NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

26^ Puntata

La città decentrata
Immacolata e Concetta e Le occasioni di Rosa di Salvatore Piscicelli

 

   

di Antonio Tedesco 

Ci sono dei legami abbastanza evidenti che uniscono il personaggio di Pupetta Ferrante, interpretato da Ida Di Benedetto in Nel regno di Napoli di Werner Schroeter (puntata 25) con quello di Immacolata che la stessa attrice interpreta in Immacolata e Concetta,  film realizzato nel 1979 da Salvatore Piscicelli. Con il suo andamento corale il film del regista tedesco sembrava anticipare, anche se solo per accenni, alcuni temi che altri film coevi, o di poco successivi, avrebbero sviluppato più approfonditamente. Tra questi il più decisivo è sicuramente il diverso modo di concepire Napoli e la napoletanità e sopratutto di rappresentarla per immagini. Immacolata nel film di Piscicelli ha in comune con la Ferrante di Schroeter una certa, mirata, spregiudicatezza nel condurre la propria vita. Entrambi i personaggi manifestano in maniera piuttosto marcata aspetti oscuri e inquieti della propria personalità. Contraddistinte da tratti caratteriali forti, volitive e determinate, disposte a non farsi troppi scrupoli pur di raggiungere, ognuna, il proprio scopo. Pronte ad abbandonarsi alle proprie passioni, ma capaci anche di saperle piegare al calcolo dei rispettivi interessi. Alcuni tratti che Schroeter appena lasciava intravedere nel suo film vengono ripresi da Piscicelli e approfonditi in maniera più dettagliata. L'omosessualità, ad esempio, che il regista tedesco lasciava intuire nel suo personaggio, diventa centrale nella storia narrata da Piscicelli. Sia Pupetta Ferrante che Immacolata, poi, pur se mosse da diversi scopi, tentano di traviare delle sprovvedute e bisognose giovinette avviandole alla prostituzione. Insomma entrambe, se da un lato sono fortemente radicate in un contesto di cultura popolare ampiamente condivisa, esprimono, però, all'interno di questo, una forte ambiguità e una certa subdola propensione al calcolo personale. Tanto più interessante diventa questo parallelo in quanto se la Ferrante di quella cultura popolare esprime già una versione cittadina in qualche modo progredita, come richiede la sua attività di piccola imprenditrice, seppur meschina e profittatrice, Immacolata (come, e forse più ancora, la sua innamorata-amante Concetta) è espressione di una cultura più arcaica e contadina, nella quale si è faticosamente conquistata il suo spazio di indipendenza gestendo un piccolo negozio di macelleria (il film di Piscicelli è ambientato prevalentemente a Pomigliano D'Arco, città di cui è originario lo stesso regista) . Due figure di donna, o meglio, due espressioni della società di quegli anni, dove certi residui modelli sociali, ormai in esaurimento, tendevano ad incontrarsi e a fondersi in una nuova realtà, quella delle periferie. Luoghi, questi ultimi che finiranno per risultare marginali (e per molti versi estranei) sia alla città che alla campagna. Le periferie sono nuovi spazi, nati soprattutto per soddisfare necessità abitative finalizzate a decongestionare le città e ad accogliere la nuova migrazione dalle campagne.  Ma destinate a trasformarsi presto in luoghi del disagio e dello spaesamento, dove si vive sul richiamo, sempre disatteso, di qualcosa di ulteriore e più gratificante, che pur di essere ottenuto induce spesso a intraprendere percorsi poco regolari o ortodossi. Un contesto con il quale, non a caso, sarà costretta a confrontarsi la protagonista del successivo film di Salvatore Piscicelli, Le occasioni di Rosa (1981) dove la Rosa del titolo, una promettente Marina Suma, è costretta a percorrere, afflitta da un forte sentimento di frustrazione, quelle strade desolate e desertiche, che costituiscono il rione “167” di Secondigliano. Un deserto fatto di casermoni anonimi e tutti uguali con l'eccezione delle famigerate “Vele” che si stagliano come mostri in tutto il loro grigiore sulle vite delle tante Rosa e dei tanti Tonino (il fidanzato scapestrato e irruento della ragazza) che ci vivono, animati dalla sola speranza di poter riscattare la propria esistenza dallo squallore di quei luoghi. Se i personaggi di Immacolata e Concetta, pur nella loro scelta estrema e trasgressiva, sono ancora espressione di una cultura fortemente radicata, che le induce non a nascondere, ma a vivere alla luce del sole le loro scandalosa relazione, Rosa e Tonino si muovono in una sorta di vuoto assoluto dove il dramma della loro stessa vita viene svilito e depotenziato da un contesto che sembra essere senza passato e dunque impossibilitato ad aspirare ad alcun futuro. In entrambi i film, forse non a caso, la svolta drammatica arriva da una maternità indesiderata. Concetta, interpretata da Marcella Michelangeli, è un personaggio forte e diretto. Lavora a giornate come bracciante agricolo, guida una vecchia millecento e vive la sua dimensione umana con grande dignità. Quando Immacolata resta incinta di un ambiguo amante (interpretato da Tommaso Bianco) che un po' l'aiuta e un po' la ricatta, Concetta si sente ferita profondamente nel suo orgoglio e nella sua dedizione amorosa verso l’altra donna, e la uccide. Anche ne Le occasioni di Rosa si sviluppa una storia a carattere omosessuale, ma questa volta è Tonino (interpretato da Angelo Cannavacciuolo) a imbastire una relazione con Gino, un omosessuale benestante, che è disposto ad assicurare alla coppia (Tonino e Rosa), una buona sistemazione, a patto che questi facciano un figlio che lui vorrebbe sentire anche come suo. Rosa, pur alla ricerca di una vita diversa, per trovare la quale è passata anche attraverso la prostituzione, avverte tutta la mostruosità di questa situazione e sceglie, alla fine, di abortire pur di non cedere a quella che le sembra una maternità su commissione. Cancellando con questo gesto, l'unica vera, ma anche triste e insostenibile, “occasione” che le si era presentata.

In Immacolata e Concetta gli elementi del melodramma sopravvivono ancora, quasi come residui  di una cultura arcaica che pur spegnendosi non smette di manifestare la sua forza. Tracce che, invece, in Le occasioni di Rosa si annullano completamente. Abortiscono, come la protagonista, nella fredda e indifferente piattezza delle periferie. Quasi un oblio di sé, delle proprie origini, quello che investe Rosa, alla ricerca di una, forse impossibile, vita diversa.

Con i film di Piscicelli  (insieme a quelli citati, anche i successivi Blues metropolitano del 1985 e Baby gang del 1992) è come se una livida modernità irrompesse nell'atmosfera di Napoli impregnandola completamente. Qui il mare neanche si vede. Mai il “golfo”, con tutto il corredo oleografico che si porta dietro, sembra essere stato così lontano. Il regista non si fa illusioni. E pone in maniera, anche brutale, la città di fronte alle difficili condizioni che l’incombere di quella stessa modernità impone. Ben sapendo che è soprattutto con queste, adesso, che bisognerà fare i conti.

 

Giugno 2013

 

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