NAPOLI ATTRAVERSO IL CINEMA

22^ Puntata

Storie di vita e malavita
CAMORRA e I GUAPPI di Pasquale Squitieri

 

 

di Antonio Tedesco

 

Quando all'inizio del film Camorra, il protagonista, Tonino Russo (interpretato da Fabio Testi) esce dal carcere di Poggioreale, dove è rimasto detenuto per due anni, trova all'esterno la sua famiglia ad aspettarlo. Una famiglia modesta, di brava gente, dove l'anziano padre svolge ancora l'attività di ciabattino, e nella quale tutti sono mossi dalla sincera speranza che Tonino, pagato il suo debito con la giustizia, possa rifarsi una vita insieme alla giovane fidanzata che lo ha fedelmente aspettato. La destinazione che comunicano al tassista che li aspetta non è, però, un quartiere popolare napoletano, come ci si potrebbe aspettare dal tipo di persone che vediamo sullo schermo, ma il Rione Traiano.

Siamo nel 1972. La città ha cambiato faccia. Quel disagio già annunciato, che cominciava a manifestarsi nei film di cui abbiamo parlato nelle precedenti puntate, è esploso. Nel Rione Traiano, anonima periferia di palazzoni senza anima e senza storia, le strade sono semivuote e assolate, solcate solo da gruppi di giovani sbandati in motocicletta. Lì Tonino Russo troverà ad attenderlo il suo destino. Sarà costretto a regolare una questione rimasta in sospeso con un suo coetaneo, anch'egli, come tutti gli altri, prigioniero in questa terra di nessuno. Da qui, dalla “questione d'onore”, all'essere risucchiato nel vortice della camorra, il passo è breve. Comincia così, Tonino Russo, la sua carriera di camorrista. Ma ciò che si legge tra le righe della sua vicenda è la storia stessa della città, colta in quella fase cruciale, come succede al protagonista del film, in cui circostanze avverse e motivazioni contorte, la costringono a prendere una strada sbagliata, ad essere altro da sé. A lasciarsi trascinare in un altrove dove le uniche prospettive possibili sono quelle del disfacimento e della corruzione. Gli intrecci tra politica e camorra sono ormai saldamente consolidati. E a poco serve il finale edificante in cui Russo si arrende alla giustizia convinto dal vecchio padre a dare il buon esempio al fratellino che non deve crescere identificando la figura del fratello malavitoso con quella di un eroe. A differenza dei “polizziotteschi” che seguiranno sulla sua scia, Camorra, pur non rinunciando allo spettacolo, riesce per molti versi a mostrare, attraverso la parabola compiuta dal personaggio di Tonino Russo, il meccanismo che ha intrappolato e costretto negli interessi affaristici e privati lo sviluppo della città. Facendola, più o meno intenzionalmente, coincidere con la simbolica figura di questo arrampicatore sociale che ha trovato aperta davanti a sé solo la strada del crimine. Mentre nei detti “polizziotteschi”, o “western alla napoletana” che sono venuti dopo, raramente questo aspetto della questione viene evidenziato, dando per avvenuto e scontato il degrado sociale e morale, e concentrandosi essenzialmente sulla figura del poliziotto-giustiziere che assume le funzioni del vendicatore che agisce in nome di una società benpensante e perbenista, o poco meno. Certo, anche in Camorra la storia procede in maniera semplificata e, per certi versi, addirittura schematica. Il racconto dell'ascesa e caduta di un giovane ambizioso nel mondo della malavita non si sofferma certo sull'analisi dei dettagli o delle sfumature psicologiche che lo muovono. Ma il contesto in cui è calata la storia ha valenze testimoniali forti, per certi versi quasi documentaristiche. La mutazione dell'ambiente. Le conseguenze delle cattive e miopi scelte operate nel decennio precedente (Le mani sulla città docet). La realizzazione di un ambiente urbano ghettizzato che non può essere altro che fabbrica di emarginazione, disagio, piccola e grande delinquenza. Dove lampeggiano, per contrasto, illusori barlumi di “bella vita”: lussuose case da gioco clandestine, macchine potenti, fiumi di denaro. Pasquale Squitieri coglie nel suo film questi elementi scatenanti, ma li lascia come a cornice della storia. Per poi concentrarsi principalmente sulla vicenda romanzesca del protagonista, accentuandone gli aspetti avventurosi e spettacolari.

Qualcosa di simile succede anche nel film successivo, I Guappi del 1973, dove Squitieri tenta un excursus storico del fenomeno della camorra, racchiudendolo in un diverso contesto storico e sociale, quasi a mostrarne come fosse radicato nella cultura della città e come poi abbia seguito, insieme ad essa, un processo di evoluzione negativo. La camorra di fine Ottocento raccontata nel film era una sorta di contropotere fortemente calato nel tessuto sociale cittadino e del quale il governo sabaudo stentava pure a comprendere i meccanismi. Tanto che ad un certo punto dovette creare una sorta di anticorpo sociale arruolando come delegati di polizia personaggi dal passato poco limpido che però conoscevano bene (spesso per esperienza diretta) le leggi e i principi che governavano la cosiddetta “onorata società”. I Guappi è una sorta di antefatto. Un compendio del precedente Camorra dal quale segna differenze e continuità che sono poi quelle insite allo sviluppo storico e sociale avuto dalla città. L'intento di creare un filo ideale tra i due film è chiaramente espresso nel finale de I Guappi. In un’aula del tribunale di Castel Capuano si sta svolgendo il processo ad un piccolo ladruncolo. Questi, per fare il gran salto e accedere “all'onorata società” ammazza nel tribunale stesso l'avvocato che lo stava appassionatamente difendendo (Nicola Bellizzi interpretato da Franco Nero, uno dei due principali protagonisti del film) e al quale era legato da non pochi debiti di gratitudine. A questo punto, con una sapiente carrellata all'indietro della macchina da presa, si compie un salto temporale e, senza che l'inquadratura venga interrotta, lo spettatore viene trasportato nella  realtà contemporanea dove, in quella stessa aula, si continuano a tenere processi a giovani sbandati e malavitosi. Come dire che tutto sembra diverso, ma niente è realmente cambiato. In questo film le arringhe dell'avvocato Franco Nero, personaggio di estrazione popolare, anch'egli compromesso con la camorra, si fanno portatrici di istanze sociali dove il fenomeno camorristico e malavitoso in generale, viene denunciato come conseguenza della miseria e dell'abbandono sociale in cui versano ampi strati della popolazione cittadina. Mentre il personaggio interpretato da Fabio Testi, Don Gaetano, “uomo d'onore”, descrive la figura classica del guappo come era visto in quell'epoca, dispensatore di vita e di morte, amministratore di una particolare giustizia “diretta”, esercitata nel vicolo e nel quartiere, ma a sua volta succube dei poteri forti che guidavano i vertici della “società”. Il film è uno spaccato di vita d'epoca, a tratti folcloristico, ma letto sempre in chiave drammatica, con un senso di tragedia che incombe su queste vite segnate da un destino scritto da una storia matrigna alla quale la cultura e la tradizione popolare si sono assoggettate senza riuscire mai pienamente a riscattarsi.

Il cinema napoletano, negli anni successivi, tenterà ancora la carta del guappo e del camorrista “romantico”, cercando di idealizzarne la figura come espressione di una certa cultura popolare, ma la chiave di lettura adottata sarà marcatamente melodrammatica e la forma filmica sarà quella della sceneggiata “strappacore” con poca o nessuna incidenza su ciò che si stava manifestando come reale evoluzione della vita cittadina e non solo. 

 

Aprile 2013

 

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