NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

25^ Puntata

La città vista da lontano

Nel regno di Napoli di Werner Schroeter

 

 

 

di Antonio Tedesco 

Se i film di Mario Merola e Nino D’Angelo, di cui ci siamo occupati nelle scorse puntate, partivano da uno sguardo interno alla cultura e alla tradizione napoletana, ne sollecitavano però, con una certa compiacenza, le corde più sensibili e, allo stesso tempo, più superficiali.  Maggiormente complesso, ma senz’altro più efficace nel raccontare la reale situazione della città (e non solo) in quegli anni, ci pare, invece, sia stato uno sguardo esterno alla realtà napoletana, uno sguardo venuto da lontano. Quello del regista tedesco Werner Schroeter che, nel 1978, realizzò un film intitolato Nel regno di Napoli, interamente girato nella città partenopea. Opera che, seppur incisiva e in parte rivelatoria di una certa realtà, ebbe scarsa distribuzione e poco successo commerciale, ma molta attenzione destò nei più importanti festival cinematografici internazionali, dove raccolse anche numerosi premi.

Con questo suo sguardo straniero, e per certi versi anche straniato, Schroeter ci mostra una Napoli concreta, non popolata soltanto da guappi, camorristi e contrabbandieri, e nemmeno da giovani talenti canori in cerca di successo (o celebrità), ma da gente normale, che combatte in modi diversi la sua battaglia quotidiana per la sopravvivenza. Quello che il film prende in esame è un arco di tempo che va dalla fine del secondo conflitto mondiale fino ai primi anni Settanta. Il regista tedesco segue la storia di due famiglie, o meglio ne coglie alcuni passaggi importanti fissati nel corso degli anni, e li pone in parallelo con gli eventi storici, politici e sociali che in quegli stessi momenti si verificavano. La miseria (seppur vissuta con dignità), la difficoltà a trovare lavoro, sono delle costanti, situazioni quasi endemiche nella storia della città. Ma qui chi ne è colpito, non pensa di rivolgersi al guappo del quartiere o alla camorra. Al contrario, fa in molti casi delle scelte ideologiche, in linea con gli avvenimenti che in quei decenni (anni Sessanta, Settanta) scuotevano l’Europa e tutto il mondo occidentale. Alcuni dei personaggi di cui si seguono le vicende frequentano le sezioni del Partito Comunista Italiano, sostenuti da un’incrollabile fede in un futuro migliore. Grazie alla quale trovano la forza, se non di superare, quantomeno di lottare e di affrontare al meglio possibile ogni difficoltà.

Il film, come detto, si organizza in scansioni temporali. Dopo la prima fase dell’immediato dopoguerra, segnata dalla fame, dalla necessità di soddisfare i bisogni più elementari, dalla prostituzione esercitata nei confronti dei militari alleati (e apertamente giustificata proprio dai detti bisogni), si passa agli anni Cinquanta. Caratterizzati dal radicale confronto politico tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista.

Una forte contrapposizione (una scelta di vita più che una semplice diatriba politica) che si evidenzia in maniera esplicita nei fantasiosi manifesti elettorali dell’epoca, spesso mostrati, nel corso del film, in lunghi primi piani. Spaventato dal “pericolo comunista” anche il clero scende in campo. Battagliero, come impegnato a combattere il più pericoloso dei demoni. Emblematica in questo senso è la predica (quasi un comizio politico) che un accorato prete tiene in un luogo carico di significati come la Cappella San Severo, con primissimi piani su alcuni dettagli del Cristo Velato a sottolineare le sue parole.

E così a seguire nelle scansioni temporali successive (dall’infatuazione kennedyana dei primi anni Sessanta, all’inasprimento delle lotte di classe a cavallo degli anni Sessanta e Settanta) sempre chiaramente individuate da cartelli che specificano la data e da una voce fuori campo, simile a quelle dei notiziari radiofonici, che riassume i principali avvenimenti del periodo. E con i problemi che, specie per il piccolo gruppo di personaggi di cui si seguono le vicende, si ripropongono sempre uguali, anche se in forme e modi diversi. Espressi da frammenti di vita punteggiati da eventi spesso tragici, sottolineati, però, dalle particolari scelte stilistiche del regista. Che organizza questi episodi relativi a vicende individuali (quasi sempre, però, riflesso o conseguenza di quelle pubbliche e collettive) come fossero una successione di scene madri, talvolta enfatizzate in modo plateale, altre volte “raffreddate”, come in una sorta di sospensione emotiva che rimanda al teatro di Brecht. Schroeter sviluppa così, in questa maniera molto personale, l’intuizione di individuare in Napoli,  che per molti versi è “un mondo a parte”, un luogo emblema, una città laboratorio, dove i temi, le pulsioni, le sofferenze sociali e individuali che attraversano il mondo contemporaneo, si manifestano con maggior forza in tutta la loro contraddittorietà, ponendosi in corto circuito con un tessuto sociale e culturale refrattario, e forse proprio per questo ancor più succube, ai complessi e contorti meccanismi che muovono la Storia.

Un cinema, insomma, dalle forti valenze politiche, che trova in Napoli una inaspettata riserva di materiali e risorse su cui lavorare e sviluppare idee. Dal ragazzino, figlio di un militante comunista, che affida il suo futuro alla Sezione del Partito, a sua sorella che, spinta dalla necessita di lavorare, finisce nelle grinfie della  perfida e isterica proprietaria di una piccola fabbrica che tartassa fino allo sfinimento i suoi operai e dalla quale rischia di essere avviata alla prostituzione.

Una scelta di campo precisa che può sembrare anche una forma diversa di retorica, ma che comunque indica una strada alternativa a quella praticata dalla gran parte delle narrazioni di (e su) Napoli di quegli anni. Del resto il regista è un esponente di quel movimento definito Nuovo Cinema Tedesco, fondato da cineasti come Herzog, Wenders, Fassbinder, fautori di una visione del cinema più complessa e articolata, oltre che politicamente più impegnata. In questo film, in particolare, Schroeter ibrida elementi della cultura popolare napoletana con stilemi riconducibili al cinema espressionista tedesco. Riuscendo in questo modo nel doppio intento di amplificarne gli esiti narrativi e dare agli stessi un valore simbolico che trascende i confini della città e assume risonanze universali. Quella che mostra, infatti, è una Napoli dove non c’è più posto per la “cartolina”. Una città notturna, invasa dal fumo dell’Italsider, bagnata da un mare catramoso, sul quale incombono selvagge discariche di rifiuti. Anche i posti più riconoscibili, come la Galleria Umberto I o il colonnato della chiesa di San Francesco di Paola, vengono isolati in frammenti, che fanno da cornice ad eventi grotteschi o drammatici, come la morte rituale di Pulcinella, nel finale, scandita dall’indiavolato ritmo dei tamburelli. Un percorso narrativo non facile per il quale il regista tedesco si affida anche alla duttile versatilità di interpreti come Ida Di Benedetto, Liana Trouché, Antonio Orlando, Cristina Donadio e Gerardo D’Andrea, che ha firmato, con lo stesso Schroeter anche la sceneggiatura del film ed ha, probabilmente, mediato tra il regista e la città.

 Maggio 2013

 

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