NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

27^ Puntata

La città inferno
Il demone sotto La pelle

 

 

    di Antonio Tedesco 

Un tuffo nel cuore buio della città. Nel ribollente substrato che alligna sotto la superficie. Una Napoli caotica e infernale che emerge al confronto con un evento drammatico e dirompente come è stato quello della Seconda Guerra Mondiale.

In La pelle, il film del 1981 che Liliana Cavani ha tratto dal romanzo di Curzio Malaparte, è come se l'arrivo a Napoli degli alleati (in particolar modo degli americani) nel 1944, scoperchiasse un pentolone troppo a lungo compresso.

Il film, interpretato da Marcello Mastroianni nel ruolo dello stesso Malaparte, che narrò nel romanzo un'esperienza autobiografica, e che vede la partecipazione, tra gli altri, di Claudia Cardinale, Burt Lancaster e Carlo Giuffrè, racconta del reciproco impatto tra le truppe di liberazione alleate (ma per certi versi anche di nuova occupazione) e la popolazione locale. Gli strani e originali modi nei quali queste due entità interagivano. E come, soprattutto, un certo spirito della “napoletanità” legato alla sopravvivenza ad ogni costo, al subire e all'adattarsi all'invasore di ogni provenienza e colore, ma anche a quella peculiare capacità di “usarlo” e sfruttarlo per i propri scopi, riemerga all'occorrenza, dimostrando come una certa natura profonda possa solo sopirsi temporaneamente, ma mai estinguersi.

Ciò che in tutta evidenza interessa la regista, infatti, non è certo l'analisi storica, quanto piuttosto il cogliere un momento cruciale dove quel miscuglio di euforia e disperazione, di miseria e di tracotanza, quel confondersi dei ruoli di vittima e carnefice, possano mettere a nudo il “cuore nero” della città, la sua ancestrale vocazione “panica”, il suo radicato paganesimo, che si esprime anche attraverso una ritualità del quotidiano che nella sua plebe ha dei risvolti quasi primitivi se non, in certi casi, addirittura selvaggi. Ma il procedimento narrativo messo in atto dalla Cavani mira a condurre alle estreme conseguenze queste peculiarità presenti in forma spesso latente, evidenziandole al punto da renderle metafora di tale forza da trascendere la specifica realtà cittadina e ad estendersi in spazi ben più ampi. Il cuore nero di Napoli diventa così il cuore nero dell'umanità intera abbrutita dalla guerra. Dagli istinti più bassi e reconditi che nella situazione di caos generale, di vuoto di potere e di mancanza di controllo, si liberano, allentando ogni freno. Se alcune mamme, disperate per la miseria, cedono i loro figlioletti non ancora adolescenti è perché nei contingenti militari ci sono gruppi (nel film, in particolare, dei nordafricani) che amano soddisfare con essi le loro lascive voglie. Se un padre mostra le nudità della propria figlia, una giovinetta ancora vergine detta, appunto, “La vergine di Napoli”, è perché fuori dalla sua porta ci sono lunghe file di militari americani pronti a pagare per questo. Quegli stessi militari che, nel finale, violentano selvaggiamente una loro connazionale (un'aviatrice solitaria considerata in patria un'eroina) perché, abbigliata in maniera diversa per partecipare ad una serata elegante cui era stata invitata da Malaparte-Mastroianni, viene scambiata per una di quelle “signorine” locali con cui sono abituati a divertirsi senza fare troppi complimenti.

Più che inferno in sé stessa, quindi, Napoli è come una cartina al tornasole che fa emergere l'inferno che dimora nel cuore di chi con la città viene in contatto. Così, pur rompendo i freni inibitori, infrangendo la patina di moralistico perbenismo e risucchiando ogni cosa nell'abiezione che nasconde nei suoi bassifondi (dell'anima prima ancora che della città come luogo fisico) la stessa Napoli è paradossalmente più onesta, spiritualmente più coerente di chi è, invece, pronto a tradire alla prima occasione quei principi di cui si dice paladino.

C'è un personaggio, Eduardo Mazzullo, interpretato da Carlo Giuffrè, che tratta con lo Stato Maggiore Americano la vendita di carne umana. Quella dei prigionieri tedeschi catturati durante la rivolta delle Quattro Giornate e tenuti nascosti nelle grotte della città, e che adesso si cerca di vendere agli Alleati mercanteggiando un tanto al chilo per ognuno di essi. Nel sottofinale del film, durante una catartica eruzione del Vesuvio (l'inferno che si manifesta, finalmente, in maniera diretta e tangibile) Mazzullo, mentre tutti, intorno, tentano di mettersi in salvo, continua tranquillamente a prepararsi da mangiare. Dichiarando che non è il Vesuvio a fargli paura (“Perché il Vesuvio è Dio”) ma la stupidità degli uomini. Quella solo lo spaventa. E questa, posta verso il finale del film, è una dichiarazione che riscatta non solo il personaggio, ma l'intera città. Il suo essere coerente, anche in negativo. Il suo non essere gratuita mai, neanche nelle peggiori manifestazioni di sé. E' come se Napoli, nel film della Cavani, custodisse nel buio del suo animo un riflesso scuro che getta lampi di luce livida sul buio dell'universo intero.

Alla fine, in un cartello che scorre prima dei titoli di coda, Liliana Cavani rende onore a Napoli, alla sua arte, alla sua cultura, alla sua storia.  E probabilmente (guardando anche con attenzione alla filmografia di questa regista) non si è trattato soltanto di un gesto riparatore o di circostanza.

Giugno 2013

 

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