di resistenza e sopravvivenza, riesce ancora ad affermare la sua sostanziale irriducibilità. Anche se per farlo, come succede in questo film, deve fingere di giocare con la storia.

Novembre 2012

 

<<

precedente

>>

successivo

 

 

Condividi su Facebook