NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

28^ Puntata

La città ingarbugliata
La Napoli di Lina Wertmuller

 

 

    di Antonio Tedesco 

 Anche Lina Wertmuller, con i suoi film, da Pasqualino Settebellezze a Complicato intrigo di donne vicoli e delitti fino a Io speriamo che me le cavo, cerca di districare l’ingarbugliata matassa della realtà napoletana affidandosi, come già aveva fatto Nanni Loy con Mi manda Picone, al registro del grottesco. Con il suo tipico stile saturo e barocco, la regista romana (ma di ascendenze svizzero-napoletane) sembra avere gli strumenti per trovare una certa sintonia con lo spirito della città. Ma il suo sguardo non è, almeno nei primi film, compiacente. Anzi se Pasqualino Settebellezze (1975, interpretato da Giancarlo Giannini) vuole essere elevato a metafora della realtà napoletana, l’esito non può dirsi certo edificante. In questo personaggio molta critica ha voluto vedere una rappresentazione, e implicitamente una condanna, del principio di sopravvivenza ad ogni costo, esercitato malgrado ogni condizione ed ogni circostanza esterna. Eppure questa è una città che della necessità di sopravvivere ha fatto un’arte. Pasqualino è un vigliacco che però vuole mettersi in mostra e non esita a profittare, con qualunque mezzo, di ogni buona occasione che gli capita. Finisce nel manicomio giudiziario per un brutale omicidio che avrebbe dovuto essere, invece, un delitto d’onore grazie al quale acquisire fama e rispetto. Travolto dalla guerra e finito in un campo di concentramento si mette dalla parte dei tedeschi, trasformandosi in uno di quei collaborazionisti che venivano chiamati kapò. E compiendo in questo ruolo nefandezze di ogni sorta, compresa quella di ammazzare un suo amico e compagno di sventure. L’allusione, in questo senso, a certi momenti della storia del popolo napoletano non pare neanche tanto velata (vedi il ruolo che il popolino ebbe nel ribaltare le sorti della Repubblica Napoletana nel 1799). Pasqualino Settebellezze compie nell’arco del film (che abbraccia un periodo storico che va dal fascismo al dopoguerra) un tipico itinerario di vita  che riesce facile identificare con una certa idea di napoletanità.  E tornato a casa, e trovato madre e sorelle che si prostituiscono con i militari delle Forze Alleate, viene invitato da queste a scordarsi di quello che è stato e di tutte le brutture vissute con la guerra e ad adattarsi alla nuova realtà (“…l’importante è che sei vivo”). Una visione della città che sopravvive nell'ignavia? Nell'incapacità di determinare il proprio destino? O, invece, una camaleontica capacità di adattamento che consente di superare anche le situazioni più disperate e di conformarle alla propria realtà senza lasciarsene troppo condizionare? E' solo una delle infinite, irrisolvibili contraddizioni in cui Napoli da sempre si dibatte. E infatti, la stessa Wertmuller, al ritratto poco edificante di Pasqualino Settebellizzi, contrappone, nel 1986, Complicato intrigo di donne, vicoli e delitti, dove, dietro la struttura narrativa tipicamente poliziesca (la ricerca di un misterioso assassino seriale) si afferma, al contrario, l'idea di una città che non è più disponibile a subire passivamente il flagello della droga che in quegli anni imperversava in maniera particolarmente drammatica causando innumerevoli vittime. Qui la regista sembra voler contrapporre due idee di Napoli. Quella legata alla tradizione, dove anche la malavita ha un “volto umano”, che si identifica nel vecchio capo camorra che si rifiuta di trattare affari di droga, e la città che, invece, si adegua agli imperativi della modernità e dove la criminalità organizzata ragione esclusivamente in termini di potere e di interesse economico e finanziario. Al centro, in maniera, forse, un po' idealistica, ma carica di forti significati, Lina Wertmuller mette questo gruppo di mamme i cui figli sono stati (o rischiano di essere) uccisi o rovinati dalla droga, e che si costituiscono in una entità, multipla e compatta allo stesso tempo, di giustiziere, le cui vittime sono tutti spacciatori che vengono trovati uccisi e con una simbolica siringa piantata nei genitali, quasi fosse una firma, o un avvertimento. In quest’opera, a cavallo tra giallo, commedia nera e film di denuncia, la Wertmuller esalta dunque, l’aspetto femminile della napoletanità, elevandolo a vero anello di congiunzione tra i valori della tradizione e le incombenze della modernità. Una femminilità che senza retorica pietistica fa valere le ragioni del cuore, o per meglio dire, “il fattore umano”, rispetto alla spietata corsa alla ricchezza e al potere in cui il lato maschile della città stessa si è lasciato completamente risucchiare. Come dire, l’orgoglio della città femmina, in un momento in cui, nella realtà sociale, la droga rischiava di fare tabula rasa di ogni sentimento e di ogni valore di riferimento.

Più oleografico e intriso di retorica l’altro film “napoletano” di Lina Wertmuller, Io speriamo che me la cavo (1992) tratto dal famoso best sellers di Marcello D’Orta, dove la regista  non riesce ad infondere ai ragazzini protagonisti del film, quella stessa forza salvifica che avevano le femmine del Complicato intrigo. E neanche a molto vale l’interpretazione tra il drammatico e il patetico di un Paolo Villaggio, nei panni del maestro, che si scontra con un mondo a lui alieno ma dal quale ricaverà una grande lezione di vita. Il disagio sociale di questi ragazzini e la loro risposta per molti versi spontanea e ispirata ad una innata saggezza popolare, rimane nel film allo stadio di bozzetto senza mai riuscire a raggiungere un reale spessore di dramma o di denuncia sociale.

 

Giugno 2013

 

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