NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

28^ Puntata

La città vischiosa
Mi manda Picone di Nanni Loy

 

 

    di Antonio Tedesco 

Rileggendo in chiave grottesca tematiche che già avevano attraversato film come Nel regno di Napoli di Werner  Schroeter, o La pelle di Liliana Cavani, bisognerebbe chiedersi se con Mi manda Picone (film del 1983) Nanni Loy coglie in maniera più diretta e sostanziale la realtà quotidiana in cui Napoli vive, o forse sarebbe meglio dire, si dibatte.

Il film è la storia di una colossale mistificazione che però fonda le sue basi su una concreta, anche se traballante e, per certi versi melmosa, realtà. Il Picone del titolo è un personaggio simbolo che però non si vede mai, se non nelle prime sequenze del film, ma solo di spalle, mentre, per protesta, si cosparge di benzine e si dà fuoco nel bel mezzo di una seduta del consiglio comunale. Portato via da una autoambulanza, che miracolosamente giunge in maniera tempestiva sul posto, si perdono le sue tracce. La moglie, Lucia (Lina Sastri), si affiderà per le ricerche a Salvatore Cannavacciuolo (Giancarlo Giannini), che non avendo lavoro fisso tira a campare vivendo di espedienti e aiutando la gente del popolino a districarsi nelle pratiche burocratiche (ha il suo “ufficio” su una panca in una sala d'attesa di un ospedale). Picone era ufficialmente, per la famiglia, un operaio dell'Italsider. Ma da un'agenda trovata nella sua casa la faccenda risulta essere molto più complessa. In essa, infatti, sono elencati una serie di debitori con relativi crediti vantati a vario titolo dallo stesso Picone. Cannavacciuolo, nella speranza di ragranellare un po' di soldi, e di conquistare il cuore di Lucia, comincia a fare il giro dei debitori pronunciando la fatidica frase del titolo. Questa esperienza sarà per lui come una sorta di immersione in un mondo oscuro e sotterraneo nel quale si muove a tentoni, stentando ad orientarsi, dove incontra personaggi ambigui ed enigmatici, e che, di passaggio in passaggio, lo porterà in dimensioni sempre più contorte e misteriose, di un sottobosco del malaffare, che lo stesso Cannavacciuolo attraversa perplesso e trasognato, quasi fosse una parodia di Dante che si avventura nell'Inferno seguendo il filo conduttore tracciato da un invisibile Virgilio. Dai prestiti con l'interesse al pizzo, dalle scommesse clandestine alla prostituzione, fino alla droga, nulla manca in questo ribollente mondo parallelo, dove tutto, però, risponde a sue regole precise e sembra girare, a dispetto dell'apparente caos, secondo un suo ordine dato. Quello che Salvatore Cannavacciuolo attraversa, a nome del fantomatico Picone, è sostanzialmente, il riflesso della città nelle sue mille sfumature sotterranee, nella sua inafferrabilità, nella sua impossibilità di essere univocamente determinata. Espressione di una realtà sfuggente, vischiosa, che scivola continuamente di mano, che muta o si nega un momento dopo essersi manifestata. Quello che Nanni Loy, insieme al suo sceneggiatore, Elvio Porta, vuole esprimere è che Napoli è il luogo dove il caos e la precarietà sono elevati a sistema.  E se questo, secondo alcuni, rappresenterebbe un segno del degrado della città, ciò che il film sembra chiedere (e chiedersi) è, rispetto a quali parametri? Non sarebbe più corretto, forse, parlare di una “diversa” normalità?  Di un miracoloso equilibrio che scaturisce proprio da quel caos in apparenza ingovernabile? Insomma, Picone (che probabilmente non è neanche bruciato, perché si scopre che la tuta che indossava al momento del drammatico gesto era rivestita di amianto) è l’anima eterna, per quanto nella sua sostanza profonda, inafferrabile, di questa città. Della sua impossibilità ad essere schematizzata o incasellata. Ma, trattandosi, come ci è capitato di dire in altre occasioni, di una “città-mondo”, il discorso potrebbe essere più vasto di quanto possa apparire a prima vista.

Ne è riprova il fatto che questa “vischiosità” (che è concetto diverso da quello di “viscidità”) era stata rappresentata in quegli stessi anni anche sotto una valenza positiva, trasferendosi dal “corpo sociale” a quello di un singolo personaggio, che l’aveva assunta su di sé facendosi portatore di quelle incertezze, di quel disagio, di quell’andamento obliquo e zigzagante, dove riconduceva al singolo, alla sua normale quotidianità, quel paradosso grottesco rappresentato da Nanni Loy nel suo film. E’ il Massimo Troisi di Ricomincio da tre, del 1981, che mostra il disagio e il disorientamento dell’individuo in una realtà così complessa, sfaccettata, indefinibile che nella città vischiosa, infernale, “porosa”, trova la sua rappresentazione più compiuta e, a dispetto di qualunque apparente localismo, più universale.

Giugno 2013

 

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