NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

24^ Puntata

Un jeans e.... una frangetta 
La città a volo D'Angelo

 

 

di Antonio Tedesco

 

Celebrità, L'ammiratrice, La discoteca, il proverbiale Un jeans e una maglietta. Sono alcuni titoli dei numerosi film che vedono protagonista Nino D'Angelo nella prima metà degli anni Ottanta.

La “società spettacolo” incalza. Travolge, anzi ingloba in sé, ogni cosa. I vecchi guappi di Mario Merola e Pino Mauro fanno quasi tenerezza. Onore e guapparia appartengono ad un mondo che non c'è più. Napoli che se ne va. E con essa molte altre cose. Ma c'è ancora uno zoccolo duro che resiste in quegli anni. A modo suo romantico e sentimentale. Un certo tipo di napoletanità più duro a morire. Messi da parte guappi, uomini di rispetto e contrabbando, Mario Merola torna alle origini. La sceneggiata vecchio stampo. Zappatore e Lacrime napulitane. Come se il tempo non fosse mai passato. Sempre Alfonso Brescia e Ciro Ippolito alla regia, il secondo anche produttore. Quasi un rigurgito. L'ultimo di un mondo che sta definitivamente affondando. Sostenuto solo dal carisma inossidabile di Mario Merola. E' la seconda fase della sua carriera cinematografica. Al suo fianco partner di tutto rispetto, come Regina Bianchi e Angela Luce. Mentre Nino D'Angelo, a quel tempo una presenza scenica ancora legnosa, quasi un burattino impacciato e inespressivo, comincia la sua marcia recuperando scampoli di tradizione e trapiantandoli, con un pizzico di spregiudicatezza artistica, nella modernità. Più che alla vecchia Napoli dei vicoli, che pure in una certa misura lo apprezza, D'Angelo parla alla nuova Napoli delle periferie. A quei residui di tradizione che si sono ibridati con i simboli (spesso ostentati e pacchiani) della modernità. Il riscatto sociale più che per l'onore passa per la Celebrità, come recita il titolo del suo film di esordio diretto nel 1981 da Ninì Grassia. Cioè, la vendita dei dischi e la notorietà del personaggio. E il cinema, che con felice intuizione di alcuni abili artigiani (quando non di scaltri mestieranti), accompagna e segue la crescita del personaggio, diventa una sorta di amplificatore, uno specchio che ne ingigantisce la figura. Si plasma sul percorso reale di crescita dell'artista popolare, lo segue passo passo, lo riproduce e lo “rispettacolarizza” nel suo farsi. E’ quasi una doppia vita, che si rimodella nella finzione mentre si sviluppa nella realtà. La storia della scalata al successo del ragazzo qualunque (figlio delle periferie e di gente modesta) è un paradigma del riscatto sociale. E’ “uno di noi” che ce l’ha fatta. L’entusiasmo che vi cresce intorno è comprensibile. E dà al personaggio grande energia sostenendo con forza il modello. Ma quale Napoli esprime questo cinema, quali realtà evidenzia da un punto di vista dei luoghi e della gente?

Come succede anche in molti film di Mario Merola, i titoli di testa del film d’esordio di D’Angelo, Celebrità, scorrono sulle vie e sulle piazze della città percorse in un automezzo che scopriamo essere un carro funebre. Si tratta, in realtà, di un giro di prova che l’autista sta facendo con il meccanico (rispettivamente uno dei Fatebenefratelli e Lino Crispo) per mostrargli alcune inefficienze nel funzionamento dell'autoveicolo. E’ una sorta di introduzione alla storia raccontata nel film, che sarà ampiamente inframmezzata dai siparietti della coppia di comici ( i Fatebenefratelli, appunto) titolari di un’impresa di pompe funebri e lo stesso Lino Crispo, il principale dell’officina dove Pasqualino Capece (Nino D’Angelo) lavora come apprendista prima di cominciare la sua scalata verso la Celebrità. Questa specie di scorribanda cittadina, così come quelle viste in altri film di quegli anni, ci accompagna in una panoramica sui luoghi di Napoli com’erano a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Una città più che mai caotica, con auto parcheggiate dappertutto (sembra strano adesso vedere Piazza Plebiscito, Piazza del Gesù, il Lungomare, ridotti a enormi parcheggi), ma anche una città che è andata allargandosi nelle sue periferie, che risultano simili a tutte le altre, e nelle quali la città perde ogni caratteristica di riconoscibilità. E infatti dopo questa lunga sequenza iniziale gran parte del film si svolgerà in esterni anonimi, privi di particolari caratteri riconducibili specificamente a Napoli, dialetto a parte. E’ un segno, uno dei tanti offerti, a tutti i livelli, dal cinema  di quegli anni, della città che cambia, che si uniforma, che si adegua (forse a discapito della sua stessa identità) a certi stilemi della modernità. Come un segno dei tempi a questo conseguente è il fatto che il palcoscenico sul quale esibirsi non è più quello familiare e quotidiano del vicolo o del quartiere, ma si trasforma in quello mediatico-televisivo ad ampia diffusione, capace di annullare distanze e differenze. E' questo, adesso, il vero salto di qualità, dopo il pur importante tirocinio delle feste di piazza e dei concerti dal vivo. Il processo uniformante di omologazione del mezzo televisivo segue quello delle trasformazioni urbanistiche. Gli effetti del trasferimento in massa dai quartieri storici alle periferie si completano con il divenire e l'affermarsi, in senso soprattutto commerciale, di questo non certo nuovo, ma sicuramente in quegli anni profondamente rinnovato, mezzo di comunicazione. La madre di Pasqualino Capece, interpretata da Regina Bianchi, già provata per la cattiva strada presa dal figlio in seguito al primo successo ottenuto, riceve il colpo definitivo quando assiste alla sua prima esibizione televisiva. Ma questa volta è la grande gioia di vedere il figlio finalmente “arrivato” a procurarle l'emozione letale.

Da questo film in poi è un crescendo, che si svilupperà nelle pellicole successive che raccontano sotto varie angolazioni la storia della scalata al successo di un ragazzo qualunque, insieme alle sue comuni vicende di vita quotidiana. Una formula che, al sorgere del decennio dell'edonismo sfrenato (gli anni Ottanta, appunto) non poteva che riscuotere grande successo. Tanto più che a rendere maggiormente appetibile il tutto non mancavano certo, ampie dosi di sano pseudosentimentalismo partenopeo.

A questo punto i destini della classica sceneggiata, pur se riletti in maniera a volte non banale in chiave di cinema contemporaneo, restano tutti affidati al valore e al peso artistico individuale di Mario Merola. Il tentativo di allargarne il campo d'azione ad altri artisti in quello stesso settore emergenti (Carmelo Zappulla, Franco Cipriani) fallisce miseramente. Si provò pure a far congiungere le strade di Merola e D’Angelo con due film, diretti nel 1982 da Alfonso Brescia, Tradimento e Giuramento (ennesime varianti sul tema della sceneggiata), che li vedevano entrambi protagonisti, ma l’esperimento non ebbe seguito. A questo punto Merola, almeno per quanto riguarda il cinema, imbocca la traiettoria di una parabola lentamente, ma inesorabilmente, discendente. Che si concluderà con il sonoro flop di Guapparia di Stelvio Massi, del 1983. Proprio il periodo in cui l'astro nascente di D'Angelo poteva dirsi giunto al suo culmine. E' ovviamente il segno di un mutamento culturale che indirizza diversamente i gusti del pubblico. E con il quale lo stesso D'Angelo qualche anno più tardi dovrà fare i conti. Ma lui saprà rinnovarsi. Saprà mutare il suo personaggio e i suoi obiettivi artistici. Senza rimanere attaccato in maniera sterile agli stilemi delle origini saprà adeguare la sua arte soprattutto alla sua evoluzione umana e personale. Slegandosi anche, senza mai rinnegarla, da una napoletanità troppo facile e popolare, e offrendosi a prove sicuramente più mature e complesse.

 Maggio 2013

 

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